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di Roberto Signori

Iraq - Sulla strage al matrimonio cristiano rimpallo di accuse

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Nemmeno il tempo di celebrare i funerali delle vittime, quando è ancora grande il dolore per la tragedia che si è consumata la scorsa settimana ad un matrimonio cristiano a Qaraqosh, nella piana di Ninive, che in Iraq è già cominciato il rimpallo delle responsabilità. Tanto che la comunità locale, partendo dallo sposo che nel fine settimana ha parlato per la prima volta dell’incidente, invoca la creazione di una commissione indipendente d’inchiesta, meglio se “internazionale”, per fare chiarezza sulle cause che hanno innescato il devastante rogo. Il riferimento è all’incendio che si è sviluppato durante una festa di nozze a Qaraqosh la sera del 26 settembre scorso, che ha provocato la morte di almeno 119 persone, il ferimento di altre centinaia e segnato nel profondo una comunità che al lutto vive un senso di sfiducia e abbandono.

In queste ore ha parlato lo sposo in una intervista concessa all’emittente locale Rudaw Tv in compagnia del padre, che lo ha sostenuto per tutto il tempo e intervenendo anche a nome del figlio in più riprese. “Non crediamo alla versione dei fuochi d’artificio - ha affermato il 27enne Rivan, mentre la moglie 18enne è ancora preda dello shock e non riesce a parlare - e chiediamo una inchiesta internazionale” a riprova della scarsa fiducia nelle istituzioni locali. “Non è rimasto più nulla. Vediamo ogni giorno sofferenze maggiori, sempre più vittime” tanto che la prospettiva per la famiglia sembra essere quella dell’esodo. Più volte, infatti, il padre si domanda come sarà possibile in futuro guardare negli occhi le persone, travolte dalla strage al matrimonio del figlio, anche se “finora tutti sono stati al nostro fianco” aggiunge il figlio.

Gli inquirenti hanno chiesto la cacciata di almeno sei funzionari locali e provinciali, che non avrebbero saputo garantire il rispetto dei requisiti minimi di sicurezza all’interno della struttura e, ancor prima, in fase di progettazione e costruzione dell’edificio. Per realizzare il capannone si è fatto ampio ricorso a materiale infiammabile, mentre mancavano uscite di sicurezza ed estintori in caso di rogo, come è poi avvenuto. Nel momento in cui sono divampate le fiamme erano presenti quasi mille persone, pari al doppio della capienza massima.

Nella lista nera delle funzionari da allontanare vi sarebbero il sindaco della città in cui si sorgeva la sala delle nozze, il capo del governo municipale locale e il responsabile del dipartimento di manutenzione dell’elettricità. Dalle prime indagini emerge che il proprietario o i dipendenti avrebbero acceso fuochi d’artificio che hanno diffuso scintille fino a circa 13 metri di altezza, le quali hanno incendiato le decorazioni, alcune appese al soffitto e altre, a quanto pare, avvolte intorno ai lampadari. Le scintille hanno propagato il fuoco anche ai pannelli del soffitto, altamente infiammabili.

Il ministro iracheno degli Interni al-Shammari ha dichiarato che il proprietario della sala, pensando a un corto circuito, ha tolto la corrente e fatto piombare la sala nell’oscurità provocando “caos, panico e una fuga”. Tuttavia, per molti abitanti della zona il rogo ha assunto una portata così devastane che è difficile pensare a una tragedia frutto del caso. Altri ancora ipotizzano un piano elaborato per sostituire funzionari locali, approfittando dell’incidente per rimpiazzarli con fedelissimi del sedicente leader cristiano “Rayan il Caldeo”, artefice di uno scontro istituzionale che ha travolto lo stesso patriarca caldeo. Un elemento sospettato di abusi e corruzione, nella lista nera degli Stati Uniti per ripetute violazioni dei diritti umani e corruzione e le cui milizie - il Movimento babilonia - sarebbero legate a Teheran. Il risentimento della popolazione è emerso anche nella contestazione aperta contro la ministra dell’Immigrazione Evan Jabro, una cristiana, cui hanno impedito di visitare il luogo della tragedia, rilanciando su internet e social video diventati virali.

“La Commissione di inchiesta governativa - ha sottolineato in queste ore p. Boutros Shito, il sacerdote siro-cattolico che nella tragedia ha perso 10 parenti - ha appena deciso di licenziare sindaco, direttore del Dipartimento energia e del comune, come se tutta la corruzione del Paese si trovasse solo a Qaraqosh. Non accetto che il sangue della mia famiglia venga sfruttato da partiti, milizie, corrotti e ladri”.

Fra le voci che si sono levate in queste ore in cerca di giustizia, e di verità, vi è anche quella del primate caldeo, il card. Louis Raphael Sako, che in una riflessione pubblicata sul sito del patriarcato condanna “la corruzione che sta devastando la nazione”. E punta il dito contro “milizie” che “non temono Dio né il governo”, mentre gli iracheni “sono stanchi di slogan e promesse senza ottenere risultati sul campo”. Il porporato ricorda come nella versione ufficiale la causa del rogo siano i fuochi d’artificio, ma non crede alla tesi e propende più per un “gesto” di un “attore internazionale” che ha “venduto” la coscienza e il Paese a un “piano specifico”. Da qui la richiesta di fondare una “Unità di crisi” che possa indagare “in modo obiettivo e saggio” e alla Chiesa irachena, in tutte le sue componenti, domanda vera “unità” che è la sola “forza” per far valere diritti e ottenere la verità.

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03/10/2023
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