Chiesa

di Tommaso Ciccotti

Il Papa: in noi è impressa l’immagine di Dio

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Noi “siamo del Signore e non dobbiamo essere schiavi di nessun potere mondano.” E’ l’insegnamento di Gesù al cuore della catechesi di Papa Francesco oggi all’Angelus in una Piazza San Pietro in cui sprazzi azzurri e di sole si alternano alle nuvole e dopo scrosci di pioggia. Il Papa commenta il brano del Vangelo. L’evangelista Matteo racconta di una trappola tesa a Gesù da alcuni farisei insieme a degli erodiani. Alla domanda se sia lecito, o no, pagare le tasse ai Romani, i dominatori odiati dal popolo, Gesù risponde: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo della Liturgia odierna ci racconta che alcuni farisei si uniscono agli erodiani per tendere una trappola a Gesù. Sempre cercavano di tendergli delle trappole. Vanno da Lui e gli chiedono: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (Mt 22,17). È un inganno: se Gesù legittima la tassa, si mette dalla parte di un potere politico mal sopportato dal popolo, mentre se dice di non pagarla può essere accusato di ribellione contro l’impero. Una vera trappola. Egli però sfugge a questa insidia. Chiede di mostrargli una moneta, che porta impressa l’immagine di Cesare, e dice loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (v. 21). Che cosa significa questo?

Queste parole di Gesù sono diventate di uso comune, ma a volte sono state utilizzate in modo sbagliato – o almeno riduttivo – per parlare dei rapporti tra Chiesa e Stato, tra cristiani e politica; spesso vengono intese come se Gesù volesse separare “Cesare” e “Dio”, cioè la realtà terrena e quella spirituale. A volte anche noi pensiamo così: una cosa è la fede con le sue pratiche e un’altra cosa la vita di tutti i giorni. E questo non va. Questa è una “schizofrenia”, come se la fede non avesse nulla a che fare con la vita concreta, con le sfide della società, con la giustizia sociale, con la politica e così via.

In realtà, Gesù vuole aiutarci a collocare “Cesare” e “Dio” ciascuno nella sua importanza. A Cesare – cioè alla politica, alle istituzioni civili, ai processi sociali ed economici – appartiene la cura dell’ordine terreno; e noi, che in questa realtà siamo immersi, dobbiamo restituire alla società quanto ci offre attraverso il nostro contributo di cittadini responsabili, avendo attenzione a quanto ci viene affidato, promuovendo il diritto e la giustizia nel mondo del lavoro, pagando onestamente le tasse, impegnandoci per il bene comune, e così via. Allo stesso tempo, però, Gesù afferma la realtà fondamentale: che a Dio appartiene l’uomo, tutto l’uomo e ogni essere umano. E ciò significa che noi non apparteniamo a nessuna realtà terrena, a nessun “Cesare” di turno. Siamo del Signore e non dobbiamo essere schiavi di nessun potere mondano. Sulla moneta, dunque, c’è l’immagine dell’imperatore, ma Gesù ci ricorda che nella nostra vita è impressa l’immagine di Dio, che niente e nessuno può oscurare. A Cesare appartengono le cose di questo mondo, ma l’uomo e il mondo stesso appartengono a Dio: non dimentichiamolo!

Comprendiamo allora che Gesù sta riportando ciascuno di noi alla propria identità: sulla moneta di questo mondo c’è l’immagine di Cesare, ma tu – io, ognuno di noi – quale immagine porti dentro di te? Facciamoci questa domanda: io, quale immagino porto dentro di me? Tu, di chi sei immagine nella tua vita? Ci ricordiamo di appartenere al Signore, oppure ci lasciamo plasmare dalle logiche del mondo e facciamo del lavoro, della politica, dei soldi i nostri idoli da adorare?

La Vergine Santa ci aiuti a riconoscere e onorare la nostra dignità e quella di ogni essere umano.

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23/10/2023
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