Società

di Giuseppe Udinov

Profughi ucraini, boom di rientri in patria

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Da seicento giorni Olena non metteva piede in Ucraina. Più o meno tanti quanti stanno cambiando il volto del suo Paese dall’inizio dell’invasione russa. «Torno perché non riuscivo più a stare lontana dal mio fidanzato. Lui mi ha assicurato che la situazione è tranquilla almeno a Ternopil, dove abiteremo e dove ci vorremmo sposare». Trent’anni, laureata in economia, è in mezzo a una coda di quasi cinquecento connazionali pronti a salire sul treno quotidiano che dalla Polonia porta a Kiev. Ci starà tre ore, sotto la pioggia, a mezzanotte, con la valigia nera che trascina a fatica e in cui ha racchiuso un anno e mezzo di vita fuori della sua terra. In fila davanti al casottino che ospita i poliziotti di frontiera nell’ultima città polacca prima del confine con l’Ucraina: Przemysl.

Era stato il “porto della salvezza” nella massiccia fuga dai missili di Putin durante le prime settimane di guerra: milioni di profughi sono passati da queste pensiline per rifugiarsi in Europa. Ora è uno dei passaggi del “grande rientro” sfidando anche le bombe. Dall’inizio dell’anno più di quattro milioni di sfollati sono tornati a casa. Come sta facendo la famiglia Boyko: mamma Iryna, il figlio Oleg di 10 anni e la piccola Katarina di 4 che tiene in mano il suo orsacchiotto inzuppato d’acqua per il temporale e l’attesa dei controlli ai passaporti. Un volontario Unicef li accompagnerà vicino a una tettoia e poi li scorterà fino al treno. «Riuniamo la famiglia. Mio marito è rimasto a Vinnytsia», racconta Iryna. Città nel cuore dell’Ucraina.

Ma non è solo nella parte occidentale e centrale dove gli ex rifugiati si fermano. Accade anche nel sud e nell’est, da cui passa la linea del fronte. Terre ad alto rischio come conferma l’annuncio di ieri del ministro degli Interni, Igor Klymenko: nelle ultime 24 ore si è registrato il record di località attaccate dai russi in un solo giorno. Centodiciotto insediamenti in dieci regioni. «Non ce la facevamo più a stare fuori, fra problemi con la lingua, mancanza di soldi, difficoltà a trovare lavoro, appartamenti cari e nodi burocratici», dice Alina Tarasenko, energica signora di mezza età che si lascia alle spalle mesi a Cracovia che, aggiunge, «sta diventando inospitale da quando c’è stata la campagna elettorale che ha portato al voto di metà ottobre».

Oltre il 70% di chi rientra era in Polonia dove, ad esempio, l’impennata di domanda immobiliare dovuta ai profughi ha fatto lievitare gli affitti a Varsavia del 40%. Svizzera e Norvegia vanno oltre: offrono contributi finanziari agli ucraini che scelgono di rivarcare il proprio confine. Sotto la spinta dei disagi economici, del desiderio dei ricongiungimenti familiari e di una percezione sempre più diffusa di maggiore sicurezza nel Paese si riabbraccia la nazione d’origine. Ad alimentare il controesodo sono anche le politiche di accoglienza sempre più complesse nel continente. Compresa la direttiva Ue sulla protezione temporanea che consente agli ucraini di viaggiare nell’area Schengen solo per 90 giorni: una volta scaduto il periodo, devono rimanere nello Stato in cui si trovano.

C’è chi parla di «rimpatri prematuri» per il pericolo russo. Ed il tema dei profughi è stato al centro del colloquio a Roma fra Giorgia Meloni e il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, l’arcivescovo Sviatoslav Shevchuk, che ha chiesto di superare alcuni problemi per il trasferimento dei rifugiati dalle strutture di accoglienza del Centro-Nord al Sud. «Tutto ciò crea un ulteriore sradicamento», ha detto il presule alla premier che, a sua volta, gli ha ribadito come «l’appoggio dell’Italia all’Ucraina sia una scelta di convinzione». Nel suo viaggio lungo la Penisola, legato prima al Sinodo greco-cattolico ospitato nella Capitale e poi al Sinodo dei vescovi, Shevchuk ha fatto tappa ieri a Bologna dove ha concelebrato con il presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi. E domenica sarà a Città della Pieve, in Umbria, per incontrare il cardinale Gualtiero Bassetti.

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03/11/2023
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