Società

di Giuseppe Udinov

A Gaza un conflitto che uccide innocenti

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A Gaza sono giorni di “durissimi combattimenti” come annuncia l’esercito israeliano (Idf), caratterizzate da intensi bombardamenti e numerose vittime, almeno 1207 palestinesi sono morti dal primo dicembre secondo i dati diffusi dall’Alto Commissario Onu per i diritti umani (Ohchr). Una lunga scia di sangue dalla fine della tregua che, per qualche giorno e al netto dello scambio di prigionieri fra Israele e Hamas, aveva fatto sperare in una de-escalation del conflitto smentita dai fatti di queste ore. Nei raid aerei dei caccia con la stella di David sarebbero stati colpiti oltre 250 obiettivi dei miliziani nella Striscia, ma bombardamenti sono in atto anche nel sud del Libano, in particolare nelle località a ridosso della linea di demarcazione.

Per il governo dello Stato ebraico serve ancora almeno un mese “di pressione” prima di parlare di una nuova tregua con Hamas, escludendo a breve un nuovo scambio di prigionieri. Una posizione che ha portato i familiari dei rapiti a contestare il premier benjamin Netanyahu durante un incontro tenuto ieri, che ha registrato più di un momento di forte tensione. Intanto la Radio Militare annuncia nuovi attacchi a nord e a sud della Striscia, dove sono ancora nascosti almeno 138 ostaggi israeliani e stranieri nelle mani dei vari gruppi e fazioni militanti. Intanto le violenze si estendono sempre più anche in Cisgiordania, dove in queste ore sono stati uccisi altri due palestinesi in scontri con i militarti israeliani presso il campo profughi di Al-Fara e nei pressi di Nablus, ferite altre 11 persone.

La guerra, che in questi giorni ha provocato lo sfollamento di 600mila persone nel sud della Striscia e circa 16.330 morti palestinesi, il 75% donne e bambini secondo fonti dei miliziani (oltre 1200 le vittime israeliane), rischia di cancellarne per sempre il patrimonio storico e culturale di Gaza. A lanciare l’allarme, in un lungo articolo pubblicato dal sito di informazione danese POV International, è Jakob Skovgaard-Petersen, professore di studi islamici e arabi all’università di Copenaghen, dal 2005 al 2008 direttore dell’Istituto di dialogo danese-egiziano al Cairo. Lo studioso ricorda come la sorte della città simbolo della Striscia ricorda quella di altre nella regione devastate dai conflitti, da Aleppo a Mosul. “Negli ultimi dieci anni - afferma - alcune delle città più antiche del mondo sono state brutalmente rase al suolo” ed è come se fossero andate perdute realtà del valore di “Amsterdam, Madrid e Glasgow” a livello “di arte, cultura e storia”.

Uno degli edifici simbolo della distruzione, prosegue il docente, è l’ospedale al-Shifa, il più grande di Gaza City, “assediato, bombardato e perquisito”, il quale deriva il proprio nome da un libro sulle guarigioni (Kitab al-Shifa) del filosofo e medico Ibn Sina (morto nel 1037). I suoi libri hanno dato il nome a ospedali e farmacie moderni, è stato autore del manuale medico più avanzato per molti secoli e opera di riferimento nella medicina sino al XVII secolo. Oltretutto “il tessuto di cotone a trama sottile - fa notare il professor Skovgaard-Petersen - per medicare le ferite, la garza, prende il nome, come molti altri beni importati, dalla località da cui è stato ottenuto: Gaza”.

Lo studioso ricorda come Gaza sia stata nei secoli una “città cristiana” che ha contribuito al suo sviluppo con la creazione di due scuole prestigiose, una delle quali nata su iniziativa di Yasser Arafat. In particolare la scuola delle Suore del Rosario, colpita duramente nei bombardamenti di novembre, che ha garantito nel tempo la scolarizzazione di moltissimi studenti musulmani. E ancora, la parrocchia latina della Sacra Famiglia e la chiesa di san Porfirio, un simbolo delle devastazioni dei raid israeliani che hanno colpito “il cuore” dei cristiani di Gaza.

“Gaza - osserva Skovgaard-Petersen - ha anche uno dei più grandi santi sia della tradizione cattolica che ortodossa, Vitalis (morto nel 625)” diventato simbolo dei lavoratori a giornata e dell’opera caritatevole di aiuto alle prostitute con le quali pregava a fine giornata. “I lavoratori giornalieri sono ancora una professione diffusa a Gaza, e gli abitanti di Gaza fanno lunghe file da anni per essere assunti dai datori di lavoro israeliani dall’altra parte del confine”. Una fonte di reddito fondamentale per moltissime famiglie, che la guerra ha spezzato causando un ulteriore impoverimento generale.

La città simbolo della Striscia è legata anche alla tradizione giudaica sin dai tempi delle Crociate, tanto da diventare “un centro del commercio e dell’apprendimento ebraico nel XIII secolo. Fu a Gaza che il mistico ebreo Nathan di Gaza proclamò nel 1665 che il messia era ormai arrivato nella forma di un altro mistico, Shabtai Zvi (morto nel 1676)”. Infine dell’islam e dei musulmani, che “risale addirittura a prima dell’ascesa musulmana” nell’anno 635. Infatti, in una delle moschee più antiche vi è “una tomba per il bisnonno del profeta Maometto, Hashim, e si dice che fosse qui che Umar aveva commerciato e accumulato ricchezze prima di convertirsi all’islam”.

Per molti secoli, Gaza, con la sua posizione strategica, è stata un “palcoscenico” per molti fra i “grandi costruttori di imperi: egiziani, babilonesi, persiani, Alessandro, i romani, i mongoli, gli ottomani e gli inglesi”. Tuttavia, nell’ultimo secolo nell’era ribattezzata del “nazionalismo” ha registrato un progressivo isolamento trasformandosi in una “prigione a cielo aperto” e oggi la città è “un cumulo di rovine. Da centro cosmopolita, Gaza City - conclude - è diventata un capolinea. Ma se si vuole che la sua gente abbia un futuro, anche la storia e la cultura di Gaza devono poter risorgere dalle ceneri” partendo dalla salvaguardia e dalla salvezza “dei suoi abitanti”.

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07/12/2023
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