Società

di Roberto Signori

Violenza a Catania, chi sono i sette insospettabili

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Sereni nonostante un vissuto non facile. Degli insospettabili, insomma. È il ritratto, fatto da chi nelle comunità alloggio che li ospitavano li ha conosciuti, dei sette egiziani fermati per avere stuprato, davanti al fidanzatino, una 13enne catanese. Un giudizio che contrasta nettamente con le accuse che gli inquirenti rivolgono loro. Gli operatori delle strutture li descrivono come giovani «normali», in contatto con le famiglie d’origine che hanno lasciato per cercare fortuna in Italia.

In Sicilia sono arrivati tra il novembre del 2021 e il marzo del 2023. Tutti avrebbero raggiunto da minorenni le coste dell’isola affrontando il viaggio in mare su un barcone. Non potendo essere espulsi perché non avevano ancora 18 anni Due dei sette indagati hanno collaborato con gli investigatori. Non avrebbero violentato la vittima, ma hanno certamente assistito allo stupro e, come gli altri, sono accusati di violenza sessuale di gruppo. Il primo ad accettare, su richiesta dell’operatore del centro a cui aveva raccontato quanto era accaduto, di parlare con i carabinieri ha 19 anni. La struttura di Catania è la sua prima casa in Italia. È lì che ha frequentato corsi di italiano e avrebbe a breve dovuto cominciare i laboratori formativi a cui seguono i tirocini, una porta concreta per l’accesso al lavoro. Generalmente i ragazzi vengono poi mandati in aziende che si occupano di ristorazione, edilizia o turismo. Il permesso di soggiorno rilasciato ai minori gli era scaduto ed era in attesa che fosse convertito in permesso studio-lavoro. Il tribunale aveva già espresso parere favorevole. Non parla benissimo italiano e il suo racconto della sera dello stupro è stato tradotto agli investigatori da un mediatore culturale.

Con lui la sera della violenza c’era un altro ospite della struttura. In comunità era arrivato da qualche mese dopo il trasferimento da un altro centro. Maggiorenne da poco, il permesso di soggiorno gli era scaduto e aveva ricevuto un nuovo documento, la cosiddetta misura di lungo periodo per l’integrazione. Dopo un tirocinio formativo, infatti, aveva cominciato a lavorare nell’edilizia. «Quel che è accaduto ci ha sconvolti — racconta l’avvocata Angela Pennisi, responsabile Area legale immigrazione della comunità — Il ragazzo mantiene il legame con la sua la famiglia di origine, ha partecipato alle attività della parrocchia e di animazione e ai laboratori di fotografia… È un giovane che ha mostrato sempre desiderio di impegnarsi, dando buoni riscontri. Lo definirei una persona dolce».

Anche lui, come il connazionale che vive nel centro, ha scelto di parlare con i carabinieri. Qualche ora dopo l’amico è andato in caserma insieme a un operatore e ha raccontato la sua versione dei fatti. «Non l’ho violentata», avrebbe detto in un italiano stentato. Nella ricostruzione degli investigatori avrebbe assistito alla violenza senza però intervenire in difesa della vittima. Al contrario dell’amico, a cui subito sono stati concessi gli arresti domiciliari, lui è ancora in carcere.

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06/02/2024
2802/2024
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