Politica

di Roberto Signori

Attacco all’agricoltura

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Ha suscitato non poche polemiche il botta e risposta di domenica scorsa 4 febbraio su X tra Stefano Feltri, già direttore di Domani, oggi curatore del sito e newsletter Appunti, e Lorenzo Castellani, professore di storia delle istituzioni pubbliche alla Luiss. Lo scambio di battute ha avuto inizio con un post del prof. Castellani che recitava testualmente:

La doppia morale degli ambientalisti da scoperchiare: sussidi pubblici all’agricoltura no con argomenti liberisti, sussidi pubblici a tutto spiano per rinnovabili e veicoli elettrici sì con argomenti dirigisti. Almeno l’onestà intellettuale di non tirare in mezzo princìpi politici.

Cui Feltri ha poi replicato commentando in questo modo:

I sussidi a rinnovabili e auto elettriche servono a favorire innovazione e creare un mercato, quelli all’agricoltura a mantenere lobby organizzate che producono a condizioni sempre più fuori mercato. In un caso, benefici netti per la collettività; nell’altro, costi netti.

Agricoltura sotto attacco La diatriba è poi proseguita a distanza con ulteriore scambio di post che, tuttavia, tralasciamo di riportare perché meno significativi. Cominciamo col dire che questo scambio di battute è sintomatico della profonda frattura in atto da qualche anno nella nostra società, preda della cultura woke e delle sue pulsioni volte a scardinare i fondamenti su cui poggia il nostro patto sociale.

In quest’ottica, l’agricoltura viene duramente attaccata a tutti i livelli perché è, delle attività umane, quella più legata al territorio e alle sue specificità locali, alla tradizione e all’ordine naturale delle cose, in contrapposizione invece con il destino fatto di globalismo e di uniformazione che vorrebbero riservarci i grandi gruppi multinazionali per creare i “consumatori perfetti” – come ama definirli Bonifacio Castellane – e la loro “vita a debito”. Ecco quindi che si colpisce l’agricoltura per colpire uno dei cardini della società occidentale.

La cosa è così lampante che riesce a capirla persino un ingegnere semplice come me. L’opinione del prof. Castellani è così cristallina che mi sembra persino offensivo farne la chiosa. Spero non me ne vorrà quindi il professore se provo a esprimerla “a parole mie”.

In buona sostanza, in nome della solita dottrina antiscientifica clima-catastrofista della CO2 responsabile di tutti i mali del pianeta, gli esponenti della setta della “transizione green” pretendono che determinate tecnologie – eolico, fotovoltaico, auto elettriche, pompe di calore e chi più ne ha più ne metta – vengano sussidiate sine die con tipico approccio dirigista – sovietico, aggiungerei – ma al tempo stesso pretenderebbero di cancellare tout court i sussidi all’agricoltura adducendo motivazioni liberiste – competitività, innovazione, etc.
La contraddizione sottesa a questo approccio è duplice: logica e sostanziale. La contraddizione logica è evidente: non si può essere al tempo stesso dirigisti e liberisti, salvo essere preda di schizofrenia politica o, più semplicemente, di opportunismo e perseguire fini diversi da quelli dichiarati.

Le contraddizioni dei clima-catastrofisti

La contraddizione sostanziale è altrettanto evidente: non è affatto vero, infatti, che le tecnologie che i clima-catastrofisti vorrebbero sussidiare sine die possano incidere in alcun modo positivamente sul clima perché:
Ma è la risposta di Stefano Feltri quella che suscita le maggiori perplessità e apre uno squarcio, un’epifania, su una concezione del mondo al contrario, come direbbe il buon Vannacci.

  1. Non vi è alcuna prova scientifica che un aumento di concentrazione della CO2 in atmosfera causi un aumento della temperatura media globale o una qualsivoglia altra modificazione climatica secondo un rapporto di causa-effetto. Analogamente, non vi è alcuna prova scientifica che a una riduzione di concentrazione della CO2 in atmosfera corrisponda una riduzione della temperatura media globale secondo un rapporto di causa-effetto.
  2. A fortiori, non vi è alcuna prova scientifica che soltanto la quota di CO2 di origine antropica sia quella responsabile delle asserite modificazioni climatiche. Ricordiamo che essa è circa il 5 per cento del totale che circola in natura: 37 Gt/anno contro un totale di 750 Gt/anno scambiate di continuo tra atmosfera, oceani e terre emerse.
  3. Di conseguenza, non vi è alcuna prova scientifica che l’uomo sia responsabile di alcuna modificazione del clima, come abbiamo dimostrato in un nostro precedente articolo.
  4. Ammesso e non concesso che la CO2 possa costituire un qualsivoglia problema, cosa tuttavia destituita di ogni fondamento scientifico, le tecnologie che gli adepti della setta della “transizione green” vorrebbero sussidiare ad libitum sono tutt’altro che neutrali dal punto di vista della loro “impronta di carbonio”, come invece quei fanatici vorrebbero dare a bere. Basti pensare, ad esempio, alle lavorazioni devastanti per l’ambiente per costruire le batterie agli ioni di litio per le auto elettriche, quelle per costruire i pannelli fotovoltaici, o i bluff dell’e-fuel e dell’idrogeno verde, tanto per citare alcuni dei loro totem.

Sussidi senza mercato

Feltri sostiene infatti che i sussidi alle tecnologie cosiddette “rinnovabili” – che di rinnovabile in realtà hanno solo il nome – e alle auto elettriche servirebbero a favorire l’innovazione di prodotto e a creare un mercato. Egli cioè inverte la causa con l’effetto: in realtà, il mercato di eolico e fotovoltaico sta in piedi oggi solo ed esclusivamente per via di quegli stessi sussidi senza i quali non ci sarebbe mai stato un mercato per queste tecnologie che, ricordiamolo, sono ormai obsolete e hanno raggiunto la piena maturità tecnologica da più di vent’anni.

Stessa cosa per le auto elettriche: non esisterebbe alcun mercato se gli Stati non garantissero generosi incentivi per il loro acquisto. Basti pensare agli incentivi – scandalosi, a detta di chi vi scrive – disponibili in Italia quest’anno per l’acquisto di un’auto full electric rottamando un’auto Euro 0-1-2: si va dai 13.500 euro per chi ha un Isee inferiore ai 30.000 euro agli 11.000 euro per Isee superiori ai 30.000 euro.

Quanto all’innovazione di prodotto, Feltri sembra avere le idee davvero confuse: egli confonde infatti i finanziamenti alla ricerca – che devono essere necessariamente limitati nel tempo e accompagnare un concetto innovativo nella sola fase di immaturità tecnologica – con i sussidi sine die a tecnologie ormai mature.

Infatti, come abbiamo già scritto tempo fa, è non solo giusto ma sacrosanto sostenere economicamente una nuova tecnologia che sia promettente ma che ha bisogno di essere sostenuta per superare la fase di “mortalità infantile”. Essa va accompagnata e sostenuta in tutte le sue fasi di sviluppo: dall’idea concettuale di base fino al raggiungimento della maturità commerciale.

Naturalmente, in quest’ottica è contemplato anche il fallimento: non è necessariamente detto che un concetto innovativo riesca a raggiungere la sua maturità commerciale, vuoi per problemi tecnici, vuoi per problemi di competitività economica con le altre tecnologie concorrenti già presenti sul mercato.

Viceversa, se una tecnologia ha successo e raggiunge la maturità commerciale, quello è il momento di abolire ogni ulteriore incentivo e a partire dal quale quella tecnologia dovrebbe cominciare a ripagare la comunità che l’ha sostenuta con i suoi benefici tecnologici ed economici.

Ciò che invece accade con eolico e fotovoltaico e, più di recente, con le auto elettriche, è l’esatto opposto: nonostante la maturità tecnologica raggiunta già da vent’anni, si è continuato a sussidiarle in nome di scelte ideologiche che nulla hanno a che vedere con la scienza o con la tecnica. È il frutto avvelenato dell’ideologia “green” che devasta l’Occidente dal ’68 e dall’emergere di personaggi come Daniel Cohn-Bendit che hanno fatto dell’ideologia “green” la loro comoda scorciatoia verso facili carriere politiche e “culturali”.

Peraltro, il principale ostacolo all’innovazione viene proprio dal sussidiare ad libitum sempre le solite tecnologie: perché infatti imbarcarsi nella rischiosa avventura di innovare un prodotto con la probabilità di fallire se si hanno comunque i sussidi garantiti sempre sugli stessi vecchi concetti senza che si debba rischiare un solo euro del proprio denaro?
Ma dove l’opinione di Feltri raggiunge l’apoteosi – nel mondo al contrario, s’intende – è nella sua concezione di agricoltura come “lobby fuori mercato” che fa il paio con il fondo di Massimo Giannini su la Repubblica, che ha definito gli agricoltori “i nuovi kulaki”, cioè quei contadini russi che, nel tardo periodo zarista e nei primi anni del bolscevismo, possedevano gli appezzamenti di terra che facevano coltivare da altri contadini spesso in condizioni di sfruttamento. Quegli stessi kulaki che furono poi letteralmente sterminati da Stalin durante le sue famigerate “purghe”.

L’agricoltura come lobby fuori mercato

È del tutto surreale che Stefano Feltri, uno dei principali sostenitori della lobby delle rinnovabili – quella sì una vera lobby appoggiata dalla finanza speculativa internazionale – additi gli agricoltori come lobby fuori mercato: anche in questo caso, è il mondo al contrario in purezza.

Peraltro, i sussidi di cui gode l’agricoltura in Italia, classificati come “sussidi ambientalmente dannosi” (sic!), sono solo 935 milioni di euro l’anno stanziati come sgravio delle accise sui prodotti energetici nei lavori agricoli. Briciole in confronto agli 11,8 miliardi di euro stanziati dallo Stato per i sussidi all’installazione di impianti eolici e fotovoltaici che quasi sempre finiscono nelle tasche dei grossi gruppi finanziari internazionali come JP Morgan, e ai 10 miliardi di euro che paghiamo tutti in bolletta per elargire a quegli stessi proprietari di impianti eolici e fotovoltaici le tariffe incentivanti sulla produzione di energia elettrica. Il mondo al contrario, appunto.
Certo, accanto al sostegno italiano ci sono poi i sussidi Ue derivanti dal Piano Agricolo Comune (PAC) che sulla carta, per il quinquennio 2023-2027, assegna fondi per il perseguimento dei seguenti ambiziosi obiettivi:
Ma che, nella maggioranza dei casi, si riduce a pagare gli agricoltori per non coltivare la terra, sempre in ossequio al folle perseguimento degli obiettivi della setta della “transizione green” secondo cui l’agricoltura e l’allevamento sarebbero fonti di produzione di CO2 e di metano, quindi gas serra che, sempre secondo il credo della religione “green”, causerebbero i cambiamenti climatici.

Pagati per non coltivare

  • Garantire un reddito equo agli agricoltori
  • Aumentare la competitività
  • Migliorare la posizione degli agricoltori nella filiera alimentare
  • Agire per contrastare i cambiamenti climatici
  • Tutelare l’ambiente
  • Salvaguardare il paesaggio e la biodiversità
  • Sostenere il ricambio generazionale
  • Sviluppare aree rurali dinamiche
  • Proteggere la qualità dell’alimentazione e della salute
  • Promuovere le conoscenze e l’innovazione.

Sicché, nel mondo al contrario di Feltri e Giannini gli agricoltori sarebbero i pericolosi avvelenatori dell’ambiente, contrapposti alle benefiche multinazionali che invece, con la carne sintetica, vermi e insetti, ci salverebbero dal disastro ecologico. Non aggiungo altro e lascio a voi tirare le conclusioni di questi deliri in salsa “green”.

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08/02/2024
2802/2024
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