Storie

di Nathan Algren

Pechino e la Santa Sede: segnali positivi

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Negli ultimi giorni sono giunte notizie commentate, giustamente, in modo positivo dagli osservatori: tre nuovi vescovi sono stati ordinati, con l’approvazione di entrambi le parti, in osservanza dell’accordo. Il 2023 era stato un annus horribilis per la Santa Sede, con il clamoroso trasferimento a Shanghai del vescovo Shen Bin. Era il secondo atto unilaterale della Cina che aveva estromesso la Santa Sede da ogni consultazione. Il Vaticano ha protestato. Dopo di che, ha accettato quanto successo, chiedendo però che la situazione non si ripeta.

Le ultime tre ordinazioni concordate, corredate dal riconoscimento da parte della Santa Sede della costituzione di una nuova diocesi (Weifang, nella provincia di Shandong, con confini ridisegnati dalle autorità cinesi) hanno dato l’impressione che ci sia, da parte cinese, la volontà di non rompere con Roma e di ratificare permanentemente l’accordo.

Occorre ricordare che queste ‘buone’ notizie vanno contestualizzate: se è vero che il papa nomina i vescovi, essi non sono scelti da lui ma da un processo autonomo guidato dalle autorità cinesi, i cui dettagli non sono conosciuti, in quanto il testo dell’accordo rimane segreto. Quelli eletti in Cina sono dunque vescovi cattolici, ma allo stesso tempo certamente graditi alle autorità. Inoltre è bene evidenziare che in nessun modo, in Cina, il papa e la Santa Sede o l’accordo vengono menzionati all’annuncio di tali nomine. Temo che anche nel corso della liturgia dell’ordinazione stessa, la nomina pontificia non sia messa in debito risalto. In ogni caso, da tempo le celebrazioni delle consacrazioni episcopali non sono accessibili a osservatori esterni.

Il doppio registro - nomine che sembrano dare forza all’accordo da una parte; silenzio sul ruolo di Roma dall’altra - è ancora più evidente se si legge il Piano quinquennale per la sinicizzazione del cattolicesimo in Cina (2023-2027). Tale Piano, molto dettagliato e articolato in quattro parti e 33 paragrafi, è stato approvato il 14 dicembre del 2023 dall’organismo ufficiale che unisce la Conferenza dei vescovi cattolici (non riconosciuta dalla Santa Sede) e l’Associazione Patriotica dei Cattolici Cinesi: entrambe operano sotto la supervisione del Fronte Unito, l’ufficio del Partito comunista che governa la vita religiosa del Paese. Il documento è stato pubblicato il giorno di Natale presso il sito della Chiesa Cattolica Cinese. Un simile documento per le chiese protestanti era uscito il 19 dicembre.

Composto da 5000 caratteri (corrispondono a circa 3000 parole italiane), il Piano quinquennale ‘cattolico’ non nomina mai il papa e la Santa Sede; né l’accordo intervenuto tra il Vaticano e la Cina. Il leader Xi Jinping è invece nominato quattro volte; cinque volte viene ribadito che il cattolicesimo deve assumere ‘caratteristiche cinesi 中国特色 ’. La parola sinicizzazione (中国化) la fa da padrona: ricorre ben 53 volte.

Il Piano è il programma di lavoro per rendere il processo di sinicizzazione più profondo, ideologico e efficace: “È necessario intensificare la ricerca per dare fondamento teologico alla sinicizzazione del cattolicesimo, per migliorare continuamente il sistema del pensiero teologico sinicizzato, costruire un solido fondamento teorico per la sinicizzazione del cattolicesimo, affinché esso si manifesti costantemente con caratteristiche cinesi”.

Chi da anni studia la politica religiosa del governo cinese non trova in questa impostazione grandi novità: quello che ci impressiona, però, è la fermezza e la perentorietà del linguaggio. Come se non ci fosse stato nessun dialogo e nessun riavvicinamento con la Santa Sede; come se il riconoscimento del papa di tutti i vescovi cinesi non contasse niente; come se non ci fosse un accordo tra la Santa Sede e la Cina che offre al mondo l’impressione che il cattolicesimo romano abbia trovato ospitalità e cittadinanza in Cina.

Da teologo mi impressiona il progetto di dare un fondamento teologico alla sinicizzazione. Troppo facile per osservatori superficiali giustificarlo, e scambiare questa termine come una tappa del legittimo processo ecclesiale dell’inculturazione. Non è così: qui non ci sono credenti che liberamente cercano un dialogo virtuoso tra la fede cattolica e le proprie appartenenze culturali. Si tratta piuttosto dell’imposizione, da parte di un regime autoritario, dell’adattamento della pratica della fede alla politica religiosa stabilita d’imperio dalle autorità politiche.

Cento anni fa, dal 15 maggio al 12 giugno del 1924, si tenne il Concilio di Shanghai, il primo incontro di tutti in vescovi di Cina (ahimè, allora non c’era ancora alcun cinese tra di loro). Il concilio (interessante l’adozione di questo termine) fu convocato dal delegato pontificio Celso Costantini. Quest’ultimo era stato inviato in Cina a seguito dell’enciclica Maximun Illud del 1919, che imponeva alle missioni di procedere sulla via della dell’inculturazione. Diversi missionari, tra cui il Superiore generale del Pime Paolo Manna (oggi beato) avevano denunciato il carattere straniero della Chiesa cattolica in Cina. Nel 1926 furono finalmente ordinati i primi sei vescovi cinesi, e qualche anno dopo a Pechino, Costantini fondò una scuola per creare un’arte cristiana cinese. Partì cosi, con grave ritardo, il processo di sinicizzazione. E nell’anno centenario del Concilio di Shanghai è doveroso riflettere, storicamente e teologicamente, su queste vicende e sulle sfide per il futuro della fede in Cina.

Quello che riteniamo non accettabile è che il controllo da parte delle autorità politiche sui credenti cattolici - un controllo che si vorrebbe far passare come sinicizzazione - sia convenientemente e ambiguamente giustificato in nome dell’inculturazione del Vangelo.

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13/02/2024
2802/2024
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