Politica

di Giuliano Guzzo

Dati, non chiacchiere, sui pornoquartieri

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Per quanto si è ascoltato e letto finora, sembra quasi che l’essere favorevoli o contrari alla realizzazione, a Roma, di un quartiere a luci rosse sia solamente questione di prospettiva: da una parte il realismo di coloro che intendono almeno provare, monitorando il fenomeno della prostituzione, ad arginare il crimine, dall’altra quanti, in nome di ideali anche condivisibili ma astratti, si trincerano dietro una mera contrarietà di principio. In realtà, senza nulla togliere all’importanza di un valore altissimo quale è quello della dignità umana – che ogniqualvolta c’è prostituzione, clandestina o meno che sia, viene gravemente calpestato –, contro qualsivoglia ipotesi di “zonizzazione” della prostituzione vi sono anche argomenti di carattere segnatamente pratico che sarebbe grave trascurare dato che si basano su un elemento di inconfutabile concretezza: l’esperienza di altri Paesi, in particolare quella olandese.

Com’è noto, infatti, se c’è una nazione nella quale, anche ricorrendo ad appositi quartieri a luci rosse, da anni si tenta di governare il fenomeno della prostituzione, questa è proprio l’Olanda. Ebbene, da quelle parti, nel 2007 – cioè anni dopo la cancellazione del divieto in materia di “case chiuse”, datata 1° ottobre 2000 – il Ministero della Giustizia olandese ha commissionato un report, noto anche come studio “Daalder”, al fine di esaminare la situazione. Contrariamente alle aspettative, dalle sessanta pagine del report sono emersi quattro punti per nulla positivi, che riportiamo testualmente: 1) Nessun «miglioramento significativo delle condizioni delle persone che si prostituiscono»; 2) «Il benessere delle donne che esercitano la prostituzione è peggiorato rispetto al 2001 in tutti gli aspetti considerati»; 3) «È aumentato l’uso di sedativi»; 4) Le richieste di uscita da questo settore sono state numerose eppure solo il 6% dei Comuni, di fatto, offre l’assistenza necessaria.

Sono dati che forse stupiranno qualche entusiasta sostenitore dell’idea del Comune di Roma, ma che con ogni probabilità, in Olanda, non stupirono nessuno giacché già un anno prima del citato documento, nel 2006, un rapporto della polizia aveva rilevato parecchi episodi di prostituzione forzata riportando come nel famigerato quartiere a luci rosse di Amsterdam tantissime donne venissero sfruttate proprio da quella criminalità organizzata che, secondo qualcuno, verrebbe neutralizzata se solo si regolamentasse la prostituzione. E non è finita. Qualche anno dopo, nel 2010, il RIEC Noord-Holland, un organo governativo impegnato nella prevenzione del crimine, ha pubblicato una ricerca dalla quale si appurato un dato decisamente avverso all’idea – diffusissima ma assai ingenua – secondo cui la regolarizzazione di un fenomeno, come per magia, ne comporta la scomparsa del lato clandestino: gli annunci di prostituzione pubblicati sui giornali e su internet riguardanti bordelli effettivamente in regola sono appena il 17%.

Una percentuale compatibile con la stima secondo cui, in terra olandese, circa l’80% delle prostitute svolge la propria professione in modo illegale o solo parzialmente regolare pur potendo serenamente fare altrimenti. A questo punto, pur prendendo le distanze dalle intenzioni del Comune di Roma, verosimilmente vi sarà comunque chi rimarrà convinto della necessità di abrogare la Legge Merlin procedendo con la riapertura delle case di tolleranza. Idea buona? Valida risposta alla prostituzione come forma schiavitù? Non si direbbe: con un lavoro condotto da ricercatori delle università di Heidelberg, Berlino e Londra, i quali hanno esaminato dati raccolti in ben 161 Paesi fra il 1996 e il 2003, si è giunti alla conclusione – in verità non così sorprendente, alla luce di quanto già ricordato – che una politica di liberalizzazione della prostituzione comporta e può comportare un aumento del traffico e dello sfruttamento di persone ridotte a pura merce di scambio (Economics of Security Working Paper, 2012).

Ora, se clandestinità e sfruttamento criminale non ne escono contrastati in maniera efficace, che senso avrebbe tornare alle case chiuse? Che soluzione mai potrebbe rappresentare, ad un problema, una scelta che di fatto non lo risolverebbe, ma lo farebbe solo credere risolto? La comunque opinabile possibilità di maggiori entrate per il fisco – ammesso e non concesso che, una volta regolarizzate, le prostitute, senza evadere neppure un euro, si sottopongano in massa alle vampiresche imposte italiane – conta più della certezza di un fallimento? Data la posta in gioco, vale la pena misurarsi fino in fondo con questi laicissimi dubbi. Nella consapevolezza, comunque, che un’alternativa – molto concreta e, questa sì, davvero umana - ci sarebbe, ed è quella indicata da don Oreste Benzi (1925-2007), che dedicò tutta una vita a liberare le schiave spiegando loro, con la forza di un abbraccio, che c’è vita oltre il marciapiede. Alternativa faticosa e complessa? Può darsi. Ma ricordiamoci, con Nicolás Gómez Dávila (1913–1994), che «ciò che non è complicato è falso».

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12/02/2015
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