Società

di Mario Adinolfi

La discriminazione che nasce dall’ideologia gender

Abbonati agli albi cartacei de La Croce e all’archivio storico del quotidiano

A Radio 24 ieri mi hanno fatto commentare (ne ho parlato anche a Il Mormorio di un vento leggero su Radio Maria) l’ultima infernale storia figlia del trionfo dell’ideologia gender negli Stati Uniti, dove la desessualizzazione della genitorialità è ormai dogma inscalfibile e l’idea che i figli nascano da due mamme o da due papà materia insindacabile, pena galera e stigma sociale. I fatti. Due donne bianche lesbiche in Illinois vorrebbero avere figli. Esiste in natura un limite rispetto a quel desiderio, ma le norme trasformano il desiderio in diritto e i denari fanno il resto. Così le due donne vanno a comprarsi figlio e necessario corredo paterno presso un’azienda specializzata. Stipulano l’inevitabile contratto di compravendita, versano decine di migliaia di dollari, ottengono quello che vogliono. Ma il diavolo fa le pentole, qualche volta non i coperchi. Così, invece del donatore 380 che di cui avevano acquistato il flaconcino di sperma per avere un figlio “caucasico” (cioè bianco), arriva il flaconcino del donatore 330, afroamericano. In magazzino con i prodotti succede. Tu compri quella bella lavatrice che stava precisa nella nicchia ricavata nel muro della cucina, ti mandano quell’altro modello che invece non c’entra per niente. Ti incavoli e vai su tutte le furie, cerchi di avere la lavatrice giusta oppure ti fai ridare i soldi, se non succede né l’una né l’altra cosa fai causa. Lo stesso hanno fatto le donne che avevano trasformato la genitorialità nell’acquisto di una lavatrice, “mamme” che hanno trasformato il loro desiderio in diritto e il bambino in oggetto reificato di una compravendita, il neonato in una cosa. Ma le persone non sono cose. E i figli non si pagano. Quante volte l’avrò ripetuto?

Qui comincia la parte più surreale di questa surreale vicenda: la causa in tribunale. Le due donne si rivolgono alla legge per “nascita errata”. La sola fattispecie mette i brividi perché nella società che ha appena proclamato tronfia che “love wins” queste due donne pronunciano l’impronunciabile: la nascita è errata perché la figlia (sì, dal pasticcio è nata una splendida bambina) è nera e non bianca, come da contratto. La motivazione fa talmente arricciare il naso persino agli ideologi americani del gender, per i quali per capirci chi non la pensa come loro deve finire in galera, che le due donne devono correre ai ripari e dichiarare che amano tanto la bambina ma avrà difficoltà a crescere in un contesto di bianchi. Ma come, ma “love” non “wins” più? Cos’è, si scopre la difficoltà dell’essere genitori, dello spiegare le difficoltà del mondo? Volevano solo una bambolina, un gioco senza fatica? E poi, soprattutto, che c’entrano queste motivazioni con la causa alla “società produttrice”? E con quella vergognosa fattispecie: “nascita errata”?
Tutte chiacchiere, dunque, le dichiarazioni delle due. La verità è che è una causa di natura commerciale per un’infrazione di natura commerciale, un meccanismo innescato dall’aver trasformato la persona in una cosa, dall’aver desessualizzato la genitorialità, dall’aver escluso nello specifico la presenza di una figura paterna. Solo una questione di soldi, alla fine. E di “prodotto fallato” consegnato dal costruttore al consumatore.
Arriva poi la parte più terrificante della storia. Le due lesbiche bianche perdono la causa perché il tribunale dell’Illinois considera il fatto che sia nata una figlia nera non inserita nella fattispecie di “nascita errata”. Vi state lasciando andare a un sospiro di sollievo perché almeno questa storia che puzza di razzismo lontano un miglio almeno ha un lieto fine? Aspettate un attimo, leggete le motivazioni. Il giudice dice che la nascita non è errata perché la bambina è sana. Se fosse stata malata, allora sì che potevano far causa. “Love” non “wins” più se la piccola fosse stata bisognosa di cure, allora sì che il tribunale avrebbe persino dato ragione alle due lesbiche. Questo è l’inferno delle persone trasformate in cose.
Mentre mi facevano commentare la storia a Radio 24 mi assaliva un senso di profonda tristezza, perché tutti gli interlocutori si dicevano d’accordo con il mio orrore, ma quando ho affermato che tutto questo è inevitabile conseguenza del voler affermare l’assunto principale dell’ideologia gender e che dunque i figli possono nascere da due papà e da due mamme, subito si ritraevano. Quando ho affermato che in Italia vorrebbero approvare una legge che consente di trasformare il falso in vero, di dichiarare i figli nati da due papà o da due mamme, che io mi batto contro quella legge (il ddl Cirinnà) perché tutto questo schifo infernale è conseguenza dell’approvazione di leggi simili, subito sono cominciati i distinguo. E invece lo cose stanno insieme. Desessualizzate la genitorialità e queste saranno le inevitabili conseguenze. Ora sta a noi scegliere. E sta a noi batterci. E’ chiaro che è in gioco l’idea di società che governerà il nostro futuro, la dignità della persona e, in sintesi, la natura stessa dell’essere umano? Non questioni da poco. Questioni straordinarie. Che richiedono una straordinaria intensità nel mettersi in gioco come testimoni di verità, pronti a pagare qualsiasi prezzo sia richiesto. Negli Usa, nella terra dove se nasci malato sei una “nascita errata”, hanno già cominciato a mandare in carcere chi si oppone all’ideologia gender. Kim Davis, impiegata che si è opposta alla sentenza sui matrimoni gay, non è stata licenziata: è stata inviata nelle patrie galere. Perché anche gli americani sono un po’ maoisti: colpirne uno per educarne cento. Kim Davis è un monito per tutti. Subite, tacete o sarà carcere.
Il ddl Scalfarotto da noi costruisce lo stesso tipo di società, con pene pure più pesanti, fino a sei anni di galera. Dopo l’arresto di Kim Davis ho contato decine di messaggi che chiedevano per me lo stesso trattamento, che lo ritenevano pienamente giustificato e applicabile. Avete capito che la lotta contro l’ideologia gender si fa dura e piena di pesanti conseguenze? Quanto di voi stessi metterete in gioco?

Abbonati agli albi cartacei de La Croce e all’archivio storico del quotidiano

08/09/2015
0302/2023
Santi Biagio e Angsario (Oscar)

Voglio la
Mamma

Vai alla sezione

Politica

Vai alla sezione

Tag associati

Articoli correlati

Media

Raiuno, la rete che fu “cattolica”

Dal primissimo mattino alla tarda serata, propaganda dell’ideologia gender e sostegno al “matrimonio” gay sembrano essere il core business della rete ammiraglia del servizio pubblico

Leggi tutto

Politica

Belgio, via il genere maschile o femminile dai documenti

Il governo di Bruxelles ha inviato al Parlamento la proposta di eliminare l’identificazione binaria di genere dalle carte d’identità

Leggi tutto

Società

Uomo trans ammesso in spogliatoio femminile

Gli spazi riservati alle donne stanno diventando sempre meno riservati e sempre meno sicuri,

Leggi tutto

Politica

Brigitte Macron contro la lingua gender.

La professoressa del presidente impugna la penna rossa. E nel friabile dibattito sui generi «fluidi», Brigitte Macron la usa come un piccone per abbattere l’ipocrisia del vocabolario politicamente corretto; che a Parigi sta prendendo piede tanto nella pubblica amministrazione quanto nelle università d’élite. Infatti, dalla Sorbona al Comune della capitale francese, i nomi su alcuni documenti vengono già declinati con genere neutro: per non offendere nessuno, si usa «iel», contrazione tra «il» ed «elle». Via maschile e femminile, con buona pace della letteratura d’Oltralpe.

Leggi tutto

Politica

Gender, l’uomo rinnega se stesso

Con la propaganda all’ideologia del gender l’uomo rinnega se stesso. Il vescovo di Ferrara nella prefazione all’ultimo libro di Gianfranco Amato

Leggi tutto

Media

Manifesti non gender nelle scuole

Contrariamente a quanto si creda, le amministrazioni comunali possono fare molto per arrestare i tentativi – molto spesso subdoli e surrettizi – di introdurre l’ideologia gender nell’insegnamento scolastico. Non dimentichiamo mai che il Comitato Difendiamo i Nostri Figli, di cui mi onoro di essere stato un cofondatore, esordì con la spettacolare e indimenticabile mobilitazione pubblica di Piazza San Giovanni a Roma, il 20 giugno 2015, proprio sul delicato tema della libertà d’educazione dei genitori. Le prossime elezioni amministrative rappresentano un ottimo banco di prova per tornare a rivendicare le ragioni profonde che hanno generato la straordinaria esperienza dei Family Day. E il Popolo della Famiglia è nato proprio per questo scopo. Non dimentichiamocene quando, nel segreto dell’urna, saremo chiamati ad esprimere chi dovrà rappresentare nelle istituzioni tutte quelle famiglie che non hanno avuto paura di sfidare il Potere in una delle più grandi manifestazioni pubbliche che il nostro Paese abbia mai visto dal dopoguerra ad oggi. Sì, mi riferisco proprio al Family Day del Circo Massimo. Quel popolo non può essere tradito un’altra volta.

Leggi tutto

La Croce Quotidiano, C.F. P.IVA 12050921001

© 2014-2023 La Croce Quotidiano