Chiesa

di Claudia Cirami

Perdono, genocidio e misericordia

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Perdono, genocidio e Misericordia. Da questi tre termini è delimitata e insieme custodita la sofferenza di un popolo, quello ruandese. Al centro c’è il genocidio del 1994, perché una riconciliazione non può avvenire se si ignorano i tragici fatti di più di vent’anni fa. Tuttavia, ai lati ci sono i balsami del perdono e della Misericordia, versati sulle ferite della memoria, gli unici unguenti che possono trasformare il dolore causato da tanta barbarie in occasione di grazia. In questi giorni, a chiusura dell’Anno Santo della Misericordia, la Conferenza Episcopale del Ruanda ha così diffuso una lettera in cui si chiede perdono per i crimini commessi anche dagli stessi cattolici ruandesi. È stata usata lingua locale, il kinyarwanda, e il testo sarà presto tradotto in francese e in inglese. Sono 14 i punti trattati dal documento, a riprova della grande attenzione che la Chiesa ruandese riserva ancora oggi al genocidio e alla riconciliazione. La lettera è stata letta nelle parrocchie ruandesi domenica 20 Novembre.

Intervistato dall’agenzia Fides, monsignor Philippe Rukamba, vescovo di Butare e presidente della Conferenza episcopale del Ruanda, ha spiegato che è impossibile parlare di misericordia nel suo paese senza fare i conti con il genocidio. Spiegando poi la lettera, ha chiarito che questa si divide in due parti: nella prima si eleva un ringraziamento a Dio per quanto ha dato al popolo ruandese, compresa la Chiesa Cattolica, che è nel paese africano da più di 100 anni; nella seconda c’è invece la richiesta di perdono. Non una richiesta di perdono a nome della Chiesa, ma a nome di quei fedeli che – nelle durissime circostanze della guerra civile – si sono mostrati infedeli agli insegnamenti evangelici, violando quanto di più sacro esiste nella professione di fede.

«Non abbiamo dimostrato di essere una famiglia, ci siamo uccisi a vicenda»: forse la frase più forte di tutto il documento dove è evidente il capovolgimento delle relazioni di cui dovrebbe essere intessuta una società civile e, prima di tutto, la comunità cristiana. Quando per motivi umani si arriva a detestare con tutto se stesso l’altro, si perpetua, nei secoli, il sacrificio di Abele ad opera dello stesso fratello, Caino, che doveva relazionarsi con lui e, invece, lo ha soffocato nel sangue.

La lettera dei vescovi costituisce un momento di verità che ha una grande rilevanza. È un’ammissione importante, perché se la Chiesa Cattolica ruandese non può essere accusata di genocidio – anzi, è giusto sottolineare che furono trucidati anche molti cattolici – non così si può dire di alcuni suoi membri. Una lettera, in fondo, attesa perché quello cattolico è il gruppo religioso più esteso nel paese ed era impossibile pensare – come poi ha mostrato la giustizia – che tanta barbarie non toccasse in alcun modo i fedeli. Fare i conti con la verità è un atto di coraggio, ma anche di speranza: solo chiedendo perdono e riconciliandosi c’è la possibilità di avviare i motori, senza false partenze. Insieme alla richiesta di perdono, nella lettera viene anche condannata l’ideologia del genocidio, il cui frutto amaro è stata questa immane tragedia.

Durante il genocidio, gli estremisti Hutu massacrarono più di 800.000 persone di etnia Tutsi, insieme a diversi moderati Hutu, che non erano d’accordo con le violenze. Teatro dei massacri furono anche alcune chiese, con la triste complicità di qualche sacerdote cattolico, poi condannato dal Tribunale Internazionale. Le fasi drammatiche avvennero tra l’Aprile e il Luglio del 1994. Furono 100 giorni spaventosi, scatenati dall’omicidio del presidente rwandese Juvénal Habyarimana (ma le liste dei “nemici” da annientare erano già pronte, perciò fu un’operazione pianificata). Con machete e altre armi, uomini massacrano altri uomini soltanto per questioni di etnia. Più volte in anni lontani ci siamo confrontati a distanza con la realtà del genocidio, ma questo genocidio moderno ci spaventa e addolora perché è ancora più vicino nel tempo. Il 1994 è l’anno in cui ci lasciano il leader dei Nirvana, Kurt Cobain, Ayrton Senna, Karl Popper. Che c’entrano il grunge, la Formula 1 e la filosofia contemporanea con un barbaro e antimoderno genocidio? Il 1994 è anche l’anno in cui riapre la Cappella Sistina dopo il lungo restauro. Che c’è tra la bellezza dell’arte (e la conseguente cura che mostriamo per i suoi tesori) e la crudezza di un massacro di esseri umani di proporzioni così spaventose?

Eppure, con una coincidenza che a distanza di tempo appare quasi profetica, proprio in quell’anno, il mese prima, il film di Spielberg, Schindler’ s list, fece incetta di Oscar. Una lista antica per salvare gli uomini in un momento storico buio come la pece. Di contro una lista moderna per trucidare uomini in un momento che apparentemente sembrava luminoso. Quel film ci rivelava fino a che punto di abiezione gli uomini possono giungere quando idee folli e di sterminio prendono il sopravvento. Sembrava un tempo lontano e, invece, meno di un mese dopo, una nuova mattanza insanguinava una porzione di umanità, ancora una volta per motivi inspiegabili, se non con aberranti logiche umane.

E il mondo? Il ritardo con cui ci si accorse della tragedia richiama altri lontani ritardi. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite emanò una risoluzione solo il 21 Aprile 1994 e gli Stati Uniti, accettarono di parlare di atti di genocidio soltanto due mesi dopo. Un tempo apparentemente breve, ma per lo spazio temporale in cui furono massacrate quasi un milione di persone furono passi di una lentezza esasperante. Ancora una volta, di fronte ad un’aggressione su vasta scala e così efferata, l’umanità è giunta in un drammatico ritardo all’appuntamento con la storia della fraternità. Le lezioni che arrivano da un passato sofferto, per vari motivi – soprattutto economici e politici – non vengono mai veramente interiorizzate. Dopo, c’è solo il tempo per tristi “mea culpa”, quando e se arrivano, perché non tutti hanno poi il coraggio di chiedere il perdono.

San Giovanni Paolo II, più volte, aveva parlato prima delle tensioni nel paese e, fin dall’Aprile del 1994, non mancò di appellarsi al ritorno della pace: «Le tragiche notizie che giungono dal Ruanda suscitano nell’animo di tutti noi una grande sofferenza. Un nuovo indicibile dramma: l’assassinio dei capi di Stato di Ruanda e Burundi e del seguito; il capo del Governo ruandese e la sua famiglia trucidati; sacerdoti, religiosi e religiose uccisi. Ovunque odio, vendette, sangue fraterno versato. In nome di Cristo, vi supplico, deponete le armi, non rendete vano il prezzo della Redenzione, aprite il cuore all’imperativo di pace del Risorto! Rivolgo il mio appello a tutti i responsabili, anche della comunità internazionale, perché non desistano dal cercare ogni via che possa porre argine a tanta distruzione e morte» (Regina Coeli 10 Aprile 1994). Qualche settimana dopo, la voce del Papa si fa ancora più sofferente e vibrante: «Vi invito accoratamente, ad una preghiera sofferta e fervorosa per il Ruanda. La tragedia di quelle popolazioni sembra non voler arrestarsi: barbarie, vendette, uccisioni, sangue innocente versato, ovunque orrore e morte. Invito quanti detengono responsabilità ad una azione generosa ed efficace perché si arresti questo genocidio. È l’ora della fraternità! È l’ora della riconciliazione!» (Udienza Generale 27 aprile 1994).

A questi drammatici eventi – di cui San Giovanni Paolo II chiedeva la fine – si ricollegarono anche le apparizioni mariane, le prime riconosciute dalla Chiesa in Africa. Avvennero a Kibeho, nel Ruanda meridionale, tra il 28 novembre 1981 e il 28 Novembre del 1989. Alle tre studentesse di un collegio di suore, Colei che è stata riconosciuta e ora venerata come Nostra Signora di Kibeho chiese preghiere, penitenze, digiuni. A loro mostrò le violenze che sarebbero arrivate nel 1994 e che avrebbero potuto essere fermate con la preghiera e il sacrificio, se ci fosse stata una generale conversione all’appello per la pace di cui la Madre si era fatta portatrice. Come tante volte è accaduto, l’umanità purtroppo continua ad andare da tutt’altra parte rispetto alla strada indicata da Dio. Tuttavia parlare di riconciliazione e perdono – come hanno fatto i vescovi del Ruanda – e parlare della Misericordia di Dio, se anche salvasse una sola vita, non sarà mai tempo sprecato.

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24/11/2016
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