Chiesa

di Claudia Cirami

Il caso Ladaria e gli errori di certa stampa

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Il tema “vende” sempre bene. L’argomento “pedofilia nella Chiesa” è ormai l’evergreen che va bene con tutto, un po’ come un accessorio dai colori neutri. Così associarlo al nome di Luis Ladaria, appena nominato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, la “seconda carica per importanza” nella Chiesa, garantisce sempre un certo successo. Tanto più se il nome in questione è in fondo una scelta un po’ spiazzante di Papa Francesco: non il candidato “progressista” che ci si attendeva, che avrebbe sostituito l’“ingombrante” Müller, ma un prelato molto più moderato e non così “smanioso” di smantellare velocemente la dottrina in nome di una fantomatica “pastorale”, eufemismo che dal significato originario ha finito per indicare la liquidazione del depositum fidei. Smantellamento che, più o meno, è nelle speranze di anticlericali quanto di alcuni tra gli stessi cattolici, anche se per motivi diversi. E guai a chi si mette di traverso.

Qual è l’accusa rivolta a Ladaria, nello specifico? Secondo l’Espresso, con Fittipaldi – nome ormai noto quando c’è da far notare il vero o presunto “marcio in Danimarca” nell’ambito della Chiesa Cattolica – e Foschini, l’altro collega che ha firmato il pezzo, Luis Ladaria Ferrer, insieme all’ex Prefetto William Levada, ha chiesto che, per non dare scandalo ai fedeli, scendesse il silenzio sul caso di un prete che, dimesso dalla stessa Cdf allo stato laicale, ha continuato poi a molestare bambini. L’uomo, infatti, è diventato allenatore di una squadra sportiva giovanile e lì ha potuto tristemente fare del male ad altri minori.

Leggendo meglio, però, si vede che non c’è responsabilità alcuna del Ladaria. Perché nel decreto in latino, tradotto dal giornale, è messo in rilievo dagli stessi giornalisti che il silenzio auspicato per l’ordinario del luogo valeva solo in caso in cui non ci fosse ulteriore pericolo per nuovi abusi su minori. Ma i due giornalisti, invece di notare che dunque non c’è nulla di sbagliato nel modo in cui Levada prima di tutto e Ladaria, in seconda battuta, hanno gestito la questione, parlano di questa condizione aggiunta come di “postilla pilatesca”. Cosa ci sia di pilatesco in un documento che appare molto chiaro è tutto da capire. Chi doveva vigilare sull’uomo in questione non era certo Ladaria (peraltro, al tempo, solo Segretario della CdF: meglio ribadire). Inoltre, è bene sottolineare che i fatti si riferiscono a prima del severo giro di vite voluto da Papa Francesco sulla pedofilia. Nel febbraio 2016, il card. O’ Malley, a capo della Commissione voluta proprio dal Papa per occuparsi di questi problemi, in un comunicato così si esprimeva: «I nostri obblighi ai sensi del diritto civile devono essere rispettati, certamente, ma anche al di là di tali vincoli, abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società» (fonte Zenit, 17 Febbraio 2016).

Curioso poi che per una certa intellighentia che è laica, ma anche cattolica, il principale scopo sia quello di disfarsi dello “strapotere” del Vaticano (leggi: il Papa e la Curia Romana), puntando, per esempio, tutto sul termine “collegialità”, altro eufemismo che si traduce con “ogni Vescovo nella Chiesa dev’essere libero di fare quello che vuole”. Salvo poi accusare sempre il “Vaticano”, anche quando viene lasciata libertà ai singoli Vescovi di agire per il meglio. Ma i due giornalisti continuano per la loro strada, definendo questo richiamo alla responsabilità come “controsenso”, visto che il Vescovo non può fare nulla riguardo ad un prete che non è più prete. Né può farlo il superiore (visto che il prete in questione apparteneva ad un ordine religioso). Eppure, la responsabilità richiesta nel decreto dava la possibilità di denunciare pubblicamente la condizione subita qualora ci fosse stato un reale pericolo per i bambini. Ed era davvero così difficile vigilare su un uomo appena dimesso allo stato laicale che decide di rimanere nello stesso “paesino” – parola degli stessi giornalisti – e non di emigrare, far perdere le proprie tracce, cambiare identità? E con questa vigilanza mancata cosa c’entra Ladaria?

La conclusione/accusa è, invece, che il nuovo Prefetto avrebbe subito dovuto denunciare il pedofilo alla magistratura. Peraltro, secondo lo scritto degli stessi giornalisti, la procedura seguita da Levada e Ladaria era perfettamente conforme al diritto canonico e alla legge italiana. E allora? Non andava bene dal punto di vista etico, sentenziano i due. Ma, in tutta questa storia, quello che invece sembra esecrabile sotto il profilo etico, è mettere sulla graticola della gogna mediatica un teologo accreditato quale Ladaria, in nome del diritto ad informare, senza avere qualcosa di veramente scottante sotto mano.

Soprattutto la spiacevolezza è quella di aver utilizzato l’argomento “pedofilia” che ci rende tutti ovviamente sensibili perché ci sono di mezzo dei bambini. Di fronte a questo tema, che ha gravi ripercussioni nella vita delle vittime, ci si indigna il doppio (ed è il minimo) e spesso si perde anche la lucidità di leggere con calma un articolo e valutare serenamente la questione. La pedofilia è talmente abominevole per il senso comune che qualsiasi notizia fa perdere ogni serenità. La maggior parte di noi vorrebbe che nessun bambino soffrisse più quell’orribile violenza fisica e psicologica, da cui è difficile riprendersi e che marchia a fuoco un’esistenza. Per questo soffiare sul fuoco con un simile argomento può finire per “bruciare” anche chi non c’entra con questa gravissima piaga.

La “questione Ladaria” ha già avuto più che rilievo sulla stampa, visto che la notizia è stata rilanciata da altre testate, nazionali ed internazionali. Così il Prefetto, a pochi giorni, dalla sua nomina, è già additato come copri-pedofili, proprio lui che ha avuto la fiducia di Benedetto XVI, prima, e di Francesco, poi, due pontefici che più si sono dati da fare nella lotta alla piaga della pedofilia nella Chiesa e che hanno rinnovato l’approccio che la gerarchia ecclesiastica aveva con la gestione dei casi di preti pedofili. Per una parte della stampa, dunque, non ci troviamo più di fronte allo stimato gesuita, che è membro della Commissione Teologica Internazionale e che fu professore alla Gregoriana. Non siamo più di fronte a chi ci ha spiegato l’assioma trinitario di Rahner o peccato e Grazia. Non siamo più, soprattutto, di fronte ad un uomo che ha concretamente firmato decreti con prese di posizione ben determinate sulla pedofilia per fermare le tetre figure di preti che approfittano del loro ministero per abusare dei minori. Per i due giornalisti, e per i molti che leggeranno questa notizia, anche il cardinale Ladaria sarà etichettato solo come connivente di questa orribile piaga.

Proprio in questi giorni ha suscitato polemiche il video in cui Trump picchia un uomo a cui sul volto è stata sovrapposta l’icona della Cnn. L’emittente ha dichiarato che è un triste giorno quello in cui il Presidente degli Stati Uniti incoraggia alla violenza contro la stampa. Il video – una boutade trumpiana di cui il Presidente statunitense non sembra aver calcolato gli effetti deleteri – poteva certo essere evitato. La violenza contro la stampa è crudele e non può essere avvallata e incoraggiata in alcun modo. Ci sono tanti giornalisti che hanno una grande passione per la verità, e la perseguono anche a rischio della vita, e l’ultima cosa di cui si sente il bisogno è vedere un uomo con un ruolo pubblico che “prende a pugni” chi fa informazione. Di contro, però, ciò che salta agli occhi in questa contemporaneità è come spesso i mass media, dietro il vessillo della libertà d’espressione, finiscano per non porsi più il problema di rovinare buone reputazioni, affossare decisioni popolari, contrastare l’operato di un uomo, pur avendo poco o niente sottomano. La pedofilia, ovviamente, è un motivo più che reale, anche grave, anzi gravissimo. Ma qui si parla di decreto che non copre alcunché, visto che pur definendola “pilatesca”, la postilla sul non mantenere il silenzio esiste in caso di rischio di ulteriori abusi. Se gli stessi giornalisti, poi, ammettono che il suo comportamento è ineccepibile da un punto di vista della legge della Chiesa e dello Stato, continuare a cercare di inchiodare una persona a responsabilità che non ha non sembra rendere un buon servizio alla libertà d’espressione. Trump non ha ragione, ma nemmeno i mass media possono considerarsi sempre nel giusto, quasi per diritto divino.

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05/07/2017
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