Società

di Claudia Cirami

Ospedali, quale destino nell’era postcristiana

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La vicenda di Charlie Gard pone un interrogativo: quale futuro per gli ospedali – fenomeno storico-cristiano – in un mondo segnato dal neopaganesimo? Sappiamo che da una parte ci sono due genitori che pervicacemente vogliono curare il loro bambino, dall’altra ci sono dei medici che – aggrappandosi alla retorica pietista del “perché non soffra più” – stanno parteggiando, altrettanto ostinatamente, per la morte del piccolo. Questa realtà ha trasformato il Great Ormond Street Hospital, l’ospedale in cui Charlie è ricoverato, in una sorta di prigione e in un possibile luogo di morte, snaturando completamente l’idea che ognuno di noi ha coltivato, per anni, riguardo agli ospedali. «All’Ospedale, presto!» era l’imperativo di chi sapeva che, se c’era ancora una speranza, questa poteva passare solo da un luogo di cura. L’ospedale era l’efficienza, la competenza, il sapere medico che si chinavano sul dolore altrui e cercavano il modo per estirparlo o, per lo meno, di sedarlo. L’arrivo della morte era sempre una sconfitta, ma alla fine di una battaglia combattuta a tutto campo in difesa della vita. «Possibile che non si possa far nulla per salvarlo?» si chiedeva un medico di fronte ad un paziente che diventava un’ombra sempre più pallida nel suo letto d’ospedale. Chiedeva angosciato una via d’uscita dal male che avanzava feroce, e la cercava avendo come meta la guarigione. Gli errori e le inefficienze non scalfivano la nostra convinzione che gli ospedali combattevano con noi per la vita. Oggi qualcosa si è spezzato.

Se lo guardiamo con gli occhi colmi dell’apprensione per Charlie sviluppata in questo periodo, l’ospedale è diventato un luogo in cui si decide della morte di una persona, anche contro i desideri dei familiari, e, a volte, della stessa persona. Perché sappiamo bene che la vicenda di Charlie Gard non è altro che la spia di questo Occidente che ha smesso di favorire la vita, di lottare per essa. Che vuole l’aborto e l’eutanasia come diritti fondamentali. Che considera i suoi bambini un di più di cui non ha bisogno e poi, per sostenersi, cerca le forze giovani dei migranti. Che fa la guerra ai medici obiettori di coscienza. Che considera i suoi anziani e i suoi malati come pesi insostenibili. E crocifigge con la parola “dignità” ogni volta che qualcuno prova a far capire che esistono vite piene anche se sofferenti. Come se la mancanza di dignità potesse effettivamente essere attribuita ad un corpo che appassisce, ad un sorriso che si spegne lentamente, a una mano che non riesce più a reggere un cucchiaio. In un’umanità segnata sempre di più dall’ombra lunga del Peccato Originale e dei peccati personali, con ingiustizie sociali gravi e violenze efferate all’ordine del giorno, paradossalmente gli unici additati del crimine di mancanza di dignità sono gli ammalati. Ci sarebbe da ridere se questo non significasse vite che devono essere spente a tutti i costi.

Così, battendoci per Charlie e per il suo corpicino che si allunga verso un altro giorno di vita, noi lottiamo per noi, per i nostri cari, per il nostro desiderio di vivere e per il nostro diritto ad essere curati. La “mutazione genetica” degli ospedali non è (ancora) la regola, ma non è più neppure l’eccezione. Così gli ospedali si stanno via via trasformando – e non solo nel nostro immaginario – in luoghi mortiferi, dove le cure sono possibili finché qualcuno, che non siamo noi e nemmeno i nostri cari, decide che è abbastanza. In spazi da cui non è possibile uscire – nemmeno per provare a curarci altrove – se non dentro una bara. E se questa trasformazione non è ancora avvenuta completamente e ovunque, ormai sembra solo una questione di tempo. Quello che serve al legislatore di ogni paese per decidere le modalità con cui dobbiamo togliere il disturbo.

La mutazione degli ospedali da luoghi di cura e di sostegno al malato in spazi fisici in cui si uccide la speranza è solo l’ultimo atto di una cultura che ha totalmente dimenticato le proprie radici cristiane. L’impressione è che l’operato dei medici britannici sia, in fondo, considerato legittimo da molti altri loro colleghi nel mondo. Al loro posto, in tanti avrebbero fatto lo stesso. Ci fa piacere che si siano mossi il Bambin Gesù di Roma e il Presbyterian Hospital di New York, ma è davvero triste costatare che non c’è stata una gara tra gli altri ospedali ad accogliere Charlie. Il caso è certo difficile, ma una risposta compatta delle strutture ospedaliere mondiali avrebbe forse fatto traballare ulteriormente i convincimenti dei medici del Gosh. Eppure, gli ospedali sono nati per alleviare le sofferenze. San Camillo de Lellis, di cui oggi facciamo memoria liturgica, fondò un Ordine religioso appositamente per aiutare gli ammalati. Volle che i suoi confratelli – come fece egli stesso – servissero i sofferenti «con quella carità e amorevolezza che sono solite avere le madri verso i propri figli infermi». Il fondatore dei Camilliani ha indicato dunque una precisa figura, la madre, come esempio per aiutare chi soffre: Connie che, senza alzare la voce, “grida” il suo amore e la sua speranza per il figlio, che gli resta accanto osservando ogni piccolo mutamento, è quel modello che chiunque sia avvicina ad un ammalato per curarlo dovrebbe coltivare dentro di sé, sperando di esserne sempre più degno. Ancora, Camillo de Lellis sentiva il cuore spezzarsi ogni volta che non poteva portare il soccorso che avrebbe voluto. È questo il sentire che ci rimandano oggi molte figure di medici? Camillo de Lellis – come l’altro grande sostegno degli ammalati, Giovanni di Dio, che voleva per gli infermi che assisteva condizioni igieniche migliori e cure specifiche – ci ha testimoniato che curare chi è sofferente è un compito altissimo da assolvere senza cercare la via più semplice. Grazie a lui, a Giovanni di Dio e ad altri cristiani, gli ospedali sono diventati nei secoli quei luoghi di speranza e di cura a cui fino all’altro ieri guardavano con fiducia.

Abbiamo assistito, in questi ultimi mesi, al braccio di ferro tra genitori, medici e politici sul tema dei vaccini (che ancora non è approdato ad un testo legislativo condiviso). Non è forse chiaro a molti che anche questa è l’ennesima testimonianza della perdita di fiducia in chi è deputato a curarci. È stato puntato il dito contro l’insorgere di una mentalità magico-naturista che prevede il ricorso alle cure naturali contro le malattie. È vero, ma alla base di ogni convinzione c’è un perché. Nel momento in cui non sentiamo più i medici realmente alleati nella difesa della nostra vita o di quella dei nostri cari, dubitare di loro e delle loro raccomandazioni diventa quasi scontato. Ribellarsi a quanto ci consigliano o ci prescrivono, cercando informazioni su internet o dall’amico che ne sa anche meno di noi, può avere conseguenze anche più gravi di quelle che immaginiamo di mettere in fuga. Ma la rottura dell’alleanza per la vita “medico-paziente” ha di queste contro-indicazioni. Non si vorrebbe ogni volta che si parla di dottori andare a recuperare il Giuramento di Ippocrate. Ma è chiaro che ormai non c’è più, da parte di molti medici, quel sostegno alla vita che quel giuramento esprimeva.

Così tornando all’interrogativo iniziale, sul futuro degli ospedali in questa società neopagana, è comprensibile che questo sia quantomeno inquietante. Se la “dolce morte” – in tutte le sue declinazioni, anche le più furbe e contraffatte – diventerà sempre più pervasiva per legge, si avrà la certezza di entrare dentro un ospedale, ma non quella di uscire e non certo per il sovvenire naturale della fine. Non possiamo infatti dimenticare che la dilazione della “condanna” di Charlie è avvenuta soltanto dopo il video triste dei due genitori che lamentavano di non aver avuto il permesso dalla struttura ospedaliera di far morire Charlie nella loro casa, tra le sue cose. Una delle conseguenze di questo dilagare dell’eutanasia sarà probabilmente che gli ospedali saranno colpiti dalla stessa sfiducia che al momento è indirizzata verso dottori, vaccini e cure. Finiremo per rivolgerci solo alle cliniche private che ci consentono un margine di scelta? O ci si indirizzerà verso le cure entro le pareti domestiche? In realtà, l’unica cosa da augurarsi davvero è che gli ospedali ritrovino l’identità che stanno smarrendo (o hanno smarrito). Nessuno di noi spera di doversi curare come accadeva nell’Antica Roma, o di ricorrere sempre alle cliniche a pagamento: abbiamo bisogno degli ospedali, come dei medici e dei vaccini, per essere curati. A patto che non tradiscano il motivo per cui sono nati. Per morire non c’è bisogno di ricoverarsi: la morte può raggiungerci ovunque.

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14/07/2017
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