Società

di Lucia Scozzoli

Noemi la ragazza assassinata due volte

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Il “fidanzatino” è reduce da tre TSO. E non mi raccontate che nessuno se l’aspettava. La madre di Noemi lo aveva già denunciato, quel 17enne pericoloso per sua figlia. Eppure niente è stato fatto e Noemi, a 16 anni, è morta sotto le coltellate di un ragazzo violento e instabile, nel mattino del 3 settembre scorso, a Santa Maria di Leuca.

Lucio ha avuto pure l’ardire di raffazzonare davanti agli inquirenti tutto il repertorio di scuse e farneticazioni che si vedono in simili casi: da «ero innamoratissimo di lei» a «l’ho ammazzata perché premeva per mettere in atto l’uccisione di tutta la mia famiglia. Dopo lo sterminio della mia famiglia volevamo fuggire a Milano», fino al più sincero «l’ho uccisa io: mi voleva lasciare».
Ripensamento tardivo, pentimento estorto dall’interrogatorio, amarezza. Sopra ogni cosa, il degrado della famiglia di lui: suo padre avrebbe pure partecipato all’occultamento del cadavere, oltre a mostrare con la madre di Noemi una grande ostilità, dopo la denuncia di lei ai carabinieri, invece di cogliere al volo il drammatico grido di allarme lanciato sulla salute mentale del figlio e la sua annunciata pericolosità sociale.
Questa morte si poteva evitare e niente è stato fatto: una famiglia è stata lasciata sola a proteggere la figlia dalla violenza di un quasi coetaneo, le forze dell’ordine hanno raccolto la denuncia e poi l’hanno lasciata prendere polvere su un tavolo, senza fare nulla. Ora, dopo che ci è scappato per l’ennesima volta il morto, pure il CSM ha aperto un fascicolo sulla vicenda. Quanta gente che vuole fare chiarezza, dopo!
La portata del dramma di questa vicenda è comprensibile pienamente solo se la mettiamo a confronto con le parole che solo pochi giorni fa ha scritto Ferdinando Camon sul Messaggero veneto, in riferimento all’obbligo vaccinale in vigore da questo settembre per i bambini che vogliono (e devono) andare a scuola: “i bambini devono capire che quel che vuole lo Stato vale più di quel che vuole il papà o la mamma” (Stato maiuscolo). E ancora: “La famiglia vuole la propria felicità e la propria sicurezza, che non comprende la felicità e la sicurezza di tutti. Lo Stato vuole il bene di tutti, che comprende anche il bene della famiglia”.
Ah davvero? Questo discorso, che adesso va tanto di moda nei salotti progressisti e scientisti, non è affatto nuovo, non è una novella creazione del pensiero partorita in occasione della diatriba sull’obbligatorietà dei vaccini: tale e quale era emerso in occasione del confronto-scontro tra famiglie e scuola in merito alla famosa educazione al rispetto di genere e ancora per debellare ogni forma di discriminazione e razzismo. Ce l’hanno ripetuto quando si parlava di legge sulla legittima difesa: non ci si può proteggere da soli, solo lo stato può intervenire, punire i colpevoli, acciuffare i malfattori. Giuristi, educatori e politici ci stanno propinando ormai da anni, per i più svariati temi, questa pillola avvelenata del primato dello Stato sulla famiglia, per il bene supremo dell’individuo e la maggiore tutela che lo Stato saprebbe garantire rispetto alle famiglie disastrate, distratte, arretrate, bigotte, reazionarie, retrograde e chi più ne ha più ne metta.
Così lo stato deve educare i nostri figli al rispetto, perché noi non saremmo capaci. Però Noemi è morta, e gli unici che hanno disperatamente cercato di proteggerla sono stati i suoi genitori. Dov’era questo stato che vuole il bene di tutti?
La propaganda sui femminicidi ha raggiunto livelli di ipocrisia mai visti: a parole le istituzioni sono pronte a dare un braccio per la difesa delle donne, ma poi si limitano ad azioni di facciata tanto ridicole quanto ininfluenti (tipo le iniziative parolaie della Boldrini, le sue rimozioni di busti maschili dalle sale del parlamento, le sue dichiarazioni di indignazione a singhiozzo). Quel che serve per proteggere una donna sotto la minaccia della violenza maschile è un intervento netto e deciso, fisico, materiale: un foglio di carta di diffida non protegge, un ammonimento verbale non fa desistere, un’indagine in corso che dura mesi non previene. Se è vero che anche i colpevoli hanno diritto ad un percorso di recupero, che esso sia vero ed efficace: ci sono stalker che si fanno qualche mese di galera e poi, quando tornano in libertà, si rimettono a perseguitare la propria vittima tale e quale a prima.
E’ capace lo stato di fare questo? Le forze di polizia, la magistratura, il sistema penitenziario sono o no in grado di garantire ciò? Lo vorremmo sapere tanto, dal momento che si preme sempre più sul tasto della deificazione hegeliana dello stato.
La legittima difesa è un delitto, l’educazione familiare un obbrobrio, la prudenza di un pregiudizio è razzismo, la diffidenza per le liberalizzazioni selvagge è arretratezza.
Mentre usciva dalla stazione dei carabinieri di Specchia, dopo il lungo interrogatorio e la confessione, Lucio ha pure sbeffeggiato la folla che fuori attendeva notizie alzando la mano destra. Chissà se Fiano, con il suo provvedimento barzelletta sull’apologia del fascismo pensa che vietare un saluto romano sia equivalente a fermare una violenza. Quanta forma ci circonda, senza più traccia di sostanza!
Noemi nel suo profilo facebook postava in alternanza frasi che rivelavano una triste consapevolezza, tipo “Odiare a morte ciò che ho amato da morire” e foto del fidanzato, dimostrando tutta la fatica di comprendere, così giovane, il lato oscuro di un amore possessivo e pericoloso. All’11 marzo una frase amaramente scherzosa: “persino l’ansia della mia ansia è stanca di avere l’ansia”. Due giorni prima: “Quando si tratta di te, la mia mente e il mio cuore sono in perenne battaglia. Uno dice di smetterla di torturarmi così, che questo tempo potrei utilizzarlo per andare avanti. Mentre l’altro dice di smetterla di ripetermi bugie, che tanto ti porterà dentro per sempre”.
L’ultimo post, il 23 agosto:
“- non è amore se ti fa male.
- non è amore se ti controlla.
- non è amore, se ti picchia.
[…]
- non è amore se ti diminuisce, se ti confronta, se ti fa sentire piccola.
Il nome e ’ abuso.
E tu meriti l’amore. Molto amore.
C’è vita fuori da una relazione abusiva.
Fidati!”
Nel suo percorso doloroso di distacco da un affetto malato, Noemi aveva bisogno di qualche sicurezza in più, di protezione certa, di un aiuto concreto. I suoi genitori non sono riusciti a tenerla abbastanza lontano da quel ragazzo violento che non voleva accettare un addio. La madre ha bussato alle porte di questo stato con vocazione assolutista e moraleggiante e non ha avuto udienza. Dunque, ce lo dite cosa dovremmo fare per difenderci?

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15/09/2017
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