Politica

di Lucia Scozzoli

Gli sfregi di Laura Boldrini alla Conferenza sulla famiglia

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Ieri si è aperta la terza edizione della conferenza nazionale della famiglia, in Campidoglio, con grande sfoggio di personaggi istituzionali, per dare un tono alla manifestazione.

La precedente conferenza si è svolta nell’ormai lontano 2010 e fu promossa da Gentiloni, allora Sottosegretariato della Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle politiche familiari, con il supporto del relativo Dipartimento e dell’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia. Erano presenti a quell’edizione 350 associazioni, 30 università, 1250 tra istituzioni ed enti, 6 confessioni religiose, 15 sindacati e organizzazioni datoriali, 170 consultori e 150 giornalisti accreditati.

La conferenza fu aperta da Giovanardi, il quale espresse subito chiaramente forte preoccupazione per il declino demografico e auspicò che l’Italia ripartisse dalla famiglia e che fosse possibile conciliare la vita familiare con quella lavorativa. Il Ministro Sacconi invece dichiarò che il declino demografico era portatore di un declino sociale, sottolineando l’importanza di una educazione mirata allo sviluppo integrale della persona come valore di fondo contro la precarietà.

La tre giorni, fitta di interventi e tavoli di lavoro, produsse sulla carta meravigliosi progetti, che furono accolti con entusiasmo dalle varie associazioni rappresentative del mondo della famiglia italiana: si trova ancora sul web il resoconto redatto dall’associazione nazionale famiglie numerose che riporta per punti le conclusioni programmatiche:

- promuovere interventi che favoriscano la costituzione e lo sviluppo della famiglia come soggetto sociale avente diritti propri, supplementari rispetto ai diritti individuali, in rapporto alle funzioni sociali svolte dal nucleo familiare

- promuovere politiche esplicite sul nucleo familiare, mirate sulla famiglia come luogo della solidarietà relazionale fra coniugi e fra generazioni (anziché affrontare singole categorie sociali – come il bambino, la donna, l’anziano, ecc. – nella supposizione, del tutto astratta, che aiutando tali destinatari venga sostenuta la famiglia)

- sostenere la forza e la funzione sociale delle relazioni familiari come tali (relazioni di coppia e genitoriali)

- utilizzare un criterio universalistico di equità nei confronti del “carico familiare complessivo” (numerosità dei componenti e loro condizioni di età e salute), specie per via redistributiva (fiscalità)

E poi ancora solidarietà, sussidiarietà, welfare familiare sostenibile e abilitante, alleanze locali per la famiglia.

Che ne è stato di tutti questi buoni propositi?

La famiglia è stata depauperata dei pochi diritti che aveva, con l’equiparazione fiscale sotto tanti punti di vista alle coppie di fatto o alle unioni civili; della solidarietà fra le generazioni lo stato si è fatto beffa, con la promozione di politiche scolastiche e programmi di indottrinamento mirati a spezzare il legame di dipendenza educativa tra figli e genitori, cercando di assegnare alla scuola un ruolo prioritario rispetto alle famiglie; il sostegno alle relazioni di coppia è stato fornito col divorzio breve, tanto per rendere più agevole la rottura di legami; quoziente familiare non pervenuto nemmeno nelle proposte di legge.

Eppure eravamo partiti con le migliori intenzioni e personaggi del tutto credibili in quanto a sincerità sul tema si erano ampiamente spesi a riguardo. Ma la politica piddina ha virato in tutt’altra direzione, sposando la tesi turbo capitalista (per dirla con Fusaro) secondo cui al mondo dell’economia imperante servono individui soli e manipolabili, non famiglie, serve fluidità nelle relazioni che si riflettano in flessibilità lavorativa, disponibilità a spostarsi, a cambiare mansione, a piegarsi ad ogni necessità del mercato, i cui interessi devono essere prioritari.

Gli italiani restano caparbiamente ancorati al loro amore per la famiglia ed hanno risposto con sofferenza a questi anni di mortificazioni fiscali, economiche e culturali e i politici lo sanno benissimo. Quindi, ora che siamo a tiro elezioni, si è fatto necessario rispolverare il tema del sostegno alle famiglie come forma di contentino acchiappa voti.

E siamo così malmenati, così oppressi da questa società che considera i figli solo un peso, una responsabilità personale da assumersi in completa solitudine, invece che un arricchimento per la collettività e un grande motivo di orgoglio, che quasi quasi la convocazione della conferenza nazionale delle famiglie ci era pure sembrata una buona notizia. Per quanto disillusi dei possibili risultati pratici, visti i precedenti, almeno si poteva sperare in un apporto culturale importante, almeno si sarebbe riacceso il dibattito sulla denatalità gravissima che atterra il nostro paese, sui motivi per i quali le donne non fanno più figli, sul fatto che l’Italia abbia bisogno di nuovi nati e aprirsi alla maternità e alla paternità non sia solo un’esperienza personale bellissima, ma anche un gesto per il bene comune.

Ma niente, nemmeno queste quattro briciole di chiacchiere ci sono state concesse: dopo lo sfregio di non invitare alla conferenza nessuna delle associazioni presenti alla precedente edizione, tranne il forum nazionale delle associazioni familiari, ci siamo dovuti sorbire un programma di interventi da parte di chi la famiglia ha già mostrato di osteggiarla come nemico numero uno: Laura Boldrini e Paolo Gentiloni in primis.

L’apertura affidata alla Boldrini ha fatto subito il punto dello sfacelo ideologico in cui siamo immersi: «Non esiste una sola tipologia di nucleo familiare - ha premesso Boldrini - ne esistono svariate e anche la nostra legislazione ne ha preso atto».

E con questo abbiamo mandato alle ortiche l’articolo 29 della costituzione italiana: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.”

Ora, per la presidente della camera, esistono tanti tipi di famiglie: i divorziati con mezzo figlio a carico, i nuclei monogenitoriali, le coppie omosex, i conviventi con o senza figli, in fondo pure un single che vive solo è famiglia, con se stesso (la settimana scorsa abbiamo pure assistito al primo matrimonio-farsa di una donna con se stessa).

Se niente è famiglia, tutto è famiglia. E tanti cari saluti alla società naturale fondata sul matrimonio e alle leggi a garanzia dell’unità familiare.

La Boldrini, però, non si è accontentata di accogliere in pieno le istanze LGBT con questa bordata di apertura che ha demolito di botto ogni sprazzo di credibilità e autorevolezza sul tema della intera conferenza, bensì ha proseguito nel solco delle peggiori banalità progressiste che ci hanno ammorbato in questi ultimi anni:

«Se vogliamo uscire dal discorso retorico sulla famiglia dobbiamo partire da questo numero: 474mila, i nuovi nati. Perché i nostri figli non pensano a diventare genitori? Cosa impedisce loro di fare questo progetto? Non lo vogliono? Ritengono che la famiglia sia passata di moda? Dietro questa scelta non c’è la mancanza di desiderio di genitorialità, ma come si può pensare a un progetto di coppia, ad avere un alloggio a crescere dei figli se si vive una vita di precarietà, se si sta attaccati al telefono ad aspettare un sms per il job on call?».

Forse la Boldrini non ricorda il tasso di natalità del nostro paese nel dopoguerra, quando la fame era compagna concreta e una quantità non irrilevante di giovani uomini era morto al fronte: nel 1917 i nuovi nati furono 672mila. Attribuire solo al fattore economico il crollo delle nascite è superficiale, parziale e perfino fuorviante, perché induce a proporre soluzioni (sempre che si vogliano proporre) che non saranno che inefficaci palliativi.

Comunque no, non c’è pericolo: alla Boldrini di aumentare la natalità non importa proprio nulla. E ci appare chiarissimo da quel che dice dopo: «E infine sfatiamo un mito: non è vero che le donne non fanno figli perché lavorano, ma perché non hanno lavoro e quando hanno un’occupazione sicuramente sono tenute a lavorare moltissimo perché al lavoro retribuito si aggiunge tutto il lavoro di cura e di gestione della famiglia e questa è una peculiarità molto italiana: ancora oggi nel terzo millennio si ritiene che occuparsi dei figli, degli anziani e della gestione della famiglia sia prerogativa prevalentemente femminile. È qualcosa che non si comprende, penalizza enormemente le donne. Perché le famiglie italiane possano costituirsi e possano vivere con serenità c’è bisogno di una svolta nella politica economica e sociale nel nostro paese, c’è bisogno di maggiori investimenti, mi rivolgo al presidente del consiglio e mi auguro che nella prossima legge bilancio ci sia un’attenzione specifica sugli investimenti sul lavoro».

Auspica investimenti sul lavoro, non sulle famiglie. Le donne non fanno figli perché non hanno un lavoro e perché, quando ce l’hanno, l’uomo che hanno accanto lava i piatti troppo poco o non sa rifare i letti. Certo, come no. È ovvio, come ha fatto a non venirci in mente prima? Un bel corso di rieducazione ai pigri maschietti italici per svolgere le faccende domestiche e la questione è risolta. Peccato che nel nord Europa, dove questa divisione di compiti domestici con rigida equità è una realtà già da decenni, abbiano un tasso di natalità equivalente al nostro.

In Germania hanno un tasso di occupazione femminile al 70,1%, contro il nostro 58,7%, ma hanno comunque solo 1,41 figli per donna, contro i nostri 1,34, quindi anche la favoletta che le donne non fanno figli perché non hanno lavoro è sfatata dalla statistica.

Il problema non è avere o no un lavoro, ma quale lavoro: se si sta fuori casa 8 ore, più i tempi di percorrenza, se si fanno pure i turni, se si lavora il sabato e la domenica, se i ritmi del lavoro sono prioritari e non conciliabili con entrate e uscite scolastiche, malattie improvvise e imprevedibili dei figli, banali influenze, o udienze, o semplice sacrosanto bisogno di frequentazione genitori figli, allora è evidente che quel lavoro è di ostacolo alla maternità.

È ovvio che serve il pane per vivere ad ogni famiglia, e non riconoscere con un’equa fiscalità un adeguato sgravio fiscale per chi ha figli (e moglie) a carico, con l’istituzione di un quoziente familiare incisivo (non quell’elemosina degli assegni familiari) è colpa grave delle istituzioni. Non basta offrire un lavoro alle donne: bisogna offrire loro un sistema di flessibilità significativo nei primi anni di vita dei figli, che non sia a carico del datore di lavoro (il quale ovviamente cercherebbe di disincentivare la maternità delle sue dipendenti con ogni mezzo lecito e a volte illecito), ma della collettività, perché i figli sono un bene di tutti.

Qualcuno l’ha detto, a questa inutile conferenza sulla famiglia, che i figli sono un bene di tutti?

Non mi pare, io non l’ho sentito. Ho sentito solo che la Boldrini vuole trovare nuovi modi per far sgobbare le donne. E così anche questo palco si è trasformato nella solita tribuna ideologica a cui siamo tristemente abituati. Non è solo un’occasione mancata, è proprio un danno, l’ennesimo, alle nostre povere vilipese famiglie italiane.

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29/09/2017
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