Politica

di Claudia Cirami

Da Parigi un’Europa vera grida all’impostura della falsa

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Quel silenzio che… t’aspetti. È stato Avvenire, che pure non è sospettabile di simpatie antieuropeiste, populiste o conservatrici, a rimarcare l’assenza, o perlomeno la scarsa rilevanza, riservata dai media nostrani alla Dichiarazione di Parigi. Il testo, firmato da alcune personalità europee, quali il britannico Roger Scruton e il tedesco Robert Spaemann, è certamente non allineato al mainstream contemporaneo. Parla di radici, di identità europea, fa riferimento al Cristianesimo e alla cultura greca, chiede una riforma dell’istruzione perché non favorisca una cultura del ripudio del nostro patrimonio culturale, elogia matrimonio e famiglia e, soprattutto, si scaglia contro l’Unione Europea e il pensiero che l’ha resa quella che è oggi. In tal senso, il testo distingue tra Europa vera, che rimane sostanzialmente inascoltata, e un’Europa falsa: «L’Europa vera è a rischio a causa della stretta asfissiante che l’Europa falsa esercita sulla nostra capacità di immaginare prospettive». Questo è bastato perché sulla Dichiarazione di Parigi calasse un silenzio pressoché totale. Nomi che avrebbero richiamato, in altri contesti, le attenzioni mediatiche non sono riusciti a trovare quasi spazio nei canali della comunicazione di maggior diffusione.

Può stupire questo silenzio? In realtà, il soffocamento di istanze contrarie al pensiero unico dominante si sta configurando sempre di più come una vera emergenza democratica. È un soffocamento incruento, che non fa saltare in area con un’autobomba, non accoltella alla gola, non lancia un camion contro la folla. È in linea con le “persecuzioni educate”, espressione efficace di Papa Francesco per indicare quel tipo di persecuzione, di solito rivolta contro i cristiani, «travestita di cultura, travestita di modernità, travestita di progresso […] È quando viene perseguitato l’uomo non per confessare il nome di Cristo, ma per voler avere e manifestare i valori del Figlio di Dio. È una persecuzione contro Dio Creatore nella persona dei suoi figli! E così vediamo tutti i giorni che le potenze fanno leggi che obbligano ad andare su questa strada e una nazione che non segue queste leggi moderne, colte, o almeno che non vuole averle nella sua legislazione, viene accusata, viene perseguitata educatamente. È la persecuzione che toglie all’uomo la libertà, anche della obiezione di coscienza!» (Meditazione mattutina a Santa Marta, 12 Aprile 2016).

Non tutte le istanze contrarie al pensiero dominante sono realisticamente riconducibili al desiderio di incarnare nel proprio vissuto i valori del Regno di Dio. Spesso si nota, infatti, che accanto ad istanze legittime prendono corpo e si miscelano anche ideologie di segno contrapposto, segnate da odio sociale. Ma un tratto caratteristico del pensiero unico è di non operare alcuna selezione. Lo abbiamo visto con il termine “omofobo”: lo spettro semantico di questa parola – la cui etimologia è quanto meno curiosa – si è talmente accresciuto da inglobare anche chi sostiene che il matrimonio è tra uomo e donna e che i bambini hanno diritto ad un padre e a una madre (come, del resto, millenni di storia testimoniano). Così “populista” è chi cavalca l’onda della paura delle migrazioni rinfocolando l’odio verso lo straniero, purtroppo sempre pronto ad accendersi, ma anche chi chiede un’accoglienza più rispettosa delle culture e tradizioni del paese che accoglie. Così “fondamentalista” è il terrorista che fa strage in un locale o in un mercatino di Natale, ma anche il milione di polacchi che ha pregato con un Rosario in mano e sulle labbra per la propria patria e, soprattutto, per l’Europa perché ritrovi la coscienza del proprio passato. Potremmo pensare ad un’incapacità strutturale del pensiero unico di recepire le differenze (e che differenze!), se non sapessimo, però, che dietro le ideologie si nasconde una volontà di sopraffazione.

Se guardiamo alla Dichiarazione di Parigi, i problemi che solleva mettono in luce la vera origine di questo silenzio. Iniziamo dal primo: come rilevano i firmatari, è necessaria la rifondazione di una cultura morale che persegua l’obiettivo di una vita virtuosa, comune ai popoli europei. «Non possiamo consentire che una falsa idea di libertà impedisca l’uso prudente del diritto per scoraggiare il vizio», scrivono gli intellettuali. Questo è il primo serio problema di una cultura occidentale – non solo specificamente europea – che sembra aver eletto l’edonismo e il soggettivismo come unici criteri per orientare le scelte quotidiane. Non occorreva una Dichiarazione per rendersene conto. Qui non è nemmeno in gioco semplicemente la morale cattolica e l’opera di contrasto che subisce. Si tratta piuttosto di essere approdati ad un concetto di libertà che è diventato sinonimo di libertinismo. I confini della vita morale possono essere discussi laicamente, mai ignorati. Ciò che oggi traspare è l’assoluta mancanza di dibattito, di confronto, sui temi etici a partire da una base comune di senso del reale e di attenzione al più debole. Il no alla violenza sembra essere unilaterale, valido per alcune categorie e non per altre (sì alla cessazione della violenza sulle donne, silenzio per la violenza perpetrata con gli aborti, per esempio). Una cultura massmediatica che asseconda un unico canto e che si è fatta promotrice, in questi anni, di buona parte del cambiamento dei costumi in un senso peggiorativo non può ovviamente avere alcun interesse a far emergere voci di dissenso da qualsiasi parte provengano.

La Dichiarazione, come si è detto, allude anche ad una cultura del ripudio del proprio patrimonio culturale. Al di là di quanto affermato dai firmatari, la globalizzazione culturale ha finito per tramutarsi nell’ideologia del mondialismo, dove ogni cultura, con le sue peculiarità, finisce per essere vista come un impedimento per un ipotetico progresso e per la formazione di un complesso politico sovrannazionale. I firmatari distinguono tra Unione Europea ed Europa, ma in realtà – da più parti – in questi anni il problema non è sembrato l’Unione Europea in sé (l’Europa unita, in fondo, era anche il sogno di De Gasperi) ma il suo progressivo distacco dai popoli europei, dalle loro vere esigenze, dall’autentico battito del polso dei cittadini, non più rilevato. Non è certo una coincidenza inattesa sia l’affermazione di spinte populiste, a riprese, e sia – come abbiamo visto in Catalogna – il diffondersi di desideri indipendentisti mai sopiti.

Ci si può chiedere come mai non ci siano italiani tra i firmatari (e per la verità non sono rappresentate tutte le nazioni europee). Non possiamo certo dire che manchi un pensiero di dissenso, che si esprime in forme e modalità differenti (senza necessariamente condividere la dichiarazione in tutti i suoi punti). Questo dissenso, tuttavia, non trova quasi spazio nei media tradizionali e circola più facilmente sui social. Tacciato di oscurantismo, populismo, fascismo, razzismo, anche quando c’è una distanza abissale da queste ideologie, il pensiero che si oppone, in Italia, fatica ad emergere e non gode della stessa popolarità, proprio per mancanza di spazi, del resto dei cantori di un pensiero allineato.

Non è necessario commentare la dichiarazione di Parigi integralmente, visto che è stata riportata per intero su queste pagine. A conclusione, tuttavia, non si può non rilevare quello che Scruton e compagni sono riusciti ad esprimere in modo efficace: lo scimmiottamento del Cristianesimo da parte del pensiero predominante in Europa, proprio mentre si cerca di svuotarlo dall’interno. Un’ Europa che rifiuta pervicacemente le sue radici cristiane ma propone se stessa come Eden di fratellanza e pace universale è inquietante. Prende il messaggio di Gesù Cristo e lo fa suo, rinnegandoLo però come autentica Buona Notizia e silenziando quei valori che non sono in linea con quanto da essa proposto (quindi ripudiando, di fatto, l’essenziale della fede e dell’etica cristiana). Fino a proporre “dogmi” altrettanto forti, tanto che i firmatari propongono una risecolarizzazione dell’Europa. La Dichiarazione mostra, dunque (ma non è l’unico segnale), che occorre ripensare l’Europa unita perché non vada dispersa la ricchezza della sua eredità culturale e valoriale. Il silenzio che è le è stato destinato testimonia che ha colpito nel segno.

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