Politica

di Giuseppe Brienza

Lo stato non ci pensa e lo farà la Chiesa

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La Costituzione italiana riconosce alla famiglia il dovere e il diritto di educare e istruire i figli secondo una impostazione educativa liberamente scelta. Tale libertà si concretizza, sul piano sociale, nella possibilità data a enti e privati «di istituire scuole ed istituti di educazione» (art.33), e l’opera sociale di queste scuole, aggiunge la nostra Carta costituzionale, deve essere favorita dalle istituzioni statali «sulla base del principio di sussidiarietà» (art.118).

Il sostegno che lo Stato dichiara di voler offrire alle scuole comprende sia l’ambito finanziario, esplicitato nell’intenzione di favorire le loro attività, sia quello dell’autonomia. Tanto il primo quanto il secondo aspetto sono spesso ostacolati dai numerosi vincoli e dalle complessità burocratiche vigenti nel nostro sistema. Siccome il carattere “pubblico” della scuola non implica necessariamente la sua qualificazione come “statale” né tantomeno il livellamento o l’omologazione delle scuole non statali a quest’ultima, va respinta in quanto in distorta quella visione del “pubblico” «che lo identifica con lo Stato e dimentica che esso è, piuttosto, riferito alla dimensione politica come tale, ben più ampia dell’orizzonte statale, perché radicata nell’orientamento dell’intera società civile, nel suo complesso, al bene comune» (Comitato per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana, La sfida educativa, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 65). Tanto più dopo l’approvazione della legge 107/2016 detta «la buona scuola», che autocertifica come “buono” un modello di scuola in realtà devastante.

Il diritto di libertà di scelta educativa dei genitori, peraltro, è sancito anche dal diritto internazionale, a cominciare dall’art. 26 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo che impegna gli Stati nazionali e le organizzazioni sovranazionali a garantire con adeguati finanziamenti l’esercizio di tale libertà. Già dal 2000, in Italia, abbiamo la legge n.62 che ha introdotto la parità scolastica, prevedendo un incremento dei finanziamenti annui previsti in bilancio a favore delle scuole paritarie. Cos’è successo, invece, nell’ultimo ventennio? È successo che molte di questi “presidi di libertà costituzionale” (definisco così le scuole non statali, tanto più alla luce della completa ideologizzazione della scuola di Stato) hanno dovuto chiudere e, secondo i dati ufficiali del Miur, nell’anno scolastico 2014/2015 solo il 10,86% delle famiglie italiane ha potuto optare per una scuola paritaria per i propri figli.

Eppure la libertà dei genitori nell’impartire ai figli il tipo di educazione rispondente ai propri valori e alla propria coscienza rappresenta non solo un diritto sancito dall’ordinamento del nostro Paese, ma anche un dovere da garantire e da promuovere da parte dello Stato e dei poteri pubblici. Ma è ancora una volta la Chiesa italiana a dovesi fare carico dei problemi sociali del nostro Paese e operare una ulteriore “supplenza” che, encomiabile in principio, può rischiare di incancrenire la situazione deresponsabilizzando del tutto la politica e la classe dirigente in materia.

Quella della Diocesi di Brescia è sicuramente una concreta e doverosa iniziativa a favore della libertà di educazione. Finanziare infatti una Fondazione sociale (“Comunità e Scuola”), affinché realizzi dei bandi per l’assegnazione di borse di studio in favore di famiglie a basso reddito con figli iscritti alle scuole paritarie cattoliche primarie e secondarie della Diocesi, costituisce senz’altro una boccata d’ossigeno per non pochi Istituti, anemizzati di studenti a causa della “doppia imposizione” per i rispettivi genitori (quella fiscale generale e quella sostenuta con le rette). Per l’anno scolastico 2017/18 i contributi della Diocesi lombarda hanno reso possibile il quinto bando per borse di studio, pari ad un importo di 40mila euro (la scadenza è il 31 gennaio 2018 e, per ulteriori info è possibile contattare la Segreteria della Fondazione Comunità e Scuola: tel. 030/46781; e-mail: [email protected]). Il sostegno è riservato agli studenti iscritti alle scuole paritarie cattoliche primarie e secondarie della Diocesi di Brescia i cui nuclei familiari rispondano a determinate fasce di reddito basse, calcolate in base alla situazione economica (ISEE). La Fondazione che gestisce i bandi vincola l’elargizione della borsa di studio, versata direttamente alla scuola, all’impegno da parte dell’Istituto di praticare anche ai beneficiari uno sconto sul contributo di funzionamento pari ad almeno il 20% dello stesso per la scuola primaria e al 10% per la scuola secondaria. La quota di retta a carico della famiglia beneficiaria della borsa di studio, così, sarà pari al 20% del contributo previsto in caso di ISEE fino a € 4.000, al 30% nel caso di ISEE fino a € 8.000 e al 40% con ISEE fino a € 12.000.

Lasciando solo per semplicità di analisi da parte il discorso sulle Diocesi che non potrebbero in nessun caso permettersi i contributi che la chiesa di Brescia conferisce ormai da 4 anni al sistema scolastico non statale, rimane da valutare quale “circuito vizioso” ingeneri un sistema di sostegno come questo tanto più se, “Il valore della parità”, come riporta il titolo stesso del Rapporto 2017 della scuola cattolica in Italia (Brescia, Morcelliana, 2017, pagine 342, euro 32), è sempre meno apprezzato a livello politico-statale. Sottolinea infatti nella Presentazione al Rapporto il coordinatore scientifico dell’ente curatore, il “Centro studi per la scuola cattolica”, prof. Sergio Cicatelli, è necessario far comprendere che «la dinamica delle organizzazioni è rilevabile tramite un bilancio sociale che comprende, ma va oltre, il bilancio finanziario». Insomma, la funzionalità e piena operatività delle scuole “non statali” (non solo quelle cattoliche, per carità), non è solo questione di risparmio economico, che pure si consegue, ma questione di capitale umano e di bene comune.

Eppoi a chi obiettasse che le scuole cattoliche (la maggioranza delle scuole “non statali” in Italia sono infatti tali) non dovrebbero essere sostenute da uno Stato “laico”, rispondiamo con Mario Adinolfi che uno Stato “laico” non significa uno Stato “ateo”. E comunque, ancora oggi, è l’88% degli studenti italiani che sceglie l’ora di religione negli Istituti pubblici italiani, quindi che problema ci sarebbe se, conformemente a questo orientamento, una parte di essi passassero alla scuola paritaria?

Come documenta la Cei, inoltre, di questo 88% degli studenti che frequenta la “scuola dei preti” (i docenti, nella stragrande maggioranza, sono comunque laici), una grande maggioranza esprime «elevate percentuali di gradimento» (cfr. il Rapporto “Una disciplina alla prova”, a cura di Sergio Cicatelli e Guglielmo Malizia, Elledici 2017, che ha coinvolto 3mila insegnanti di religione e 20mila studenti). Non si tratta, quindi, di un “privilegio”, quando lo riconosceremo anche nei fatti?

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18/12/2017
1805/2021
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