Politica

di Emiliano Fumaneri

Lo scontro pre-elettorale nell’era del web 2.0

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Si avvicina la fatidica data del 4 marzo e sui social si moltiplicano gli attacchi al Pdf. Affondi pesanti, che sembrano sempre più salire di tono.

Forse non è un caso.

Sul suo profilo Facebook Mario Adinolfi ha riferito di una calunnia particolarmente odiosa circolante su WhatsApp, dove qualche soggetto vicino all’estrema destra avrebbe informato i suoi contatti di un fantomatico accordo siglato (in segreto, ovviamente) tra il Pdf e il Pd. Finanziamento elettorale al Popolo della Famiglia in cambio di una linea morbida nei confronti del Partito Democratico, questi i termini dell’inciucio vergognoso. Per dare più credibilità alla voce l’informatore si è pure premurato di indicare la data del patto scellerato: il 9 dicembre. Eh là là!

Il Pdf, inutile dirlo, disturba parecchio strategie, alleanze e interessi consolidati. In prima fila le aspirazioni sempre meno nascoste di quei circoli che si prefiggono di traghettare a destra il consenso dell’area del Family Day. C’è dunque da attendersi un fuoco di sbarramento sempre più fitto.

L’intensificarsi di queste attività di disinformazione rivela infatti il profilo di una presenza più organizzata del semplice fuoco amico. È una vera e propria “infowar”, una guerra d’informazione.

È almeno dai primi del Novecento, con l’affermarsi delle teorie della guerra psicologica, che l’industria culturale si intreccia con la propaganda politica e le tecniche di manipolazione di massa ben note all’intelligence. Mussolini fu uno dei primi a intuire le enormi potenzialità propagandistiche del cinema. Fu così che nell’Italia fascista la censura cinematografica e il cinema di propaganda crebbero assieme come due facce della stessa medaglia. Lo stesso intreccio caratterizzò anche altri settori della cultura di massa come il teatro, la canzone, la TV, perfino lo sport.

Il connubio tra propaganda e informazione è letteralmente esploso con la nascita della rete, e più che mai con l’avvento dei social media. Internet ha catalizzato l’attenzione di governi, servizi segreti, partiti, lobby, multinazionali.

Alcuni esempi significativi tra i mille che si potrebbero fare.

Sette anni fa, nel 2011, un’inchiesta del giornale britannico “The Guardian” rivelava l’esistenza di un software commissionato dall’esercito americano per creare falsi profili e infiltrarsi sui social. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) avrebbe infatti concesso un finanziamento di 2,76 milioni di dollari all’azienda californiana Ntrepid per lo sviluppo di un programma di “online persona management”, un software che permetterebbe di creare identità online fittizie (fake) allo scopo di influenzare le discussioni di rete e diffondere la propaganda americana in tutte le lingue mediorientali, dall’arabo al farsi.

Naturalmente gli americani non sono gli unici a cercare di manipolare la rete per condizionare l’opinione pubblica con la propria propaganda. Sempre il “Guardian” ha recentemente pubblicato articoli sull’uso da parte russa di disturbatori (troll nel gergo di internet) per infiltrare il web e dividere l’opinione pubblica americana.

Nemmeno gli europei stanno a guardare. Nel 2008 in Francia il Ministero per l’Educazione nazionale e quello dell’Insegnamento superiore e della ricerca pubblicano un bando che richiede prestazioni alquanto particolari come una attività di sorveglianza delle opinioni (“vielle de l’opinione”) del sistema educativo francese. Lo stato francese offre 100 mila euro per un monitoraggio delle opinioni di insegnanti, genitori, alunni, organizzazioni rappresentative.

I ministeri committenti chiedono, tra le altre cose, di «identificare i temi strategici», di «individuare i leader di opinione, le gole profonde, analizzare il loro potenziale in termini di influenza e la loro capacità di costituirsi come rete». La raccolta delle informazioni serve ad «anticipare i rischi di contagio e di crisi», a «fornire una misura della comprensione delle problematiche, in particolare nelle comunità online, rilevare i segni premonitori, identificare i network di opinione».

Le rete dunque è da tempo al centro di una vasta raccolta di informazioni orientata ad attività di infiltrazione e propaganda. E lo sarà sempre di più.

Qual è l’obiettivo dei soldati della infowar? Contrastare l’azione avversaria attraverso la disinformazione. Lo scopo è causare la paralisi della catena di comando, decisione e azione dell’avversario politico. Il succo della guerra informativa è convincere un determinato soggetto (principalmente il nemico, ma non solo: anche il soggetto neutrale e perfino l’alleato) che il comportamento più conveniente per lui è quello che gli viene proposto dal soldato della guerra informativa.

Fino a qui non c’è grande differenza con le normali attività di un politico alla ricerca di consenso o di un commerciante in cerca di clienti. Tanto il politico quanto il commerciante cercano infatti di persuadere gli interlocutori, elettori o clienti potenziali, che i loro interessi coincidono con i propri e che, viceversa, divergono da quelli della concorrenza.

La particolarità della guerra informativa è l’aggiunta, oltre alla ordinaria retorica propagandistica, di una dose di inganno supportata da tecniche di manipolazione informativa.

Nella guerra informativa non esistono veri alleati. Tutti sono portatori di interessi, tutti sono pedine da condizionare o da guadagnare alla propria causa. L’alleato di oggi, infatti, può essere l’avversario di domani. E ad ogni modo è opportuno esercitare una pressione psicologica anche nei suoi confronti, per assicurarsi una più vantaggiosa posizione di forza e una sua migliore collaborazione.

Quanto ai terzi neutrali, nessuno è mai perfettamente neutrale. Ci sono vari gradi neutralità, più o meno prossimi a uno dei due contendenti. Va da sé che il guerriero dell’informazione desidera che i neutrali siano il più possibili favorevoli alla propria parte e sfavorevoli a quella nemica.

Internet è uno dei principali terreni della guerra informativa. Lo ricorda Aldo Giannuli, storico e profondo conoscitore della guerra fatta con le informazioni, che segnala un caso particolarmente eclatante di infowar. Agli inizi del 2008, presso un famoso sito economico italiano («Soldionline») si sviluppa un’aspra discussione sul diritto di signoraggio (l’insieme dei redditi derivati dall’emissione di moneta) provocata da un intervento di Beppe Grillo. Nella discussione, che coinvolge decine di migliaia di internauti, emergono rapidamente quattro soggetti: tre sono a favore del signoraggio, uno solo è contrario. La fazione antisignoraggio si era dimostrata disorganizzata, scoordinata e, perciò, poco efficace. Tutto il contrario della parte maggioritaria, capace di realizzare una colonizzazione ideologica in piena regola isolando gli avversari e riducendo il loro numero. Tutto indica che l’occupazione del territorio virtuale e informativo, fa osservare Giannuli, sia stata un risultato tutt’altro che occasionale, ottenuto con tecniche sofisticate, coordinate e nient’affatto casuali.

Conviene seguire la dinamica della discussione. A un certo punto, racconta lo storico, gli attacchi si erano concentrati sull’esponente più rilevante delle tesi antisignoraggio che, non essendo giurista o economista, era stato zittito per la mancanza di titoli professionali adeguati. Il più classico degli attacchi “ad hominem”, dove si si cerca di screditare non più la sostanza delle argomentazioni ma la validità della persona.

Il dibattito si conclude in maniera interessante. Il gruppo pro-signoraggio infatti non si accontenta di aver schiacciato il proprio avversario. Vuole dare una ulteriore dimostrazione di forza attaccando il gestore – neutrale – del forum, biasimandolo per aver concesso lo spazio di discussione per un tema così sensibile. La discussione infatti si infiamma quando uno dei soggetti della parte vincitrice si dichiara come rappresentante della Banca d’Italia e ventila l’ipotesi di una azione legale contro il gestore ospitante il dibattito, alludendo a informazioni di reato ai danni della stessa Banca.

Praticamente impossibile verificare la fondatezza di queste affermazioni. Certo è che la parte dei sostenitori del signoraggio, rileggendo i post, appare decisamente organizzata e coordinata. Si tratta di soggetti (tutelati dal nickname anonimo) che si spalleggiano e lavorano probabilmente nella stessa direzione.

Alcuni dei partecipanti alla discussione hanno successivamente ricostruito le mosse dei nickname utilizzati dai fiancheggiatori del signoraggio. Scoprono così che diversi tra loro avevano costantemente modificato e manipolato la voce “signoraggio” di Wikipedia, uno dei luoghi telematici più consultati e dunque di importanza strategica in una guerra di informazione.

Appare ormai assodata l’esistenza in rete di gruppi organizzati che conducono guerre dell’informazione a tutela di specifici interessi. Basta seguire le voci di Wikipedia (nella edizione inglese) sul conflitto in Medioriente per accorgersi che anche lì è in corso un conflitto tra gruppi organizzati, sia filoisraeliani che filopalestinesi, che intervengono in tempo reale per contrastare le voci introdotte o modificate dagli avversari.

Uno dei modi più efficaci di condurre una guerra d’informazione consiste nell’infiltrare di propri elementi le reti informative (agenzie giornalistiche, network radiofonici o televisivi, quotidiani, case editrici). In particolare Internet.

Penso ad esempio a un gruppo prolife di WhatsApp. Il tema principale del gruppo sarebbe informare e coordinare iniziative a tutela della vita. Ma da tempo alcuni soggetti accomunati dalla medesima militanza associativa, una militanza nascosta però agli altri partecipanti, stanno usando lo spazio del gruppo per attaccare ferocemente il Popolo della Famiglia enfatizzando ogni elemento utile a screditarne l’azione.

Anche questo gruppetto appare coordinato e coeso. I ruoli al suo interno sono ben suddivisi: c’è l’agitatore che inquina il dibattito facendo circolare “verità avvelenate” (sotto forma di slogan, provocazioni, illazioni, ragionamenti capziosi) e lo spalleggiatore che non argomenta ma supporta il sodale sottolineando l’impeccabile ragionevolezza dei suoi interventi («sono perfettamente d’accordo con te», «non fa una piega»).

Ogni incongruenza, vera o presunta, viene passata al setaccio per mostrare la natura velleitaria del Pdf, la sua inadeguatezza, l’incoerenza ideale, la mancanza di strategia, la nocività della sua azione politica per la causa dei “nostri valori”. Viene anche da chiedersi quali siano questi valori comuni: il tema principale del gruppo, la difesa della vita, appare ormai residuale, soverchiato com’è da infinite e astiose dispute sulle strategie politiche.

Anche in questo caso vengono usate ben note tecniche di guerra psicologica, utili a demonizzare i propri avversari e a condizionare chi assiste al dibattiti (alleati o neutrali).

Si usa ad esempio la tecnica della cosiddetta dissonanza cognitiva. Si tratta in sostanza di mettere in crisi la coerenza personale dell’interlocutore, spingendolo a comportarsi in una certa maniera per risolvere la contraddizione.

Nel caso specifico, visto l’orientamento cattolico e profamily di molti, se non di tutti i partecipanti alla discussione, questa tecnica manipolatoria si traduce nell’istillare scrupoli (speciosi, quindi sempre falsi) sulla coerenza tra fede cattolica, difesa della famiglia e voto al Pdf, presentate come appartenenze inconciliabili.

Gli slogan ripetuti ipnopedicamente sono una infinita variazione su questo tema: «votando Pdf pecchi di omissione», «il voto al Pdf favorisce le sinistre», «un voto dato al Pdf è un voto dato al Pd e ai Cinque Stelle», «votare Pdf equivale a sprecare il voto favorendo indirettamente la sinistra», e così via.

È la tecnica della falsa dicotomia: “o sei con me o sei contro di me; non sei con me, dunque sei contro di me”. Non è prevista una alternativa in questo orizzonte manicheo. Ragionano così gli esponenti del “partito dei puri” che più volte si è manifestato nella storia, dai giacobini ai leninisti, tutti convinti di incarnare il bene assoluto.

Una delle vittime più celebri di questa tecnica di manipolazione fu Charles de Gaulle, l’uomo che salvò la Francia dalla rovina della seconda guerra mondiale, che si vide accusare da esponenti della destra francese – anche catttolica – di essere filocomunista e antiamericano. Nulla di più falso. Quando la pace mondiale fu in pericolo, al tempo della costruzione del Muro di Berlino (1961) o della crisi dei missili sovietici a Cuba (1962), de Gaulle prese sempre, con rapidità e fermezza, le parti dell’alleato americano.

Ma de Gaulle non accettò mai che l’alleanza con gli Stati Uniti si tramutasse, come volevano gli americani, in un rapporto di sudditanza e vassallaggio. Non si rassegnò mai a una Francia a sovranità limitata, subalterna e gregaria alla politica americana. Il generale, che ancorché non amasse ostentarlo era un cattolico di sincera fede, diceva di sé: «Sono un francese libero. Credo in Dio e nella mia patria. Non sono l’uomo di nessuno».

Colpevole di avere a cuore gli interessi vitali del suo paese, de Gaulle fu vittima del manicheismo politico e calunniato come quinta colonna dei comunisti.

In tempi più vicini ai nostri, ricordiamo la falsa dicotomia usata dal “Foglio” del neocon Giuliano Ferrara, a lungo esaltato da una certa destra cattolica oggi impegnata come portatrice d’acqua della Lega, in occasione della guerra preventiva anglo-americana in Iraq. Così si leggeva sul “Foglio” del 12 marzo 2003: «Il papa si sta battendo pervicacemente contro questa guerra, è una posizione difficile quella dei cattolici americani!». Il messaggio da far passare era questo: sei sei americano e contrario alla guerra voluta da Bush sei contro la tua stessa nazione; se sei cattolico e americano ti trovi in una brutta situazione, perché se segui papa Giovanni Paolo II (contrario alla guerra) devi essere antiamericano.

Lo stesso schema (attacco ad personam + falsa dicotomia) oggi viene applicato a Mario Adinolfi, target privilegiato di queste tecniche in quanto ex – anzi, perfino fondatore! – del Partito Democratico. La disgregazione del Pdf passa attraverso il tentativo di screditare la sua persona. Naturalmente – molto cristianamente – non si perde occasione per rimarcare il peccato originale di Adinolfi: aver fondato il Pd. Per il gruppetto di guerrieri dell’informazione è il peggiore dei peccati. È la lettera scarlatta, il peccato imperdonabile, una lebbra spirituale. Viene da sospettare che sia anche più grave, per costoro, del peccato contro lo Spirito Santo…

La presunta irredimibilità di Adinolfi è la condizione del passo successivo. Qui si scade nella più becera retorica del complotto, un classico delle paranoia politica che affligge una certa destra codina – per non parlare della destra radicale – abituata a coltivare un sentimento di aristocratica superiorità. Si passa così, senza soluzione di continuità, dall’allusione maligna («Adinolfi amico di Renzi») all’accusa aperta. Sembra di essere di essere tornati alle ossessioni neofasciste degli anni ’50 sulla «quinta colonna» rappresentata dai comunisti. E difatti Adinolfi viene presentato come portatore di interessi occulti, descritto come marionetta renziana. Ma il vero scopo è dipingere il Pdf come lista civetta creata ad arte dal Pd per sottrarre il voto al centrodestra e scompaginare il fronte del Family Day (come il centrodestra fosse lo sbocco elettorale obbligato di quella piazza). Un complotto, insomma.

Gli anglofoni la chiamano “character assassination”. È il termine che designa il tentativo di distruggere la credibilità e la reputazione di una persona e, di conseguenza, dell’istituzione o del gruppo sociale che rappresenta (il Pdf, nel nostro caso). È questo l’obiettivo di chi insiste ossessivamente, oltre che sul passato politico di Mario Adinolfi, sulla sua condizione di “indegnità morale” in quanto divorziato risposato (una nota che solletica sempre il farisaismo latente di tanti bravi cattolici) e lo presenta come dittatore (il Pdf non viene liquidato spregiativamente dai detrattori come «il partito di Adinolfi»?). Sono giudizi strumentali, che servono a mettere in cattiva luce il nemico ideologico.

Anche questa, attenzione, è una tecnica di disinformazione ben precisa. È conosciuta come la tecnica dell’avvelenamento del pozzo. Consiste nel tentativo di screditare le affermazioni di una persona presentando informazioni (vere o false) a suo discredito. Lo scopo è delegittimare tutto quel che dice una persona.

Un altro grande classico, soprattutto delle discussioni politiche, è l’argomento dell’uomo di paglia (strawman) o del fantoccio. Consiste nell’attribuire a qualcuno pensieri irragionevoli, assurdi, che non ha mai formulato. Così si accredita all’avversario un pensiero costruito ad hoc, agilmente ridicolizzabile: è l’uomo di paglia, il fantoccio facile da bruciare. Dai tempi del decreto Lorenzin, ad esempio, non manca chi cerca di far passare l’opposizione all’obbligo di vaccinazione come una messa in causa (antiscientifica e perciò retrograda) della validità delle vaccinazioni.

Naturalmente le tecniche di manipolazione dell’opinione non si esauriscono qui. La lista è alquanto lunga…

In conclusione, nella misura in cui si avvicinerà il voto bisognerà aspettarsi affondi sempre più pesanti e coordinati, nella consapevolezza che c’è poco di spontaneo in questa campagna di veleni.

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12/01/2018
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