Società

di Lucia Scozzoli

Alfie: se questo (non) è un bimbo

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Laura Zambelli Del Rocino su einaudiblog.it è riuscita a vincere il premio disumanità nel commentare la vicenda Alfie Evans, uscendosene con poche inaccettabili righe, che speriamo di tutto cuore i genitori non leggano mai: “Alfie non era più e forse non era mai stato un bambino, nell’accezione della completezza umana, forse non era solo in stato vegetativo, in quanto ciucciava e muoveva le braccine. Lascio a laicisti, eticisti, scientisti e religiosi vari marcare il confine terminologico, ma su un fatto erano tutti quanti d’accordo: il bimbo era condannato”.

Anche io sono condannata, anche la Zambelli lo è: ricordati che devi morire era una spassosa battuta di “non ci resta che piangere”, a cui il geniale Troisi rispondeva con un “mo’ me lo segno”.

Molto simpatico il racconto spietato-struggente del padre sessantacinquenne della giornalista a cui la razionalità del sistema sanitario nazionale vieta l’inserimento in lista trapianti, ma comunque campa altri 18 anni: possibile che la Zambelli non riesca a cogliere che proprio qui sta l’abissale ingiustizia del caso Evans?

Il piccolo Alfie ha subito l’estubazione forzata ed è sopravvissuto; aveva una banale infezione polmonare, che si cura con l’antibiotico che trovi in una farmacia qualunque, e non gli è stato somministrato; aveva bisogno di ossigeno e gli è stata portata via la mascherina; aveva bisogno di alimentazione ed idratazione ed è stato lasciato senza per 36 ore.

Se al padre della Zambelli, oltre che il trapianto, avessero negato pure il bypass (il quinto) che invece gli hanno fatto, e la terapia antibiotica post operatoria, e il cibo e l’acqua, allora forse saremmo stati in un caso paragonabile.

Giacché aveva vissuto 65 anni, poi, ed era diventata una cariatide rattoppata, visto che comunque doveva morire ed era un costo per l’INPS, con la sua pensione e pure i rimborsi per spese sanitarie, potremmo affermare che, se mai è stato un uomo, ora non lo era più. Meglio chiuderlo in una stanza, senza la possibilità di essere raggiunto da nessuno, né aiutato da chi lo amava, per lasciarlo morire prima: era il suo best interest, ormai che vita lo attendeva? Aspettare il lento declino, mentre il cuore scoppietta malandato gli ultimi colpi, è una vera crudeltà, quando era giovane e forte non lo avrebbe mai voluto. Magari adesso manifestava una caparbia volontà di vivere, ma quel che conta era senz’altro ciò che diceva vent’anni prima, quando pagava i contributi allo stato e quindi aveva diritto di esprimere un’opinione.

Siamo sicuri che la coscienza e la capacità attiva di comunicare siano la discriminante per decidere se questo è un uomo?

A tal proposito mi viene in mente un episodio della serie dottor House, il medico zoppo e antipatico che cura tutti con la sua insopportabile genialità: si narrava la storia della sua zoppìa. Colpito da non mi ricordo cosa, aveva la gamba in cancrena e rifiutava l’amputazione parziale o totale. Per sopportare il dolore, chiese di essere sedato. A quel punto la moglie, preoccupata per la sua sopravvivenza, visto che era incosciente, si appellò al protocollo che prevedeva per lei la possibilità di autorizzare l’intervento e gli fece grattare via un bel po’ di muscolo, salvandogli la vita. Lo scorbutico dottore si ridestò vivo e zoppo, del tutto suo malgrado. Attenzione a dormire: se non resti vigile a badare a te stesso, dietro ad un regolamento ben compilato, chiunque può farsi tuo portavoce e portarti dove non vuoi.

Certo era solo un telefilm, ma lo scenario ipotizzato apre uno sprazzo di luce sul mito della regolamentazione a tutti i costi: non tutto si può normare, soprattutto quando parliamo di una cosa preziosa e delicata come la vita umana, tanto più se indifesa.

Mille volte ciascuno di noi si è trovato o si troverà nella condizione di non poter o saper non solo esprimere la propria volontà, ma nemmeno comprenderla a fondo, come un bambino col mal di denti che rifiuta di farsi mettere le mani in bocca dal dentista. Ciò che ci salva, in quei frangenti di incoscienza, incomunicabilità o non piena comprensione della situazione, è l’amore, la fiducia in chi ci ama, l’abbraccio della famiglia. Un uomo solo è sempre condannato a capitolare al primo accidente. Un uomo amato, sopravvive alle più feroci avversità.

Alfie era un bambino amatissimo, il suo best interest era pienamente compreso dai suoi genitori, non certo dai medici aguzzini dell’Alder Hey. Non si tratta di decidere chi abbia la proprietà della vita di un bambino: nessuno ce l’ha, né i genitori, né lo stato, né i medici. Si tratta di capire chi comprende meglio il vero profondo best interest, ed è sempre e solo chi più ama. La pretesa di decidere se far vivere o morire in base ai valori di un esame, alle curve di un monitor e alle voci di bilancio di un ospedale non è nemmeno così disumana come si dice: in una condizione di risorse limitate (se realmente è così però), decidere di spendere dove ci sono più possibilità di riuscita ha un senso globale, sebbene costituisca sempre un’ingiustizia particolare. Ma non è a questo che abbiamo assistito nel caso Alfie: l’ospedale ha messo in atto precise e documentate strategie per uccidere quel bambino, non semplicemente per smettere di spendere soldi per curarlo. Se si trattava di risparmiare, bastava dimetterlo. Che ora si cerchi disperatamente una copertura morale ad un atto immondo è azione sconvolgente e terribile, a cui la Zambelli si presta con supponenza e incoscienza.

Io non sono una fanatica delle cure ad ogni costo, anzi, a dire il vero sono pure personalmente contraria ai trapianti, giudicando per me che se qualche organo vitale dovesse smettere di funzionare, allora sarebbe bene che accettassi la mia dipartita con serenità. È anche ovvio che statisticamente si trapianti un cuore in un giovane con una premura diversa che in un ultra sessantenne, ma ogni persona fa caso a sé e non è raro incontrare pazienti in condizioni particolarmente critiche che però hanno una vitalità interiore che giustifica grandemente la scelta di cure anche estreme. In ogni caso la terapia che un paziente o uno staff medico giudicano adeguata alle condizioni e all’età di un malato non hanno niente a che fare con la cura che ad esso comunque si deve: fino all’ultimo respiro consentito dalla vita, nella sua naturalità totale, senza tubi e aghi, o all’interno di percorsi medici più invasisi, è prioritario alleviare, lenire, sostenere.

Alfie è stato lasciato arrancare, annaspando aria, piangendo per la fame. Non lascerei morire così nemmeno il mio gatto, figuriamoci mio figlio! Ci sono i comitati di difesa delle aragoste, perché non vengano ammazzate buttandole nell’acqua bollente; o per tutelare maiali, pulcini, mucche. Per non parlare di cani e gatti.

Però Alfie non era nemmeno un bambino?! La Brambilla vuole vietare l’agnello in tavola; è disumano ingozzare le oche per fare il paté de foie gras; siano maledetti quelli che spargono bocconi avvelenati per ammazzare i branchi di cani randagi che affollano certe zone del sud e che si sbranano pure tra loro. Ma è stato giusto uccidere così Alfie?

Magari Alfie non fosse stato un bambino, ma un agnellino batuffoloso! Sarebbe stato trattato meglio. Magari fossimo considerati almeno animali! È vietato infatti strappare i cuccioli di cane alla madre prima dello svezzamento, invece coi bambini si può. Magari non fossimo uomini, e donne, ma solo arbusti piegati dal vento! Non saremmo costretti ad assistere muti allo scempio della ragione che si consuma sotto i nostri occhi. Siamo una specie impazzita: gli unici esseri viventi che disprezzano se stessi, considerando indegno chiunque non sia all’altezza di un ideale che poi nemmeno esiste. Nessuno è mai abbastanza. Intanto però Napolitano è stato curato per bene, nonostante l’età.

Scommetto che se Alfie fosse stato suo nipote, a quest’ora sarebbe ancora vivo, e nessuno avrebbe nulla da obiettare.

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03/05/2018
0310/2022
S. Maria Giuseppa Rossello

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