Società

di Valerio Musumeci

Una repubblica fondata sulla canzonetta

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D’accordo: la sala stampa ha imprudentemente esultato quando sul palco dell’Ariston, sabato notte, Claudio Baglioni ha proclamato vincitore il giovane Alessandro Mhamood. Dalla cucina di casa – il posto d’osservazione del resto più naturale, per il Festival – confesso di avere gioito anche io. Soltanto per un attimo, prima di rivestire i panni paludati del critico. Che mi dicevano comunque che aveva vinto una buona canzone.

Avevo passato i giorni precedenti a confrontarmi con la possibilità concreta che trionfasse Loredana Bertè, con un brano il cui acme era rappresentato dal distico “Che cosa vuoi da me / che cosa vuoi da te” (per scrivere il quale si sono messi in tre); o un certo Achille Lauro, dove Lauro sarebbe il vero nome e Achille lo pseudonimo scelto per assonanza con il celebre sindaco di Napoli che inventò la formula “scarpa destra – scarpa sinistra” (per quanto riguarda il brano, sarebbe stato meglio presentarsi con Morgan sin dall’inizio, che solo nella serata dei duetti quelle anguste strofe hanno visto un po’ di luce).

Avevo appreso mio malgrado che Ultimo – arrivato secondo – aveva pensato di dedicare un brano a Fabrizio Corona e che questi dal carcere gli aveva chiesto diecimila euro per i diritti di sfruttamento della sua immagine (con un precedente del genere il ragazzo meritava di vincere non soltanto Sanremo, ma anche l’Isola dei Famosi, il Grande Fratello e se ci fosse stata ancora, pure la Fattoria); avevo empatizzato con Cristicchi che dopo anni di orgoglioso mangiapretismo ha presentato un brano nel quale scorre un anelito di spiritualità, ma giusto quello, che il ritorno a casa è difficile per tutti ma soprattutto per un artista che ha un pubblico da mantenere (chiedetelo a Povia); mi ero preoccupato come tutti per le condizioni di salute di Arisa, evidentemente sofferente durante l’esecuzione del suo brano, scoprendo poi che aveva la febbre a 39 (ma soltanto la voce si era persa per strada, il testo non c’era mai stato). Questi erano grosso modo i papabili, tra i ventiquattro artisti in gara sui quali sin dal primo giorno si sono sprecate le pagelle, i commenti, le analisi del testo, della musica, del look, del taglio dei capelli, in un delirio lombrosiano che non vorremmo assecondare.

Fatto sta che alla proclamazione del vincitore la sala stampa s’è alzata in piedi. È vero, Aldo Cazzullo ha scritto sul Corriere che “l’arabo con un nome arabo che vince il primo Sanremo sovranista con un verso in arabo rappresenterebbe oggettivamente una notizia”. Roberto Arditti sull’Huffington Post ha notato che “era difficile congegnare un regalo meno efficace alla vulgata sovranista e populista di quello venuto fuori nell’ultima serata del Festival”. Maria Giovanna Maglie, sul profilo Twitter di Maria Giovanna Maglie, ha cinguettato che si tratta di “un vincitore molto annunciato. Si chiama Maometto, la frasetta in arabo c’è, c’è anche il Ramadan e il narghilè, e il meticciato è assicurato”. Invece Mhamood, sul palco del Teatro Ariston, ha detto “Ma che, davvero? Pazzesco, pazzesco”. E poco dopo, in conferenza stampa, all’ovvia domanda sui migranti: “Io sono italiano al cento per cento”.

Della canzone, un pezzo importante sulla situazione delle periferie, la condizione dei figli di immigrati, il rapporto tra genitori e figli e tra questi e il denaro, in una cornice melodica profumata di Mahgreb senza essere oleosa, non parla nessuno. Tutti si concentrano sul golpe della sala stampa e della giuria di qualità, che avrebbe sovvertito il voto popolare, e sulla polemica politica con i sovranisti. Come ringhiato da Ultimo in conferenza stampa, a votare per lui era stato il 48,8% dei telespettatori, contro il 20,95% del collega italo-egiziano (il 30,26% aveva preferito i ragazzi del Volo, ben più sportivi). La somma dei voti della Giuria di qualità e della Sala Stampa, invece, ha attribuito un bulgaro 63% a Mamhood, il 24,7% a Ultimo e l’11,6% al Volo, ribaltando effettivamente il risultato. Ma basta questo a parlare di “golpe delle élites” – come pure si è letto – e di deliberata volontà di polemica con il Governo?

Sul piano metodologico, qualche considerazione interessante viene da un insospettabile, lo scrittore Giovanni Fasanella, che pure di putsch ne sa qualcosa: “Questa storia del ‘golpe’ di Sanremo - il ‘voto del popolo’ che sarebbe stato tradito e ribaltato da una ‘giuria politica ‘ - farebbe ridere se non fosse la spia di un paese che sta letteralmente sbroccando – ha scritto Fasanella sulla sua pagina Facebook - le regole valgono solo se premiano la propria parte, altrimenti sono antidemocratiche. Ha vinto un cantante che si chiama Mahmood. Non so se la sua canzone fosse davvero la più bella. Ma secondo le regole, da tutti condivise al nastro di partenza, il vincitore è lui. Può darsi che con un sistema di diverso (magari ideato da Salvini, Mara Venier e Platinette) questo italo-egiziano usurpatore non sarebbe stato nemmeno accettato. Ma con le regole attuali, ha vinto lui, non la Bertè o quell’altro, come si chiama?, Ultimo. E va accettato, piaccia o no”.

In effetti, nel corso di cinque serate i conduttori avevano ripetuto costantemente – perfino con qualche imbarazzo – le modalità di voto e la possibilità di consultare il regolamento sul sito ufficiale. Quella che si è verificata, spiega Fasanella, è una possibilità prevista sin dall’inizio. Se qualcuno avesse voluto contestare il fatto che la Giuria di qualità e la Sala stampa valessero il 50% (rispettivamente il 20 e il 30%) nella valutazione finale degli artisti, avrebbe dovuto farlo prima. D’altra parte, far votare giuria e giornalisti con l’obbligo di assecondare i desideri del pubblico sarebbe risultato iniquo. Nessun golpe, dunque: soltanto una volontà netta, quella delle giurie, che si scontra con una altrettanto netta, quella del televoto, e finisce col prevalere. Ma in un sistema in cui è contemplato - dunque è legittimo - che prevalga.

Sul piano del merito, si può discutere se la sala stampa abbia voluto mandare un segnale incoronando Mahmood, e se questo segnale vada o meno contro il sentire popolare. Certo la compattezza della votazione finale - oltre il 60% dei voti, non sappiamo come ripartiti tra giuria di qualità e sala stampa - porta a pensare ad una volontà di spingere il giovane italo-egiziano, persino sospetta. Ma è anche vero che per ben due volte, durante il Festival, la sala stampa gli aveva preferito altri: Cristicchi durante la seconda serata; Loredana Bertè, Arisa e Daniele Silvestri nella quarta, quando l’artista finisce fuori dal podio. E ancora nella prima parte dalla finale, è sempre la Bertè a prevalere su Mahmood nel giudizio dei giornalisti. E lì si trattava di mandarlo in finale.

Fatto sta che alla fine la sala stampa hanno applaudito. Ed apriti cielo con tutte le considerazioni che abbiamo visto. La verità è che Sanremo è il maggiore palcoscenico italiano e la politica, di riffa o di raffa, vi entra sempre. Nel caso di specie lo aveva già fatto con la polemica sulle frasi di Baglioni sull’immigrazione, e la circostanza che vi fosse in gara un cantante con un nome arabo – quello è il punto, lo dimostra il commento della Maglie – ha rappresentato il classico cacio sui maccheroni. Per quanto riguarda le élites, poi, che queste si facciano rappresentare da Joe Bastianich ed Elena Sofia Ricci, riuniti notte tempo in una cripta per ricevere indicazioni da Soros su quale artista votare per minare il Governo sovranista, è un’idea poco credibile per quanto gustosa. Quanto a Bastianich, pare addirittura che durante la gara avesse invitato sui social a votare i Negrita, venendo meno così alle indicazioni della massoneria internazionale.

Riassumendo, può esservi stata sì una componente ideologica nel voto compatto di giuria e sala stampa. Ma penserei ad un fatto contingente piuttosto che ad una deliberata volontà politica. Che sarebbe stata un errore, certo, poiché come sempre il primo a cercare lo scontro è lo stesso Salvini, che aveva già comunicato di tifare Ultimo – ovvero l’agiografo di Fabrizio Corona – e che ne ha approfittato per contestare le modalità della vittoria di Mhamood. Di simili regali, il vicepremier non ha certo bisogno. Non se a contendergli la guida del Paese, morte le opposizioni, è un Di Maio ormai in stato confusionale che pensa alla revisione delle modalità di voto al Festival invece che al voto in Abbruzzo, che è andato come sappiamo.

Com’è, come non è, ha vinto una buona canzone. Con un testo importante, che in tutto questo bailamme finisce sullo sfondo in piena tradizione sanremese. Io l’ho immaginata così, la scena: c’è sto ragazzino che abita in un piccolo appartamento in periferia, che rientra in casa dopo aver passato il pomeriggio chissà dove. Butta il giubbotto e le chiavi da qualche parte e va dritto nella sua stanza. Ma tra l’ingresso e la sua stanza c’è il salotto, e nel salotto, buttato sul divano con una birra in mano - che nella canzone diventa “champagne”, per esigenze di metrica e di stile - c’è suo padre che guarda la televisione. Il viso illuminato dalla luce bluastra della tv, le pupille piccole che guardano le immagini che scorrono sullo schermo. E magari una canottiera sporca, che non ci sta male.

Il ragazzino sa, perché qualcuno gliel’ha insegnato, che la birra non si beve e non si beve sopratutto in quei giorni in cui “abbiamo fatto scendere il Corano, guida per gli uomini e prova di retta direzione e distinzione”. “Chi di voi ne testimoni l’inizio, digiuni”. Il ragazzino sa tutto questo, ma vede suo padre bere. Poi lo vede girarsi verso di lui, come al rallentatore, accendersi una sigaretta – che diventa narghilé - e domandare, con un tono a metà tra il formale e lo scocciato, come va? Il ragazzino non risponde e va a chiudersi in camera.

E in camera, anziché andare su internet a cercare qualcosa che sostituisca la religione tradita di suo padre, e già che ci siamo dia un senso alla sua vita che per adesso si perde in giro per il quartiere, tra una canna e uno scippo, e trovare questo qualcosa nelle chiacchiere di un minchione che si proclama seguace di Daesh, magari non lo è ma dà l’impressione di esserlo, e farsi riempire la testa di balle sulla guerra santa all’Occidente e fiumi di latte e miele e legioni di vergini eccetera eccetera, invece di fare tutto questo, insomma, si mette a scrivere. E scrive di brutto. Ed è una vita che si salva, invece di perdersi. Ed è meglio così.

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12/02/2019
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