Chiesa

di Claudia Cirami

Tornando alla questione degli abusi….

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In tempi di abusi e di clericalismo – secondo il Papa la vera causa di azioni scellerate, anche di tipo sessuale, su vittime inermi – si parla anche di altre persone, oltre ai minori, finite nel triste cono d’ombra di solitudine e disperazione causato dagli abusi. Si tratta delle religiose, che non soltanto spesso vengono ridotte a donne di servizio di consacrati o vescovi, ma purtroppo – come è stato più volte messo in rilievo in questi ultimi tempi – si trovano a soffrire persino abusi sessuali da persone insospettabili. In questi giorni, un’intervista di Vatican Insider a suor Anna Deodato, appartenente all’Istituto della Ausiliarie diocesane di Milano e membro del Consiglio di presidenza del Servizio nazionale per la tutela dei minori della CEI, ha riacceso i riflettori sul tema degli abusi su donne che hanno consacrato la propria vita a Dio da parte di uomini che in teoria hanno fatto altrettanto, ma nella prassi hanno disatteso alla fedeltà alla loro vocazione.

Immaginiamo queste donne, ferite, deluse, magari arrabbiate, soprattutto preda di un senso di sconfitta, anche se in realtà, in queste tristi storie, a perdere in dignità non sono certo loro. Un tema davvero delicato che pone domande di non poco conto e che ha origini lontane. Suor Anna Deodato ha correttamente spiegato che: «l’abuso sessuale accade come ultimo, tragico atto di una serie di abusi di potere e di coscienza». Però non si può certo negare che sia probabilmente quest’ultimo tipo di abuso a rendere difficoltoso valutare l’entità del fenomeno. Avremo mai dati veramente affidabili sul tema degli abusi sulle consacrate? Quante avranno scelto e sceglieranno ancora la via del silenzio, magari come forma di un malinteso senso di espiazione? Quante preferiranno non mettersi contro un superiore, un presbitero o un vescovo che, nella considerazione dell’opinione pubblica, le sorpassa in autorità e carisma? La domanda riguarda anche noi laici: saremmo disposti a credere ad una religiosa che ha trovato il coraggio di denunciare un abuso? O non penseremmo, magari, ad una macchinazione per infangare quel prete o quel vescovo su cui riponiamo la nostra stima?

È lecito chiedersi, infatti, quanto siamo consapevoli di questo tema. Il nuovo clima di presa di coscienza collettiva lascerebbe ben sperare grazie anche a Papa Francesco che non ha avuto remore ad affrontare l’argomento, al ritorno del suo viaggio negli Emirati Arabi Uniti. Rispondendo ad una domanda, Francesco non solo ha ammesso il problema ma ha anche cercato di guardare con realismo alle cause – è un problema culturale, ma non solo – e alle soluzioni: «in alcune culture è un po’ più forte che in altre – ha spiegato – non è una cosa che tutti fanno, ma ci sono stati sacerdoti e anche vescovi che lo hanno fatto. E io credo che si faccia ancora, perché non è una cosa che, dal momento in cui te ne accorgi, finisce. La cosa va avanti così. È da tempo che stiamo lavorando su questo. Abbiamo sospeso qualche chierico, mandato via, per questo. E anche, non so se è finito il processo, abbiamo dovuto sciogliere qualche congregazione religiosa femminile che era molto legata a questo, una forma di corruzione. Non posso dire: “A casa mia questo non c’è…”. È vero. Si deve fare qualcosa di più? Sì. Abbiamo la volontà di farlo? Sì. Ma è un cammino che viene da lontano». Papa Francesco ha portato il tema all’attenzione mondiale, dandogli il giusto risalto. Da questo momento in poi nessuno potrà più dire: «non sapevo, non immaginavo, non pensavo». Il problema esiste.

E le congregazioni quanto sono consapevoli? Proprio ieri, a pochi giorni dall’incontro che in Vaticano si occuperà del tema degli abusi sui minori, è stata rilanciata dalle agenzie stampa la dichiarazione congiunta dell’Unione internazionale delle Superiore generali, UISG, e dell’Unione Superiori Generali, USG. Il testo è una richiesta di perdono per quanto fatto e omesso in termine di prevenzione degli abusi, in particolare sui minori. Importante il passaggio in cui viene affermato: “Vogliamo vedere i nostri punti ciechi. Vogliamo denunciare ogni abuso di potere. Ci impegniamo a intraprendere un percorso con coloro che serviamo, avanzando con trasparenza e fiducia, onestà e sincero pentimento”. Possono essere parole, ma è importante vedere che non si faccia riferimento soltanto alla possibilità di denunciare ma anche ad un itinerario di consapevolezza che individui i “punti ciechi” – dove maturano abusi, silenzi, complicità – se ne faccia carico e porti ad azioni concrete. Inoltre, ai fini della nostra riflessione sugli abusi sulle consacrate, sono due i passaggi che ci sembrano fondamentali. Il primo passaggio concerne l’estensione del tema degli abusi anche alle vittime che provengono dai seminari e dagli istituti religiose. Non solo minori, bambini e ragazzi, dunque, ma anche seminaristi maggiorenni e religiose. Il secondo passaggio, che riguarda la strategia di prevenzione degli abusi, fa riferimento al maggior coinvolgimento delle donne: «È giusto affermare – così si esprime la dichiarazione – che se alle donne fosse stato chiesto un parere e un aiuto nella valutazione dei casi, sarebbe stata intrapresa un’azione più forte, più rapida e più efficace». Questo passaggio appare molto importante anche per il riconoscimento del prezioso ruolo della donna: le rivoluzioni culturale, che possono portare a risolvere o, più realisticamente a ridurre il problema degli abusi sulle religiose, partono anche dall’accettare e valorizzare il femminile, non come controcanto al maschile, ma come reciprocità e complementarietà.

È stata Lucetta Scarafia su Donne Chiesa Mondo, inserto dell’Osservatore Romano, a spiegare che la «situazione delle donne rimane molto ambigua, e soprattutto all’interno dell’istituzione ecclesiastica secoli di cultura incentrata sulla donna pericolosa e tentatrice spingono a classificare queste violenze, anche se denunciate, come trasgressioni sessuali liberamente commesse da ambo le parti. Ecco allora che l’analisi sugli abusi fatta da papa Francesco ci viene ancora una volta in aiuto: se si punta il dito sul potere, sul clericalismo, gli abusi sulle religiose prendono un altro aspetto e possono venire finalmente riconosciuti per quello che sono, cioè un atto di prepotenza in cui il tatto diventa violazione dell’intimità personale. La differenza di potere, la difficoltà di denunciare per il timore — seriamente motivato — di ritorsioni non solo su di sé, ma anche sull’ordine di appartenenza, spiegano il silenzio che per anni ha avvolto questa prepotenza». È corretto ammettere che c’è stata da sempre una parte della Chiesa restia ad accogliere la novità di Gesù e della sua attenzione nei confronti delle donne. In questo contesto possono maturare gli abusi: di potere, di coscienza, sessuali.

Forse anche il cattolicesimo femminile dovrebbe interrogarsi: si trova spesso spaccato tra l’accusa ad una cultura maschilista e patriarcale da un lato e dall’altro lato incline a sostenere l’esistenza di un pregiudizio infondato nei confronti della Chiesa sulla mancata valorizzazione delle donne. Il tema degli abusi arriva a scompigliare le carte. Dire, infatti, che l’abuso sessuale è solo l’ultimo atto di una serie di abusi significa dare ragione a Papa Francesco che vede nel clericalismo l’origine di questo dramma, che riguarda minori, uomini e donne, e quindi non si può ridurre tutto ad un’ermeneutica femminista, che riconduce ogni problema al sessismo. Di contro, l’abuso sulle religiose testimonia la presenza di una parte di Chiesa in cui sono maturati non solo molestie o violenze sessuali, ma anche un clima di silenzi e complicità. Non si può allora solo pensare al peccato del singolo. Nascono domande scomode sulla valorizzazione delle donne nella Chiesa: è autentica? Se rispondiamo sì, riguarda tutte? È possibile che pensando alle donne nella Chiesa ci sia una parte di essa che non vede le religiose come espressione di femminile da riconoscere e promuovere? Forse una posizione più sfumata e più disponibile ad interrogarsi, rispetto ai due estremi, aiuterebbe sia le religiose che hanno subito abusi sia la Chiesa intera.

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20/02/2019
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