Società

di Rachele Sagramoso

La storia di Flora Gualdani una vita per il prossimo

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Sabato è stata raccontata una storia. Non si tratta, però, di una favola, poiché è tutto vero. Flora Gualdani esiste e, in sessant’anni di professione ostetrica, è stata una goccia nell’oceano, ma c’è riuscita. Ha scardinato l’idea di ostetricia, di assistenza alla nascita, di cura della persona, che oggigiorno esiste. E non l’ha fatto per sé, ma per il bambino, ossia anche per la donna. Sì perché se salvi un bambino, se lo custodisci nel grembo materno e lo assisti nella nascita aiutandolo a trovare il seno materno (cfr http://breastcrawl.org/), hai aiutato una persona a venire al mondo. Persona che, se amata, sarà in grado di amare. E Flora ha scelto di farlo, di servire la vita nascente, poiché se non la si torna ad amare, che futuro possiede l’Umanità?

Cara ostetrica, collega, ma anche cara consulente per l’allattamento, cara volontaria che ascolti le mamme penare dietro alle fatiche quotidiane, care doula e consulente del portare in fascia e a te, cara donna, io vorrei raccontare una storia. È la storia di Flora e mi piacerebbe molto che tu la conoscessi, che tu fossi messa in grado di sapere di chi stiamo parlando e di cosa.

So con esattezza come si sente una donna quando vive da sola una gravidanza non programmata. So cosa significa sentirsi sola. Conosco l’oscurità che possiede lo specchio che rimanda il volto e l’espressione di una donna quando si trova in una condizione nella quale non si sente pronta ad affrontare una gravidanza. Conosco il sapore di quella disperazione. Ne distinguo l’odore. So anche le frasi di circostanza che vengono rivolte alla donna che si trova in questa situazione. Di solito tutte contro la vita. Cominciamo con questo: la donna che si trova di fronte a questa circostanza, è figlia di una cultura che mira a rimuovere un problema il più rapidamente possibile. Tuttavia la risoluzione fornita non è spesso la migliore, quella che farà – a lungo andare – sentire la donna serena con se stessa. È per questo che esistono ostetriche che tentano in tutti i modi di aiutare veramente la donna che si trova a dover decidere cosa fare. E, per farlo, bisogna andare contro la massa, bisogna essere politicamente scorretti e possedere una certa dose di sicurezza nei confronti di qualcun Altro.

La vita di Flora Gualdani è stata una continua silenziosissima tessitura di una tela che protegge donne e bambini. Donne che la società e la cultura avrebbero voluto veder interrompere la gravidanza, ma che sono state aiutate a guardare la disperazione negli occhi e, coraggiosamente, sostenute a non compiere l’errore più grande della loro vita. Verrebbe da chiedersi, automaticamente, che n’è delle donne che, invece, quell’errore l’hanno compiuto, e poi hanno incontrato Flora: «Con quelle che hanno abortito – dice Flora – ho cercato di amarle un pochino di più, perché erano donne che erano segnate da un dolore. Ho cercato di dire loro che certo, distruggere una vita non è una cosa da nulla, ma tu –dice rivolgendosi direttamente a ognuna di loro – hai ucciso un corpo, il ginecologo ha operato sul corpo del tuo bambino, ma non ha distrutto la persona, che è molto di più. Quell’anima eterna che gli è stata infusa (al bambino) nel momento del concepimento, dov’è intervenuto lo Spirito Santo, è un’anima che nessuno può distruggere. Il tuo bambino vive, riconciliati con lui: ricongiungi questo cordone. (Glielo dico) perché altrimenti non trovano pace». Non basterebbero mille parole per esprimere gratitudine nei confronti di chi avvolge le braccia intorno a ogni donna distrutta da quel dolore: giustificarle e dire che non debbono sentirsi in colpa sarebbe solo un modo per sminuire la loro sofferenza, ma accoglierle e dire loro che non sono sole nel dolore, è un modo molto dolce per responsabilizzarle e risollevare il loro animo.

Questa è Flora Gualdani, l’ostetrica che mani, occhi, orecchie e soprattutto cuore capaci, hanno raccontato nel pregevole documentario proiettato sabato 2 marzo, presso l’oratorio di Santa Maria in Vallicella, prodotto da Oratorium e presentato alla presenza di amici e affezionati. Documentario intitolato “Alle sorgenti della vita-Flora Gualdani” (https://youtu.be/CD2Ssu-0QIk) che chi conosce Flora, e l’ha fatta conoscere al resto del mondo, ha visto con i lucciconi agli occhi: «Finalmente è conosciuta, finalmente nessuno potrà dire che non sa chi sia Flora» sembrano dire le espressioni d’infinita dolcezza e dedizione che chi se ne prende cura da anni - restituendole l’amore da ella ricevuto - , mostra sul proprio volto.

Chiunque vive la nascita non può che comprendere quanto un cambio di paradigma sia necessario. Al centro della nascita – e di qualsiasi processo femminile: fertilità, nascita e nutrizione infantile - , come ben sappiamo, vi fu messo l’operatore. La medicalizzazione della femminilità ha portato la donna a perdere contatto con se stessa e a delegare la propria fisiologia verso la materia che si occupa di patologia. I medici, ottime e necessarie figure preposte alla cura della malattia, del disagio e del disturbo acuto e cronico, non sono però coloro che possono gestire la fisiologia, la normalità. Questo poiché il corpo della donna, concepito per la maternità (biologica, affidataria, adottiva o spirituale), funziona verso questa direzione senza per forza ricorrere all’apporto spesso “innecessario” (dall’uso che si fa del termine unnecessary riferito ai troppi tagli cesarei) di medicinali o presidi medici. Giustamente da anni (circa dal 1990) l’ostetricia ha sollevato il problema che aveva portato al picco di tagli cesarei e al massimo storico di neonati nutriti con la formula lattea: la donna doveva ritornare al centro della cura. La donna doveva essere messa in grado di compiere le scelte più giuste per se stessa, in modo consapevole e coerente. I movimenti perché le donne si riappropriassero della loro maternità usufruendo della possibilità di ricorrere alla medicina solo in caso di effettiva necessità, sono stati molti e molto fruttuosi. Ci sono state diverse donne (ostetriche, consulenti, volontarie) che hanno fatto dell’empowerment (consapevolezza e potere riferito a se stessi) un modo per riportare la donna nella condizione saper scegliere il meglio per sé nel percorso della gravidanza - che può essere seguito anche solo dall’ostetrica -, nella nascita – che può avvenire anche in casa o in case maternità (se tutto si svolge fisiologicamente) – e nella cura del proprio bambino - che può essere allattato quasi in tutte le circostanze e per quanto la donna lo desidera e lui ne sente il bisogno -.

Tuttavia, come ben sappiamo, la situazione della donna all’interno della presa di coscienza nella fisiologia del proprio corpo, ha distolto la donna stessa dalla propria salute, capovolgendo la propria consapevolezza in autodeterminazione e lasciando indietro, rispetto alla cura del “percorso nascita” (gravidanza-parto-allattamento), i metodi naturali della regolazione della fertilità. Questi non sono mai neanche stati presi in considerazione da chi aveva fatto quel magnifico lavoro di consapevolezza, poiché – pare strano a dirlo – la donna può essere consapevole della propria maternità, ma non della fertilità, parte integrante della propria vita riproduttiva. Ecco che, infatti, un passo verso la vera salute femminile, come per quarant’anni ha fatto Flora Gualdani insegnando nella sua Casa Betlemme, è quello di proporre alle donne di acquisire rispetto per il proprio corpo e per la propria persona, conoscendo così i metodi naturali. Il “cerchio” che Flora chiama “della Vita”, si chiuderebbe in modo completo, restituendo alla donna tutta la bellezza della sua femminilità.

C’è un passo ulteriore che però sembra chiaramente chiederci Flora Gualdani: portare la salute del bambino al centro del “percorso nascita”, poiché è il momento di tutelarla al massimo, se vogliamo che la salute delle donne sia davvero presa in considerazione. L’autodeterminazione, il presumere il fatto che la donna possa fare del proprio corpo ciò che sente al momento sia la cosa che desidera di più senza conseguenze sull’animo e la mente, è un concetto che ha portato esiti negativi anche e sui bambini - divenuti oggetti di bramosia o di rifiuto – e sulle donne stesse. Ciò non è equilibrato, né fisiologico.

Quando Flora Gualdani parla di quello che ha compiuto a Casa Betlemme, sa che è stato, parimenti a un travaglio fisiologico, un’opera silenziosa e quasi nascosta: il richiamo al travaglio di parto, che va rispettato nel massimo dell’ossitocinico buio, ci ricorda l’opera alla quale sono chiamate le ostetriche che una volta erano coloro che guidavano la donna verso il proprio bambino (erano le levatrici perché sollevavano” il bambino appena nato, verso la sua mamma), e che devono riconquistarsi l’onore tornando a essere coloro che lo tutelano. Questo non va contro la donna, ma verso la sua salvezza, verso la sua salute. Ecco, la piccola università di Casa Betlemme, ha pensato anche a questo: basi di Bioetica, Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II e Metodi Naturali, una formazione completa per tutte le persone che desiderano altro, molto di più. Per tutte le ostetriche e le donne che desiderano che la salute sia a tutto tondo verso la fisiologia, e non parzialmente. Perché Flora Gualdani ha proprio fatto così: ha scelto di abbandonarsi a Cristo che l’ha condotta verso tutto ciò che di più bello e importante poteva fare: formare il futuro, formare i giovani. Perché il massimo che può fare un’ostetrica, una donna per le donne, è far sì che la donna si ricongiunga alla sua umanità che è visceralmente materna (biologica, affidataria, adottiva o spirituale), tutelandone la fisiologica propensione alla protezione del più debole, verso la salute del nascituro e dell’intera umanità.

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07/03/2019
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