Politica

di Gabriele Marconi

Un congresso che va difeso, non sostenuto

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Nell’ultima settimana il World Congress of Families di Verona ha ricevuto una mole smodata di contestazioni, innervate anche da resoconti trasversali da parte della stampa mainstrem e liberal che, affidandosi ad “inchieste” di testate meno quotate e radicali, ha rilanciato come certi elementi privi di riscontro ai danni di alcuni dei relatori. Il caso più eclatante è quello della parlamentare ugandese Lucy Akello, accusata universalmente di invocare la pena capitale per persone che s’intrattengono con altre dello stesso sesso, quando si tratta di una delle personalità africane più in vista nella lotta alla pena di morte (il Corriere nella giornata di lunedì 18 ha

dovuto ritrattare). Un macchina del fango a pieno regime, sollecitata da frange radicali di neofemminismo ed attivismo LGBT, responsabili anche di aver prodotto un manifesto in 28 punti falsamente attribuito al Congresso dove vengono date per acquisite le tesi individuate da un rapporto di 46 pagine dell’EPF – la rete dell’Europarlamento su diritti civili, particolarmente focalizzato su premesse femministe e diritti riproduttivi – dell’aprile 2018 dal titolo Ristabilire l’Ordine Naturale. La visione degli estremisti religiosi per mobilitare le società europee contro i diritti umani in materia di sessualità e riproduzione. In esso si mettono all’indice una serie di sigle associative internazionali, ree di avere di un’agenda per l’Europa “ispirata dal Vaticano”, in cui tra le varie questioni autoreferenziali ci si chiede se “i Cristiani hanno il diritto legale di fomentare all’odio?”. Nel rapporto il Congresso e il suo portavoce internazionale Alexey Komov hanno posti d’onore, ciò che invece non sembra trovare spazio è la serietà nel metodo per la formulazione dei capi d’imputazione, laddove la sola fonte che si occupa direttamente dell’WFC è un articolo di Kane Gillian e Cole Parke sul Guardian del novembre 2015. Persino Open ha precisato in una delle sue esibizioni di fact-checking che non c’è traccia di quelle tesi nelle finalità degli organizzatori per il Congresso. Il sentito dire è stato elevato al rango accademico quando l’Università di Verona si è unita allo sdegno per bocca sia del direttore del Dipartimento di Scienze Umanistiche Riccardo Panattoni sia del rettore Nicola Sartor, che ha approvato con una nota ufficiale il comunicato firmato da 130 tra ricercatori e docenti dell’ateneo scaligero. Secondo gli ultimi bilanci sarebbe ormai arrivato a 500 sottoscrittori accademici, pari a circa il 70% del totale. C’è da crederci? Data la nostra storia universitaria numeri simili per un’adesione, se è vero che sono in continua ascesa, non evocano certo scenari rassicuranti. Lontani dal voler rispettare lo statuto che «promuove il pluralismo delle idee e respinge violenza, discriminazione e intolleranza», vicini all’adesione in blocco di un preciso schieramento nella forma di regime, che dell’ateneo può beneficiare senza difficoltà. Pazienza se le dichiarazioni presentano un retrogusto di censura preventiva, che sarà mai per l’Università! Se le percentuali dei giuramenti di fedeltà del ’31 non sono ancora in vista, un paragone numericamente più calzante viene dalle purghe intellettuali leniniane. Ma non ci è dato sperare che di fronte ad un tale totalitarismo del pensiero in atto, a Verona qualcuno mostri la statura di Sorokin, un Bulgakov o un Berdjaev. Un bell’apparato di guerra, col segnale di fuoco partito dalle dichiarazioni di esponenti di M5S, ex-LeU e PD, che non possono perdere l’occasione per accumulare consenso, provocando i rappresentanti istituzionali a non partecipare e professando l’esclusione di promotori e partecipanti dalla società civile, scaricando tutto il repertorio, dall’integralismo neofascista al bigottismo medievaleggiante, caricato dalle falsificazioni mediatiche.Un’offensiva generalizzata, con episodi che travalicano il civile, come le intimidazioni ricevute dagli albergatori convenzionati a seguito della campagna di boicottaggio dei collettivi: gli organizzatori hanno paragonato il trattamento riservato all’apartheid, laddove alle famiglie adunatesi a Verona non verrebbe concesso nemmeno di alloggiare senza rischi. In effetti nel social-web già si possono osservare manifestazioni di antagonismo dai toni tutt’altro che pacifici, con alcuni gruppi “trans-femministi” pronti anche ad ostacolare fisicamente la manifestazione. Di fronte ad un’offensiva di una simile portata non può che venire spontanea la difesa della manifestazione. Il Congresso dà una prova tangibile (per chi ne avesse avuto ancora bisogno) di come una 3-giorni focalizzata sulla discussione di famiglia e natalità provochi reazioni virulente a scatola chiusa indiscriminate e discriminatorie, in cui il primo presupposto è non considerare nemmeno nel più remoto orizzonte l’eventualità che la libertà di espressione ne tuteli l’attuazione e, pregiudicandola in anticipo, si decreta un processo alle intenzioni per direttissima. Diversi contributi da testate online di matrice cattolica più o meno vicine agli organizzatori hanno reagito, riconoscendo nella veemenza dell’offensiva un limpido segno della necessità del Congresso e del suo sostegno. Tiepido invece è stata l’approccio della grande stampa cattolica, Avvenire in testa con Luciano Moia sull’edizione del 19 marzo a parlare di «perplessità» per il rischio strumentalizzazione. Con una rapida dichiarazione dai festeggiamenti per i 150 anni dell’Ospedale Bambin Gesù anche il Segretario di Stato Vaticano Parolin è intervenuto: «Siamo d’accordo sul fondo, sulla sostanza, può darsi che qualche differenza ci sia sulle modalità». Il cardinale Pietro Parolin, già presente all’edizione moldava dello scorso anno, esprime una comunanza di vedute con l’organizzazione del Congresso, mentre non può dire di condividere il metodo. La diocesi di Verona si rammarica del «linguaggio ideologico e violento» utilizzato e del «conflitto politico» esploso intorno alla manifestazione, senza distinguere le responsabilità di tale clima. Poi però il vescovo Zenti ha confermato la propria presenza all’apertura del Congresso, unendosi al parere favorevoli di altri membri del collegio apostolico come l’emerito di Ferrara Luigi Negri e Francesco Cavina, Vescovo di Carpi, entrambi dalle pagine di IlGiornale valutando positivamente la presenza di esponenti del governo; tuttavia due voci e due soltanto. Anche l’isolamento ecclesiale ha dunque infiammato i sostenitori del Congresso. Il presidente. della CEI, card. Bassetti, dalle stesse pagine ha fatto eco a Parolin «avremmo preferito uno stile diverso da parte di tutti», richiamando ad un impegno comune intorno alla famiglia. Tra le voci che anno denunciato la follia dell’assalto spicca quella, appassionata, di Costanza Miriano, che nel suo blog ha gridato «La famiglia non è di destra!». Rimproverando al mondo della politica la nulla attenzione finora dimostrata al tema della famiglia e la solerzia con cui la sinistra si è mossa per contrastare quella che potrebbe essere una significativa messa a tema della questione di fronte all’abissale crisi demografica, Miriano s’interroga – in via perlopiù retorica – su come la dialettica delle ultime settimane ha trasformato la battaglia in una prerogativa di destra. Nei suoi “quanto sarebbe bello se…” a Verona si dessero appuntamento gli esponenti di tutte le grandi realtà aggregative italiane, l’autrice e giornalista non include solo il neo-eletto segretario del PD Nicola Zingaretti (invocando una tregua politica sulla famiglia), ma si rivolge anche alla CEI, memore di come il Family Day sia stato abbandonato alla stesse stregua. Miriano coglie una questione essenziale: la famiglia è un costituente così fondamentale della società che non può essere reclamata da nessun colore politico. Nessuna forza dovrebbe perciò respingerla, men che mai in un modo così radicale come stanno facendo PD, M5S e gli ex-LeU, adducendo una dialettica autoreferenziale di conflitto contro chi si pone il proposito di riportarla al centro del dibattito pubblico. Per lo stesso motivo, essa non può e non deve essere consegnata a nessun fronte politico. È esattamente questo il limite del WFC, impossibile da trascurare. La reazione oppositiva che sta subendo il Congresso echeggia senza dubbio quelle che subirono le Sentinelle in Piedi e i Family Day nel “quinquiennio della resistenza” (2013-2018) del mondo pro-family italiano: ha la loro stessa matrice, si sviluppa nella stessa dinamica e attraverso lo stesso stile. La stessa prevaricazione, lo stesso rifiuto di misurarsi pubblicamente in una disputa, la stessa aspirazione di squalificare a priori l’avversario, di interdirgli qualsiasi facoltà di esprimersi. La stessa repulsione viscerale, animata da una furia post-ideologica. Probabilmente gli stessi mandanti. Poiché subisce la stessa ingiustizia, essa va senza dubbio difesa, allo stesso modo. Ma tale reazione non ha lo stesso destinatario, o meglio ha un destinatario definito in tutt’altro modo, perciò non ha lo stesso valore. Non è stata una scelta degli antagonisti quella di connotare politicamente il Congresso. Si registra naturalmente (non v’è motivo di dubitarne) che gli organizzatori abbiano invitato gli esponenti delle istituzioni a prescindere dalla loro appartenenza partitica (Di Maio, nella fattispecie, secondo le più recenti dichiarazioni, è stato invitato), ma il Congresso non ha assunto una dimensione eminentemente politica per sottrazione, per antitesi subita. Essa è stata chiarita oltre ogni dubbio nelle ultime settimane di avvicinamento alla manifestazione per bocca di Massimo Gandolfini, presidente del Comitato Difendiamo i Nostri Figli (già rinominato associazione “Family Day”) al convegno di Fratelli d’Italia a Firenze, proclamando il partito come «graniticamente coerente» sui «temi fondamentali di vita, famiglia e libertà educativa» (16 marzo) secondo le istanze presentate dal Family Day. Terminava assicurando, in vista e a nome del Congresso «l’impegno morale, come imperativo categorico, di dire ovunque, in tutti i collegi, per le prossime Elezioni Europee di sostenere gli uomini e le donne di Giorgia Meloni. […] Ci ricorderemo di chi ha sposato convintamente i nostri principi nel segreto della cabina non faremo mancare il nostro voto».Due giorni dopo un suo Comunicato, citato negli stessi termini in una conferenza di presentazione del Congresso alla stampa, allargava il conferimento a tutte le forze di centrodestra: «confermiamo il nostro pieno appoggio ai partiti (Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia) che fino ad oggi ci hanno sostenuto nella battaglia a favore dei principi non negoziabili e ringraziamo in particolare i ministri Salvini, Fontana e Bussetti che con coraggio hanno accettato di sfidare la macchina del fango e delle menzogne, manifestando anche dentro il governo, l’impegno a sostenere la ‘bellezza’ della famiglia naturale». Sono dichiarazioni che non hanno riscontro nella storia parlamentare recente di queste sigle, di nessuna di esse. Nelle tre leggi che hanno costituito i punti nodali della deriva antropologica della passata legislatura - Divorzio Breve, Unioni Civili, Biotestamento – nessuna delle 3 forze parlamentari tra Camera e Senato ha dato in maggioranza voto contrario (nemmeno Fratelli d’Italia). Né nella presente, durante i 9 mesi e ½ di governo gialloverde la situazione è mutata. Il Congresso si svolge proprio mentre in Parlamento sono approdate le leggi sulla regolamentazione dell’eutanasia e della prostituzione, della prima sono co-relatori un deputato grillino e uno leghista (Roberto Turri che ha dichiarato di come alla Lega interessi una «soluzione condivisa»), della seconda, pallino del vice-premier Salvini, l’esclusiva è del Carroccio, alla seduta del Consiglio dei Ministri del 28 febbraio è stato approvato inoltre un disegno di legge per introdurre gli accordi prematrimoniali nel codice civile, di cui il ministro Fontana è un promotore. Né l’operato del ministro Bussetti, lodato dalle associazioni organizzatrici per la sua circolare “anti-gender”, si è dimostrato difensivo della libertà educativa quando ad inizio gennaio ha estromesso la riforma del costo standard dalla Legge di Bilancio, non volendo concedere quelli che lui reputa privilegi per le paritarie. Per tacere degli innumerevoli effetti tragici dell’inazione governativa, dalle trascrizioni ed iscrizioni “omogenitoriali”, passando per la proliferazione dei cannabis-shop, fino alla triptorelina o delle delibere di Regione Lombardia e Veneto (patrocinante l’evento), dove reggono le amministrazioni di centrodestra a trazione leghista. Qual è il sostegno alla battaglia a favore dei principi non negoziabili di cui parla Gandolfini? È forse possibile sostenere le associazioni che combattono suddetta battaglia operando nelle istituzioni in senso del tutto contrario? Sono dichiarazioni palesemente mendaci. Ma la menzogna è purtroppo il meno preoccupante degli aspetti di queste dichiarazioni: «impegno morale, imperativo categorico, pieno appoggio» non sono locuzioni che manifestano un’interlocuzione con i partiti interessati né istituzionale né indipendente. Esprimono invece un chiaro indirizzo politico e una scadenza, le Elezioni Europee, con il tono trionfale tipico che fa seguito ad un contratto appena controfirmato. Gli antagonisti possono ignorarle in parte o del tutto (è sicuramente così), ma sono dichiarazioni che assegnano al Congresso una valenza politica, partitica e una finalità lettorale. Quella stessa valenza che s’intuisce ad una valutazione superficiale, come l’opinione di vari editoriali, è stata purtroppo confermata: a Verona comincia la campagna elettorale di Salvini e dei suoi gruppi oramai satelliti (probabilmente la lista di Meloni-Toti). Così si è avviata la corsa al consenso di sinistra e pentastellati in senso reattivo al Congresso, in risposta alla connotazione politica di centrodestra dell’evento. Il che ha determinato un primo, sensibile effetto deteriore per cui non è possibile sovrapporre il bersagliamento che subirono Sentinelle in Piedi e Family Day a quello che sta subendo il Congresso. Quest’ultimo è osteggiato anche e soprattutto perché sede di un’enclave salviniana, un territorio di conquista per il centrodestra, già consegnatosi. Chi bisognerebbe avvisare che la famiglia non è di destra? Altri organizzatori assicurano – Filippo Savarese soprattutto – che agli interlocutori politici non verranno risparmiati rimproveri anche severi per le iniziative di cui si stanno rendendo protagonisti. Ben vengano, ma quand’anche dai palchi venissero espresse queste riserve, a quale effetto possono puntare, in un contesto che è già stato presentato, inquadrato, indirizzato ad una dimensione politica, partitica ed elettorale? Suoneranno come un monito irrefutabile, o assolveranno semmai al compito di salvaguardare la posizione degli organizzatori, in un gioco delle parti con esito win-win? Mario Adinolfi è stato lapidario, affermando che solo la contestazione è un atteggiamento consequenziale all’operato dei ministri. Non è un mistero che la linea politica del Popolo della Famiglia abbia scontentato diversi negli ambienti pro-family (non tornerò sui motivi per i quali è così facile esprimere biasimo verso chi l’assume, avendone già scritto in questa sede). Ma la congiuntura in cui si svolge il Congresso è tale da sorprendere per la facilità con cui vengono marginalizzati i pregiudizi sugli interlocutori. La concentrazione delle iniziative legislative (e non) di governo e maggioranza degli ultimi 50 giorni - esattamente durante la marcia di avvicinamento al Congresso - pareggia sostanzialmente l’intera legislatura Letta-Renzi-Gentiloni in materia di principi non negoziabili; e la inoltra nella deriva, da Biotestamento ad Eutanasia, da Divorzio Breve a Patti Prematrimoniali. Se oggi non è un problema avere Matteo Salvini sul palco mentre il suo partito preme in quella direzione, qual era il problema con Matteo Renzi? Perché, se il Congresso della Famiglie vive del medesimo afflato del Family Day, il Family Day per Renzi non aveva che parole di contestazione? Gli organizzatori avrebbero accolto Matteo Renzi sul palco, prima di sentirgli dire che dei milioni in piazza non poteva fregargliene di meno, finché aveva i numeri in Parlamento? Stefano Fontana su La Nuova Bussola Quotidiana individua bene il criterio di preferenza a priori, evidenziando che cambia la configurazione dei partiti, in questo caso «più fluida o addirittura contenente alcuni elementi di accettabilità». Tuttavia alla prova parlamentare, governativa ed amministrativa questi elementi sono decaduti, mentre è emersa un’equivalenza nella prassi, dove hanno già prevalso le «correnti radicali». Il confronto aperto è stato già trasformato, con le dichiarazioni della vigilia, in «un appiattimento… nella forma dell’endorsement, su uno o l’altro partito». Il rischio d’identificazione da cui Fontana mette in guardia è stato già concretizzato. Un rischio più grave ancora è il suo corollario. La repulsione e la violenza subita dal Congresso, quest’enorme risorsa nel dare testimonianza di quanto il normale, il naturale e l’ovvio siano diventati intollerabili all’egemonia culturale e mediatica che lo avversa, diventa un capitale altrui e un capitale immediatamente investibile senza la mediazione da parte degli organizzatori. La polarizzazione politica del Congresso riverbera immediatamente sui politici presenti e le forze che guidano il favore popolare guadagnato dalla persecuzione. L’onda che si abbatte sul Congresso può essere cavalcata solo da quei politici che hanno già una sfera d’influenza costituita. Il consenso conseguente non è un consenso di cui gli organizzatori hanno la forza di disporre (se non in minima parte, quella che fa riferimento regolarmente al mondo pro-family organizzato), eventualmente dirottandolo poi su altri, nel caso si verificassero a titolo definitivo i tradimenti nelle istituzioni. Una volta che gli interlocutori si siano assicurati la collocazione e il titolo di Defensores Familiæ, nella percezione pubblica non rimarrà il ruolo autoritativo di chi l’ha conferito, eccedendo di molto la loro portata ordinaria; perciò questi ultimi non potranno revocarlo. I danni di una simile conclusione possono essere molto più pesanti delle ingiurie subite dagli organizzatori. Il Congresso va difeso (e a spada tratta) dalle ignobili offensive che subisce da ogni parte. Ma per la sua polarità politica non può essere sostenuto, se non accettando il rischio di calamitare sui partiti presenti una mole di consenso poi incontrollabile, inattaccabile dalla successiva azione istituzionale in violazione dei principi non negoziabili. La partecipazione al Congresso si delinea come un’approvazione a scatola chiusa, una ratifica più che una scommessa, sui rappresentanti presenti e il loro operato attuale. Nell’aderire all’evento, fosse anche soltanto la Marcia conclusiva, non si può esprimere una riserva, non si può lanciare un messaggio diverso da quello che Massimo Gandolfini ha voluto fissare come presupposto. Certo, si può far mancare il proprio voto il 26 maggio, ma quanti altri saranno convogliati, di quanti altri in balia dell’informazione selettiva che li raggiunge, convinti dalla eco del Congresso, senza che sia possibile intercettarli dopo? C’è una grave responsabilità nel marciare al ritmo della propria sola intenzione, mentre chi detta il tempo ha già previsto un’altra parata. Una responsabilità che nessuno degli organizzatori si può prendere, che nessuno avrà la capacità di gestire. Ci si ritroverà vittime e cooperatori di una versione appena più fine del raggiro del rosario sventolato. Passare al #SalviniCiRicorderemo,dopo, servirà a poco.

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23/03/2019
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