Politica

di Mario Adinolfi

Perchè tanti non vanno a Verona

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Perché tante persone autorevoli, sinceramente e da sempre impegnate nella promozione della cultura della famiglia naturale e della vita, non vanno al congresso e alla marcia di Verona? Perché rispetto al programma iniziale e persino rispetto al programma ufficiale diramato ieri dagli organizzatori, alcuni dei nomi più autorevoli si sono defilati? Credo che rispondere a questa domanda aiuti a comprendere come quello che si apre nella città scaligera sia un convegno davvero controproducente per la concreta crescita di una consapevolezza profamily e prolife, perché l’ha spinta in un angolo al confine tra l’estremismo politico e il trash, disperdendo completamente la bellezza dello straordinario trasversalismo apartitico dei Family Day del 2015 e 2016, non a caso partecipati da centinaia di migliaia di persone, mentre a Verona quel popolo sarà ridotto a poche migliaia di filoleghisti. Come Popolo della Famiglia noi lo sappiamo bene: le analisi dei flussi dei 220mila voti ottenuti il 4 marzo evidenziavano lo splendido trasversalismo di provenienza dei consensi arrivati al PdF. Ha ragione Costanza Miriano: i temi della famiglia non sono di destra, devono poter essere patrimonio di tutti.

Il programma è ufficiale e dunque abbiamo chiaro “di chi è” Verona. Il partecipante più presente nei vari panel è Brian Brown, un quacchero poi passato al cattolicesimo (la setta puritana dei quaccheri vede il Papa e tutte le gerarchie come fumo agli occhi e non crede ai sacramenti, Battesimo ed Eucaristia inclusi). Lui paga, lui è ovunque nel programma. Al secondo posto Toni Brandi, unico superstite nel programma ufficiale con Gandolfini e Coghe di coloro che furono sul palco del Circo Massimo, che non ha mai nascosto i legami con Forza Nuova tanto da avere in ProVita il figlio di Roberto Fiore. Poi, la truppa leghista, totalmente dominante per dare l’evidenza del monocolore politico su cui fa perno Verona: Salvini, Zaia, Bussetti, Fontana, Pillon, Zelger, Fedriga, Sboarina, Donazzan (ex Forza Italia ora transfuga), più la Meloni. I relatori italiani del programma ufficiale a cui potrà assistere annoverano poi Alessandro Meluzzi, psichiatra che è anche pope di una frangia di chiesa ortodossa non riconosciuta noto pure per una lunga serie di attacchi a Papa Francesco, oltre a Maurizio Belpietro che sulla Verità ha inanellato dalla fine di agosto decine di prime pagine di attacco sempre a Papa Francesco miranti e minarne la credibilità e portarlo alle dimissioni, guadagnandosi così i galloni di quotidiano più letto dagli “antibergogliani”.

In questo quadro si comprendono forse più agevolmente alcune prese di posizione ferme della Chiesa contro il congresso di Verona, a partire dalle parole del cardinale Pietro Parolin. Conseguenza di questa rimarcato fastidio ecclesiale sono le defezioni eccellenti di queste ultime ore. Non va più a Verona il professore Blangiardo, presidente dell’Istat, demografo notoriamente cattolico e vicino alla Chiesa nella battaglia contro la denatalità, che però ha giudicato inopportuna la sua presenza nel panel diretto da Belpietro e a confronto con Pillon. Non va più a Verona il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, che ha giudicato molto negativamente il fatto che l’evento fosse stato trasformato in una cinghia di trasmissione del leghismo con tanto di intervista di Gandolfini a Libero in cui è stata ribadita la “granitica” affiliazione elettorale alla Lega in vista delle europee (e Tajani alle europee è capolista di Forza Italia a caccia di preferenze). Non va più a Verona l’annunciato don Aldo Bonaiuto della comunità Giovanni XXIII che ha giudicato un tradimento nei confronti di don Oreste Benzi il ritrovarsi affiancato ai proponenti della legge sulla statalizzazione della prostituzione. Non va a Verona il Forum delle Associazioni Familiari, non va il Popolo della Famiglia, non va Comunione e Liberazione, non vanno Cammino e Rinnovamento, non vanno Azione Cattolica e Acli, non va l’Opus Dei. Ci vanno e dominano il quacchero Brown, l’ateo antipapista Belpietro, l’antibergogliano Meluzzi, il pentecostale Olivieri, più tanti e tanti leghisti potenti.

Il Family Day, pur aperto agli interventi di imam e rabbini, fu una mobilitazione dei cattolici. Anzi, per dire tutta la verità storica, fu possibile grazie alla mobilitazione del Cammino neocatecumenale in primis. Verona rivendica una continuità con il Family Day che non esiste, perché Nicola Di Matteo (vero concreto organizzatore dei due Family Day) fece rispettare una regola chiarissima: sul palco, neanche una seggiola a un politico. A Verona i cattolici sono marginali, non controllano l’evento perché lo paga il controverso Brian Brown, in più la caratterizzazione politica è fin troppo evidente e a meno di due mesi dalle elezioni europee il sapore di una strumentalizzazione così bieca di temi su cui peraltro la Lega (che pure dispone di tutte le leve del potere) non ha concretamente fatto nulla se non tante chiacchiere, rende alla fine l’intera pietanza immangiabile a molti.

Per quanto riguarda noi del Popolo della Famiglia, la spiegazione della nostra assenza a Verona l’avete già letta negli scorsi giorni. Preferiamo in questo fine settimana impegnarci per le strade e le piazze di tutto il Paese a rendere concretamente presentabile in Parlamento la nostra proposta per il reddito di maternità, per cui ci troverete ai banchetti a raccogliere firme in vista della manifestazione del 3 aprile in piazza Montecitorio quando davanti ai certificatori raccoglieremo sul nostro disegno di legge di iniziativa popolare la firma numero cinquantamila e così il ddl potrà essere discusso in Parlamento. La famiglia non è battaglia ideologica, è costruzione paziente di un consenso trasversale attorno a proposte valoriali e concrete. Questa è la differenza che passa tra il populismo urlato che sembra cercare solo la contrapposizione per autoalimentarsi e il popolarismo di matrice sturziana che invece offre da un secolo il metodo della risposta concreta ai bisogni delle persone, avendo al centro proprio i bisogni della famiglia. Ci è chiaro che evocare continuamente il nemico e lo scontro può eccitare gli animi richiamando attenzione anche mediatica (spesso, però, del peggior genere). Meno eclatante può apparire il lavoro quotidiano al gelo dietro a un tavolino o in un gazebo per rendere concreta un’idea che una volta spiegata trova consensi trasversali e talvolta unanimi.

Non andare a Verona per molti significa semplicemente questo: tenere aperte le strade di un dialogo possibile sui temi della vita e della famiglia, affinché siano davvero temi di tutti, aperti alla riflessione non ideologica di ciascuno. Parlavo in queste ore in una radio e i conduttori, partiti come sempre con il massimo dell’ostilità, alla fine dell’intervista si sono detti disponibili ad abbracciarmi e a firmare per il reddito di maternità. Questo è il lavoro che noi abbiamo in mente, che noi quotidianamente svolgiamo per provare a rendere possibile quello che oggi ad alcuni appare una via impraticabile. Senza inutili violente contrapposizioni e senza inginocchiarsi davanti a potenti che vogliono solo usare alcuni temi senza poi concretamente fare nulla (anzi), riteniamo che conquiste ad oggi inimmaginabili a favore della famiglia e della vita possano essere conseguite. Persino prima di quanto in tanti possano credere. Occorre la pazienza del contadino. Noi ne siamo dotati, grazie a Dio.

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29/03/2019
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