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di Elisabetta Cipriani

PARAZZOLI CI REGALA UN ROMANZO QUASI-DEFINITIVO SU DOSTOEVSKIJ

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L’ultimo di Parazzoli potrebbe sembrare un libro scritto unicamente per cultori di Dostoevskij, implicitamente dedicato ‘to the happy few’ che ne conoscono vita e opera, o che nel segreto del cuore gelosamente ne alimentano il mito. Invece è un libro che viene a sparigliare le carte di tanto dibattito critico contemporaneo, tra fautori di opposti indirizzi che con orrendi anglismi si definiscono ‘storytelling’ e ‘autofiction’. Pare incredibile, ma su questo si arrovellano molte delle menti migliori della critica, ultimamente. Un romanzo deve essere pura tessitura narrativa, trionfo della trama e del ritmo, o piuttosto autofinzione, manipolazione della propria identità, larvato autobiografismo dietro composite maschere? Se è un romanzo su Dostoevskij, può essere tutto questo e molto di più. “Il grande peccatore” infatti è una sorta di biografia romanzata, un libro di antimemorie scritto da un improbabile discepolo dello scrittore russo in cui verità e fantasia, vita e letteratura si avviluppano inestricabilmente.

Vrazumichin è il discepolo immaginario: un aspirante scrittore (dal nome scandalosamente assonante con un personaggio di Delitto e castigo) che anela comprendere il segreto di Dostoevskij. Vuole sondarne il mistero, da Dostoevskij è come affatturato e non può separarsene. Ma Vrazumichin è un parassita meschino, impotente nella creazione, che del genio pietroburghese potrà essere solo la scimmia e l’ombra. Lo seguirà ovunque, contando sul fatto che il grande Fëdor Michajlovic sente, da sempre, l’urgenza di leggersi in uno specchio, il bisogno di straripare la piena del proprio tempestoso mondo interiore in un altro cuore. Dostoevskij dunque lo vorrà con sé o lo convocherà nei momenti salienti della sua esistenza. Egli ebbe effettivamente in vita presunti sodali o seguaci, dall’ambiguo Strachov al mistico ed adamantino Solov’ëv (poi ritratto nel personaggio di Alëša Karamazov), che ne portò a spalla la cassa durante i funerali. Parazzoli arriva però a immaginare questo insetto, questa insignificante sanguisuga perché possa rimestare agevolmente nel suo fango e sputtanarlo con sardonico compiacimento. Ne nasce la storia del lato oscuro di un uomo proprio così com’è stato, tenebra per tenebra, ma anche così come poteva trasmutarlo lo sguardo obliquo di un soggetto infido. Ed ecco il gioco di specchi tra vita e letteratura: Vrazumichin è un personaggio inventato di sana pianta, epperò alter-ego del buono, del ragionevole Razumichin, doppio che funge da coscienza e sanità mentale al delirante Raskolnikov, in Delitto e castigo. Ma Raskolnikov stesso compare nel romanzo di Parazzoli: è un giovane suggestionabile, che Vrazumichin plagia per conto di Dostoevskij allo scopo di fargli compiere un atto gratuito, un omicidio come banco di prova della sua capacità di vivere al di là del bene e del male. E la contaminazione tra vita e letteratura non si ferma al piano metaletterario, bensì sconfina in quello che potremmo definire un piano di meta-esistenza: qui si narra di un Dostoevskij che incontra davvero Nieztsche, cosa di fatto mai avvenuta (Dostoevskij non conosceva neppure le opere del filosofo tedesco, mentre quest’ultimo probabilmente aveva letto qualcosa del russo, segnatamente l’Idiota). Qui si immagina che l’incontro sia realmente avvenuto, perché esiste tra i due una impossibile e crudele fratellanza, su cui molto si è fantasticato. Qui la letteratura slarga le possibilità della vita e fa accadere ciò che non ha mai avuto luogo: il dialogo tra i due, che per sempre si compie nell’eternità, è rappresentato in un istante del tempo.

Siamo poi trascinati nel vortice dei torbidi amori dostoevskiani, e pare di toccarli con mano, d’essere lì ad assistervi senza poter più discernere dov’è il romanzo e dove la vita vera. “...fui certo che avesse già adocchiato non l’aspetto – che egli si sforzò di descrivermi quale quello di una donna graziosa, istruita, intelligente, dal cuore generoso – ma la natura tormentata di lei, che gli prometteva abissi di compassione e sofferenza”. Ecco cosa cercava Dostoevskij nell’amore: autolesionismo e abissi. “Questo era quanto gli serviva per poter scrivere: gli servivano i tormenti non della carne ma dello spirito”. E “...se non era una prostituta da redimere, era una moglie e una madre da riscattare, da ricondurre ai grandi sentimenti che possono venire dalla rinascita (...)”. Pare di vederlo. Ipnotizzato al casinò davanti al tavolo da gioco, o di ritorno dalla prigionia di Omsk, arrovellato sulle sue “Memorie da una casa di morti”, nell’istintiva certezza che la scrittura fosse salvezza, suturazione e cura. Finché il suo bussare forsennato alla porta del cielo, il suo scalciare impetuoso abbattesse la porta, valesse la grazia, e la casa di morti diventasse casa viva. È stato “l’autore di tante storie gremite di strabocchevole pietà, di generosità lacerata”. Per questo lo amiamo. Cos’altro conta, infatti, nella vita come nella scrittura? Ha sondato il nichilismo delle nuove generazioni, il suo stesso nichilismo, che comprendeva in ogni fibra del suo essere senza soggiacervi. Che importa che non abbia mai incontrato Nietzsche materialmente, se lo ha incontrato una volta per sempre nell’altrove dello spirito? Calato nella stessa nube tossica, ci ha offerto il contravveleno. Ha fatto della finzione letteraria una vera trasfigurazione del reale, un inveramento di ciò che nella realtà sussiste solo in potenza. Altro che autofiction, altro che realtà aumentata. Per questo tutti noi, come Vrazumichin, non cessiamo di spiarlo, per provare a carpirne il mistero. Siamo i suoi segreti amanti e amiamo tutto in lui: la sua arte, il suo coraggio, la sua viltà. Il suo sguardo che trafora da parte a parte. Come Vrazumichin, saremmo disposti a entrare “nell’anima di FM come l’ammofila assassina nella larva di farfalla”, fino a divorarlo e farlo nostro o ancora meglio trasmutarci in lui, in una sorta di empia comunione. Questo prova inconfessabilmente ogni suo lettore, ogni aspirante scrittore, perciò Vrazumichin non è altro che una proiezione di noi tutti e, nella sua scimmiesca impotenza, forse una proiezione dell’impotenza creativa dei nostri giorni. “Se per diventare grandi scrittori occorre uccidere il proprio padre, anch’io lo avrei fatto. Il padre che avevo scelto era lo stesso FM”. Diventare scrittori significa dunque uccidere il proprio padre, il proprio maestro e autore? Dante ha ucciso Virgilio o gli ha dato nuova vita? Ha trasceso l’Eneide nella Commedia? E tutti noi amanti di Dostoevskij possiamo davvero vivere, scrivere, senza farlo fuori? Parazzoli, da par suo, decide di arrivare alla resa dei conti e sfida il suo maestro a duello. Sembra infierire senza pietà, ma non facciamoci illusioni: egli ricorda di certo quel noto passo del “Maestro e Margherita” e non solo lo ricorda, ma vi crede letteralmente:

– Lei non è Dostoevskij, – disse la donna a cui Korov’ev faceva perdere il filo.

– Be’, chi lo sa, chi lo sa, – rispose lui.

– Dostoevskij è morto, – disse la donna, ma con poca convinzione.

– Protesto! – esclamò calorosamente Korov’ev. – Dostoevskij è immortale.

Ferruccio Parazzoli, Il grande peccatore, Bompiani 2019, p. 240, € 17

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