Politica

di Piero Chiappano

Alabama “dolce casa” di tutti noi

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La notizia, come è giusto che sia, ha già fatto il giro del mondo e risuona di epica battaglia che ravviva le speranze di chi mette la difesa della vita in cima ai suoi valori: il Senato dell’Alabama ha approvato a larga maggioranza una risoluzione in base alla quale si vieta la pratica dell’aborto anche in caso di stupro o incesto, garantendola solo in caso di pericolo di vita della madre. Si attende che diventi legge con la firma della Governatrice dell’Alabama, così come si attende la guerra legale che ne seguirà da parte di tribunali oppositori, fino, si spera, a portare la questione alla Corte Suprema degli Stati Uniti per farla diventare questione di respiro federale. Una notizia che arriva a pochi mesi di distanza dalla meschina e criminale decisione dello Stato di New York di autorizzare l’aborto a nascita parziale.

Un tema, quello della vita, che sancisce il discrimine tra due visioni del mondo e dell’umanità: la gratuità dell’amore da una parte, l’economicismo dello scarto dall’altro. Un tema che accende gli animi, che i “rumori di fondo” dei casi limite e delle proiezioni egoistiche, spesso pilotati da lobby potentissime, travolgono nel bailamme ideologico finendo col mettere sistematicamente in secondo piano l’interesse del più debole, e cioè del bambino. E alla fine non vince chi ha ragione (perché non esiste mai nessuna ragione per ammazzare un innocente che non si può difendere), ma chi urla di più e chi tiene duro.

E allora combattiamo con tutte le armi che abbiamo, anche quelle più inaspettate e creative, e il mio invito è quello di farlo ricordando una canzone rock: Sweet Home Alabama.

Nel 1974 una Fender Stratocaster suonata in quarta posizione dentro un amplificatore Marshall realizzò uno dei riff più rappresentativi e iconici di un intero stile musicale: il southern rock, il cosiddetto rock sudista, che a discapito dell’iconografica truce e maschia, strafatta di birra, chopper e lunghi capelli, declama l’orgoglio di una comunità ancorata fisicamente e spiritualmente alle proprie radici. Un rock conservatore e virile, pieno di schitarrate ruvide di una distorsione naturale, originale miscuglio di country e di blues.

La canzone simbolo di questo genere è proprio Sweet Home Alabama del gruppo rock dei Lynyrd Skynyrd, e non solo per quei tre accordi – re, do9, sol – suonati in modo seriale con un timing impeccabile, ma per la storia che si porta dietro. La canzone infatti nacque in risposta ad Alabama di Neil Young, un’altra bella canzone contenuta in quel capolavoro assoluto del country rock che fu Harvest e che attaccava esplicitamente il razzismo che a detta dell’autore agiva strisciante e pericoloso a livello di cultura popolare in questo stato del Sud. I Lynyrd Skynyrd rispondono con un peana in onore della loro terra, un inno popolare che recita:

Alabama dolce casa

Dove i cieli sono così azzurri

Alabama dolce casa

Oh Signore, sto tornando a casa da te

Un ritornello solo apparentemente ordinario, in quanto il tema del ritorno a casa è altamente simbolico nella cultura americana, così permeata dalla metafora del viaggio che incrocia lo spirito dei pionieri col mito della Terra Promessa. Un tema chiave del migliore rock, che in questo modo si smarca dalla sua componente blues. Se infatti nel blues il viaggio è piuttosto vagabondaggio e sradicamento forzato che condanna un’intera cultura alla nostalgia rassegnata e perenne di un paradiso perduto per sempre (la terra africana), quando a metterci le mani e l’immaginazione arrivano i bianchi ecco che la cultura cristiana si affaccia e getta la sua ipoteca sui testi musicali intimando che, se c’è un viaggio, ci deve essere anche una meta. E molto spesso accade che tutta la trasgressione del rock finisce per ritornare da dove aveva mosso i suoi passi. Un caso clamoroso ed esemplificativo è rappresentato dallo spettacolo-confessione che Bruce Springsteen ha tenuto a Broadway l’altr’anno, nel quale riflette più o meno così: “Sono cresciuto in una città insignificante del New Jersey, sono diventato famoso e ricco per aver scritto Born to Run (Nato per correre), e adesso che sono maturo ed appagato devo ammettere che sto vivendo a pochi kilometri da dove sono cresciuto”.

E la casa, quando si tratta di rock, è quasi sempre anche la casa del Padre (due esempi illustri: Come On Up to the House di Tom Waits, God Is in the House di Nick Cave). Quindi la casa non equivale a ricordi e profumi d’infanzia, ma a valori e identità, dove la cultura cristiana è sostanza animata sempre viva, tema di confronto e introspezione. Siamo ben oltre dunque una retriva posizione nazionalista: siamo alla continuità ideale, alla memoria dei Padri e alla certezza che certe cose non sono negoziabili, Tra cui la vita. Da qui la considerazione che da un popolo culturalmente e spiritualmente sano promanino leggi sane come questa contro l’aborto, perché c’è una forza che aggrega la comunità che non è solamente umana, ma viva fonte spirituale.

Ma ecco che per il tramite di Sweet Home Alabama possiamo addirittura sconfinare in un’altra arte, perché questa canzone si trova a cardine di uno dei film più toccanti di Hollywood: Forrest Gump.

Sì, perché il piccolo Forrest nasce proprio in Alabama (per quanto in una contea di fantasia, Greenbow) in una tipica villa di legno sperduta in un paesaggio da Civil War e in quella terra sperimenta l’amore pieno di premure della madre. Una donna costretta ad arrangiarsi come può, ma disposta a tutto pur di dare a suo figlio una speranza di vita normale. E il ricordo della tenacia di questa donna semplice e pratica lo sosterrà per sempre, perché è una donna che non giudica, non maledice, non compiange, tutt’altro: agisce e risolve, come solo una mamma sa fare MAMMA. Una lezione gigantesca, che commuove di più delle strampalate imprese di Forrest, perché questa mamma lo fa sentire amato, lo difende, lotta, si sacrifica, si spende e getta addosso al pubblico il vero volto dell’amore, che è quello della carità di San Paolo, che risponde prima che gli si chieda, che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.

E se una cosa si può dire di questo film è che, nel concludersi come comincia e cioè con Forrest che accompagna suo figlio all’autobus come una volta faceva sua madre con lui, è che il senso delle cose sta nella rinnovata circolarità di questo tipo di processi, che ci ancorano attraverso la cura e l’amore per il prossimo al nostro bene più profondo.

Questo è l’humus da cui è scaturita in Alabama una legge che difende la vita.

Sweet home Alabama

Lord, I’m coming home to you.

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16/05/2019
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