Politica

di Piero Chiappano

Il Popolo della Famiglia all’alba del neo-bipolarismo

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Le recenti elezioni europee hanno sancito la probabile nascita di una nuova forma di bipolarismo che va subito messa a fuoco per la caratteristica chiave che la distingue da quello precedente. La riforma elettorale maggioritaria negli anni 90 portò alla costituzione spontanea di due poli impegnati a contendersi il centro, sul modello americano e inglese. Così sono nate le definizioni di centrodestra e centrosinistra, per quanto artefatte, funzionali alla comprensione spicciola della contesa politica. Il responso di domenica invece presenta una realtà dominata dalle ali e priva di un cuore, “a-cardica”: una destra neopagana a trazione Lega e Fratelli d’Italia, una sinistra atea e anticristiana a trazione PD-Bonino-5Stelle. Il polverone sollevato da queste ali adombra e soffoca il voto moderato che ormai da anni non trova un interlocutore credibile in Forza Italia, partito che si sta consumando nell’inerzia e sul piano etico è ormai apertamente libertario.

Ciò porta i cattolici non irregimentati acriticamente da una cecità folle nel PD a scivolare come la falena al fuoco verso il polo neopagano, fondamentalmente per due ragioni: 1) una certa apertura verso il trascendente non viene disprezzata; 2) il rispetto almeno a parole per certi elementi identitari in chiave nazionalista offre sicurezza.

È un fatto però che a legittimare questo polo non ci siano vere ideologie, ma l’uomo del momento e cioè Matteo Salvini. La gente non vota Lega, vota Salvini, capire questo è fondamentale. Perché ecco che pur nella apparente novità del personaggio, carismatico e comunicativo finché si vuole, la chiave di lettura del fenomeno non può che essere personalistica come lo fu per Berlusconi e Renzi. Ciò che cambia è la modalità con cui il carisma si declina sul popolo: Berlusconi e Renzi apparivano per le loro rispettive generazioni come modelli a cui tendere, figure arrivate dall’alto, per certi versi inavvicinabili. Salvini invece sembra espressione del popolo, un’emanazione della nazione che lo difende a spada tratta, lo idolatra: modalità già esperite con Napoleone, Mussolini, Hitler. Siamo davanti a una riattualizzazione del Führerprinzip tedesco, con il leader legittimato direttamente dal popolo che in lui ripone assoluta fiducia, in lui si rispecchia, a lui crede. E per converso Salvini solo e direttamente al popolo vuole rendere conto (è ciò che emerge analizzando la sua comunicazione).

Ce n’è abbastanza per storcere il naso, perché significa che 70 anni di democrazia non sono serviti a niente e che la “pancia” e il volontarismo governano le masse anche nella società individualista. Questo fatto della legittimazione diretta ovviamente non piace neanche ai suoi collaboratori che però tacciono per vedere fin dove arriva l’onda aggregativa di Salvini e cercare di trarne vantaggio. Rimangono tuttavia le contraddizioni di un movimento che nasce per proporre il federalismo e oggi si ritrova ad interpretare una destra liberale e populista imperniata sulla leadership di un sol uomo che oggi, tatticamente, promette tutto a tutti, ma a breve dovrà cominciare a fare qualcosa. E allora si vedrà di che pasta è fatto: quando i voti li avrà presi tutti dovrà dimostrare di meritarseli.

Quanto ai cattolici che sono saliti sul Carroccio è bene che sappiano alcune cose. Dopo la sua nascita negli anni 80 la Lega, propagandando la secessione parlando dei meridionali esattamente come oggi parla dei migranti e di Roma ladrona esattamente come oggi parla di Bruxelles e Strasburgo eurocentriche, attirò anche una miriade di gruppuscoli marginali e in opposizione alla chiesa di Roma che criticava Wojtyla come oggi viene criticato Bergoglio. Bossi incaricò la Pivetti di organizzare una consulta cattolica di taglio conservatore, destò l’interesse di una serie di piccoli movimenti preunitari legati al mito delle insorgenze, ma soprattutto attirò altri gruppi invasati delle culture preromane e celtiche affascinati dalle religioni naturali precristiane (sul modello delle ricerche che Rosemberg, Himmler, Rahn condussero in Germania all’epoca del nazismo): l’obiettivo di questi gruppi era creare una mistica padana da contrapporre a Roma.

L’intellettualismo della Lega, a parte il professor Miglio, stava tutto qui dentro. Intellettualismo che fu spazzato via in una sola estate, quando a Bossi bastò una vacanza (in canotta) in Sardegna a casa di Berlusconi per liquidare le istanze leghiste originarie e trasformare il partito in una forza di governo come le altre. Di primo acchito questa parabola sorprese molti analisti di dottrine politiche che avevano studiato il fenomeno Lega accostandolo ai nazionalismi e separatismi europei, ma a ben guardare tutto si spiegò con una constatazione: Bossi, Maroni e altri dirigenti venivano dal 68. A loro di quei piccoli mondi inciampati nella Lega non importava nulla. Si salvò solo Borghezio, gli altri se ne andarono o furono messi in condizione di andarsene anche a livello locale. Sopravvissero i raduni di Pontida e il rito dell’ampolla, ma già si trattava di liturgie disincarnate, che tuttavia costellarono l’apprendistato politico di Salvini.

E infatti la reale operazione di Salvini sta nell’aver recuperato molto di tutto questo dimostrandosi coerente con le premesse storiche della Lega, che negli anni 90 stava avviandosi verso una mistica del “sangue e suolo” alla polenta taragna e che fu direttamente Bossi a cassare.

Per questo la Lega è neopagana alla fonte e il rosario vale come l’ampolla del Po: simboli identitari in chiave sociologica e nazionalista, non di fede viva. Il problema è che il carisma di Salvini porta le persone ad avere bisogno di credere che lui creda. E su questo non c’è ragionamento che tenga, perché il ragionamento è bandito a priori.

Tutto questo spiega anche il perché l’impostazione del cattoleghismo sia antipapista, perché nel DNA di chi guida da cattolico la riscossa salviniana ci sta il pregiudizio romano che va dal sedevacantismo al lefebvrismo. Un’impostazione che però non dovrebbe tardare a mostrare la corda, impedendo a Salvini di allargarsi al centro.

Per queste ragioni il momento è propizio per la nascita di un vero nuovo popolarismo. Ma il terreno è impervio perché senza una presa di coscienza unitaria della situazione italiana da parte della chiesa di Roma che si traduca non dico in una investitura, ma almeno in un incoraggiamento, sarà difficile confezionare una proposta politica convincente.

Il Popolo della Famiglia deve partire da queste considerazioni per rafforzare il proprio posizionamento, forte di un’identità maturata nelle trincee dei banchetti e degli agguati sui social, identità talmente sostanziata dai valori non negoziabili che è impossibile anche solo pensare di arretrare di un millimetro, deve però nello stesso tempo costruire una militanza centrata sulla qualità e non solo sul numero.

Allo stato attuale siamo l’unica forza politica che può vantare una presenza attiva sul territorio, ma non sappiamo ancora capitalizzare questo vantaggio forse perché non la usiamo in modo innovativo. Qualità della militanza deve significare appellarsi alla capacità di negoziare, di parlare in pubblico, di ispirare non meno che alla buona volontà, con l’obiettivo di costituire una “gerarchia funzionale” in cui le persone sono messe in condizione di agire in base ai loro talenti, libere dove possibile dalle briglie delle strutture piramidali. Per arrivare a ciò bisogna: 1) selezionare le persone con criteri umanistici e non solo classicamente politici (il numero di voti che si portano); 2) organizzare corsi di formazione sulle competenze comportamentali (soft skills) per classi omogeee di militanti selezionati per “animare” il movimento sul territorio; 3) organizzare corsi di informazione politica per tutti allo scopo di insegnare strumenti e teorie della politica (dal diritto costituzionale alla Dottrina Sociale della Chiesa).

Dopo la selezione e la formazione, l’altro tema forte è la comunicazione. Non mancano i temi, mancano i ganci per renderli prioritari. Bisogna lavorare subito sulla comunicazione in modo direttivo, ossessivo e univoco: via d’imperio entro l’estate tutte le doppie pagine social regionali e cittadine, via i gruppi su cui non si esercita un reale controllo, via i toni confessionali anche dalle chat. Sì a un sito facilmente consultabile con un’area riservata ai militanti contenente i layout approvati e i contenuti nazionali, così da non perdere tempo sotto elezioni, sì a una policy rigida sulla conduzione e i tempi delle dirette fb. Ragioniamo su quali strumenti oggi sono effettivamente efficaci e quali no. Spiace dirlo ma l’80% della recente campagna elettorale è stata spesa a creare manifesti personali e santini in un momento storico in cui i cartelloni elettorali di tutti i partiti sono rimasti vuoti.

E infine l’organizzazione. La struttura vera e propria del movimento deve essere piatta, con catene di comando ridotte all’osso. I circoli territoriali implementano le procedure elettorali, confezionano le liste, prendono contatti, segnalano opportunità negoziali. Bisogna uscire dalle logiche di potere locale e dai personalismi. Non serve che a gestire i circoli ci siano dei leader, ma degli organizzatori naturali, precisi e tempestivi che spingono candidati forti decisi dal vertice. Non è questione di antidemocrazia, ma di sopravvivenza. I continui rivolgimenti politici e la natura valoriale e spontaneista del nostro movimento fanno sì che si viva costantemente il clima di uno start-up, con l’aggravante che i risultati sono inferiori alle attese: in questi casi di leader ne basta uno, ed è il Presidente, questo dicono le regole della dinamica dei gruppi.

Qualità della militanza, qualità della comunicazione, qualità dell’organizzazione: questo è il percorso che deve seguire una realtà sociale che vuole funzionare e che deve responsabilizzare chi ne fa parte. Alla strategia, alla federazione, agli accordi nazionali ci pensa il Presidente, che è fondatore, ideatore, portavoce e padre di tutto quel ben di Dio che si chiama Popolo della Famiglia.

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30/05/2019
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