Società

di Rachele Sagramoso

L’unico aborto sicuro è quello che non si fa

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Questa settimana, su Quotidiano Sanità (n°2611/2020), è comparso un articolo del quale è doveroso discutere, che è pubblicato in concomitanza con la “Giornata dell’Aborto sicuro” del 28 settembre. Anna Pompili, dell’associazione AMICA (un nome, una garanzia), alla luce del fatto che «l’assessore piemontese Marrone ha annunciato che, superata l’emergenza da pandemia SARS COV-2, nella sua regione si tornerà al ricovero ordinario per l’IVG farmacologica. La Giunta Regionale ha dichiarato di stare “verificando (…) eventuali profili di illegittimità del provvedimento del Ministero della Salute (…), in quanto sarebbero emerse delle criticità”, anche se “l’argomento non (…) è stato oggetto di valutazioni etiche da parte dell’assessore regionale alla Sanità (…)» agita la bandiera dell’ideologia sloganista e, com’era prevedibile, se la prende con le parole ‘valutazioni etiche’ e risponde: «le “valutazioni etiche” di un qualunque assessore alla sanità regionale contano più delle evidenze scientifiche e l’aborto viene agitato come una clava nella battaglia politica e nelle campagne elettorali. La politica peggiore torna a usare le donne e i loro corpi, non avendo alcun interesse per la loro salute». Come deve dar fastidio ammettere che l’aborto, con le annesse questioni non solo scientifiche, ma pure etiche e morali, siano oggetto dell’attenzione politica non contro le donne e i loro corpi, ma in favore soprattutto della salute delle donne e dei loro corpi. Mi piacerebbe moltissimo perdere tempo a spiegare alla Presidente di AMICA che più di un documento ha dimostrato che la RU486 mette a repentaglio la salute della donna, e con estrema generosità le do alcune indicazioni per informarsi: Fatal Infections Associated with Mifepristone-Induced Abortion di Michael F. Greene, M.D. (“New England Journal of Medicine”), l’italianissimo Mefepristone e aborto farmacologico della Promed Galileo e il recente Ru486: sulla pelle di figli e donne. Il fantasma della libertà di Assuntina Morresi (Avvenire). Sottolineo un dato fondamentale, in tutta questo elenco di pubblicazioni (che portano con sé ulteriori pubblicazioni in bibliografia) non si discute mai del bambino: il ‘concepito’ come piace definirlo agli amici-di-AMICA, non è soggetto né oggetto di discussione perché in tutti questi documenti si parla della donna. Della donna e della salute del suo corpo al quale tengono non solo le persone che caldeggiano per l’aborto (alle quali evidentemente importa nulla dell’embrione/feto), ma anche quelle per le quali sarebbero davvero importanti la donna E suo figlio (il bambino). La dottoressa Pompili, continua indefessa: «l’aborto farmacologico è una procedura sicura ed efficace, ed è dovere del Sistema Sanitario Nazionale (SSN), in assenza di controindicazioni (che sono abbondanti, ndr), garantire alle donne il diritto di sceglierla». Continua convinta «Nessuna linea di indirizzo si è mai occupata di un aspetto importante della IVG farmacologica, il cosiddetto aborto “terapeutico” del secondo/terzo trimestre di gravidanza (parla dell’aborto eugenetico: evidentemente ignora il fatto che di terapeutico poco ci sia, ndr). Il 28 settembre è la giornata mondiale dell’aborto sicuro. Molti sostengono che nei paesi dove l’aborto è legale e si garantiscono procedure sicure, abbia ormai poco senso celebrarla. Non è così, purtroppo, nel nostro paese, per le donne che, per diagnosi tardive, si trovano a dover interrompere la gravidanza dopo le 22-24 settimane» e conclude «In questa epoca il feto ha acquisito la possibilità di vivere autonomamente al di fuori dell’utero, e poiché la legge non è chiara circa la legittimità del feticidio (previsto e raccomandato da tutte le società scientifiche internazionali), l’aborto non viene praticato, per non essere costretti a rianimare un feto che, seppur gravemente malato, dovesse nascere vivo. Si ignora dunque il diritto alla salute delle donne le quali, dopo innumerevoli esami e con diagnosi di grave patologia, sono costrette a penose migrazioni verso paesi maggiormente attenti alla salute delle loro cittadine. Partendo da queste considerazioni, le polemiche elettorali mostrano tutta la loro inconsistenza, e si afferma, prepotente, la necessità di assicurare realmente il diritto alla salute per tutte le donne, pensando ad ipotesi di modifica della legge 194, in particolare degli articoli 6 e 7 che si occupano di IVG dopo il 90mo giorno. Poi ci sono gli altri diritti, c’è la dignità delle donne come persone, perfettamente in grado di assumere in autonomia decisioni che riguardano la loro vita. Personalmente ritengo che sia ormai tempo, per noi operatori e per la società civile, di superare la cristallizzazione del dibattito sulla mera difesa della legge 194, assumendo il coraggio di mettere in discussione l’impianto generale e i molti punti della legge nei quali questi diritti non trovano spazio (il diritto all’autodeterminazione prima di tutto) e che definiscono la dignità della persona e la cittadinanza femminile».

Con una fatica enorme, inizio a rispondere alla dottoressa, partendo dalle sue ultime parole circa il fatto che la donna alla quale viene effettuata una diagnosi infausta sul proprio bambino (quindi saltiamo a pié pari tutte quelle discussioni sul desiderio del figlio la cui assenza si tradurrebbe in un sollievo, da parte della donna, di poter mettere fine alla vita del medesimo) sia messa perfettamente in grado di assumere in autonomia decisioni che riguardano la sua vita. E non lo faccio io, ma loro, le donne: «A 20 settimane, ho dovuto separarmi dalla mia bimba. In certi giorni mi sento positiva e cerco di guardare in là, altri giorni la tristezza mi divora»; «Io ho avuto un aborto terapeutico due anni fa e ancora mi ritrovo a piangere il mio angelo”; «Aborto terapeutico con 12 ore di travaglio…non ricordo il dolore ma ricorderò per sempre l’attimo in cui il mio bimbo è scivolato via da me senza vita! Per chi è stato terapeutico…per il mio angelo morto o per me?»; «Io ho perso il mio angelo per trisomia 13, incompatibile con la vita, ma è difficile anche scriverlo, io l’ho partorito alla 20 con IVG, in soldoni, l’ho ucciso, sono stata vigliacca, e non vi è giorno in cui non pensi a ciò che ho fatto, proprio io. Sì, razionalmente so che non sarebbe arrivato a nascere, e se fosse nato avrebbe patito tanto per poi morire. Non è la morale comune a farmi parlare di uccisione, ma il fatto che io non avrei mai voluto e pensato di dover prendere una tale decisione nella mia vita. Vi confido ciò che non sono mai stata in grado fino ad ora di dire a nessuno, neanche a mio marito: sapete cosa non dimenticherò mai??? I movimenti del mio bimbo mentre ho le contrazioni e, soprattutto, la sensazione che ho provato quando è uscito dal mio grembo: è stato terribile, mi vengono i brividi ogni volta che ci penso e non so se queste sensazioni passeranno mai!!!!!»; «Cosa ho fatto al mio bambino! È vero era molto malato, non aveva speranze, ma il pensiero è sempre quello era comunque il mio bambino come gli altri due angeli che per fortuna sono con me e che stringo al cuore ogni volta che penso a lui. La decisione è stata presa subito dopo la diagnosi (ero alla 12° settimana) ma dopo il risveglio, il buio e il gelo che non mi hanno più abbandonato. Sono passati otto mesi, ma ancora il mio pensiero è quello era comunque il mio terzo bambino e a lui non dato tutto quello che ogni giorno dono ai miei bimbi. Se quello era il suo destino era mio dovere essere con lui fino alla fine stringendolo al mio cuore». «Ho fatto l’aborto terapeutico. Sono passati sette mesi ma sembra ieri, non c’è giorno che non penso alla mia bambina, che non piango per lei. Una parte di me è morta con lei, fingo di stare bene per non far soffrire mio marito ma dentro di me c’è solo dolore e disperazione. Il problema è che non riesco a non colpevolizzarmi e come faccio??». «Io ero alla 23 settimana: il mio bimbo non aveva un nome e mai ce lo avrà […] erano grandi il mio bimbo e la mia pancia. La sofferenza della scelta, ma quale scelta???? Mi sento madre a metà perché avrei dovuto proteggerlo, ma non ne ho avuto la forza, il coraggio…

Per ironia della sorte potrei definirmi madre a metà perché la mia gravidanza si è interrotta quasi a metà percorso, perché ho subito il dolore del travaglio, il parto, ma il mio bambino non è con me. Ora flash di questa terribile esperienza mi tornano in mente come quelli di un film…Non dimenticherò mai quel corridoio del 5° piano pieno di ragazzine in attesa delle IVG che riempivano la lista d’attesa con le loro iniziali e si dicevano tra loro “Speriamo di fare presto e di passare un bel natale”, la signora che ridendo si vantava di essere alla sua 6° IVG perché al marito non piaceva usare gli anticoncezionali…. o la madre che accompagnava la figlia 15enne come se stessero andando dal dentista…».

Se debbo continuare lo faccio, ma preferisco di no perché il dolore di queste donne, abbandonate dopo essere state informate di quello che il loro bambino portava con sé e quello che era l’unica “terapia” per risolvere la questione (ovvero per eliminare il problema, ossia il bambino), mi lacera: mi sento un’intrusa a commentare queste parole scritte da persone che hanno un volto, una storia, una vita. Però vorrei far capire un paio di cose alla dottoressa Pompili: sono decisioni, quelle prese da queste donne, così consapevoli – come dice lei - che si ritrovano dopo mesi e anni a rivivere quelle percezioni, quelle emozioni. E soffrono. Siamo certi che costoro abbiano ricevuto tutte le informazioni utili a rendere la loro decisione, un’opzione effettuata con sofferenza ma attenzione e sicurezza? Consapevoli, già che ci siamo, anche le ragazzine delle quali discute la donna dell’ultimo scritto riportato? Consapevole la ragazzina portata dalla madre ad abortire? Possiamo tacciare questa donna che ha perso suo figlio (già che ci siamo) di essere una pro-life accanita che odia le donne? Lo chiedo perché – e così introduco il discorso anche sulle righe precedenti i racconti – la dottoressa, e molti come lei, compiono un ragionamento che definire mostruoso è dir tanto.

Le donne che si ritrovano a ricevere diagnosi tardive, afferma la dottoressa, sono costrette ad abortire a 22-24 settimane. Per la dottoressa il problema, sia chiaro, non è la sofferenza per la donna alla quale viene caldamente suggerito d’interrompere la vita del proprio figlio o che richiede di farlo perché il peso emotivo è enorme: sarebbe provare un moto di empatia e sarebbe un discorso che potrebbe portare la persona onesta a cercare di ragionare realmente da un punto di vista della salute complessiva della donna: da qui potrebbe essere quasi doveroso esplorare le sensazioni e gli effetti di una conduzione conservativa della gravidanza (e della vita dei bambini) e l’AMICA potrebbe scoprire di non essere molto amica delle donne. Il suo problema è che più tardivamente un bambino viene costretto a nascere, più c’è la possibilità che sia vivo e, come scrive la dottoressa, che i medici siano costretti a rianimarlo. In effetti, nei paesi che la dottoressa ritiene – immagino – civili, il bambino viene ucciso con un’iniezione intracardiaca di cloruro di potassio, per evitare che nasca vivo (Termination of Pregnancy for Fetal Abnormality in England, Scotland and Wales, RCOG, pagina 31) e con i suoi vagiti richiami i medici al loro deontologico dovere di prendersi cura di ogni persona che soffre. Infatti per lei, come per altri che la pensano come lei, è terrificante che le donne siano costrette a “penose migrazioni verso paesi maggiormente attenti alla salute delle loro cittadine” (significa che in quei paesi ci sono operatori sanitari che non si fanno problemi a recidere il cordone ombelicale di un bambino e lasciare che muoia in un’arcella reniforme usa e getta). Sì perché lo abbiamo letto insieme: le donne che si sottopongono, se pur con intenzionalità, alla soppressione eugenetica dei loro bambini, e possono farlo nei tempi che non costringono alla rianimazione di questi, sono in evidente stato di salute emotivo del tutto solare e sollevato. Sono felici ed entusiaste di aver ucciso (lo scrive una di loro, perché io non mi permetterei mai) il loro, se pur senza speranza, bambino.

Il fatto è che le persone come la dottoressa AMICA delle donne (e meno dei bambini, va da sé), vogliono modificare la 194/’78 per consentire anche nel nostro Paese che i bambini siano soppressi a settimane di gravidanza che si avvicinano più alla fine che all’inizio del loro viaggio verso la vita extrauterina (le linee guida inglesi citate prima, parlano di “successo” all’iniezione intracardiaca sino alle 37+5 settimane, quindi a termine): non possono ancora ammettere che, per quello che loro chiamano ‘diritto alla salute’ delle donne, sarebbero capaci di proporre in parlamento l’infanticidio. Ma ci arriveranno. Con calma e senza premere tanto. Perché quando si parla di salute delle donne contrapponendola alla salute dei loro bambini, gli obiettivi possono essere solo quelli di vendere l’eliminazione di ogni fonte di dolore della donna, per giungere solo a un obiettivo ideologico che rappresenta il peccato del quale chiunque fa ideologia si macchia: quello di far di tutto per dimostrare di avere ragione.

Ed è per questo che personalmente parlo poco volentieri “la lingua” degli studi scientifici, ma preferisco ascoltare le donne facendo sì che siano loro a dar voce al loro dolore: perché se facciamo parlare certi studi scientifici, sappiamo bene che potrebbe parlare l’ideologia. Un mero esempio: la dottoressa Mirta Mattina, psicologa psicoterapeuta che scrive anche pregevoli articoli sull’allattamento, cita l’American Psychological Association nel suo Congresso famiglie, perché è sbagliato (e falso) dire che l’aborto è sempre doloroso (Il Fatto Quotidiano, 2019): la medesima A.P.A. che afferma che la pedofilia non è una malattia, per intenderci. L’A.P.A., nega la sindrome post-abortiva in un articolo redatto da due autrici: una pagata dalla Planned Parenthood e l’altra pagata dalla NARAL Pro-Choice America (basterebbe questo per invalidare tutto). Questo studio “scientifico” riporta, in sostanza, che il dolore emotivo post-aborto è solo dato dal senso di colpa inculcato e radicato nelle donne che vivono in paesi moralisti. Una base scientifica indistruttibile, spera forse la dottoressa Mattina. Peccato che il dolore delle donne che pare stare a cuore all’AMICA e alla psicoterapeuta che scrive a favore dell’allattamento, non sia dovuto dallo “stigma sociale”, ma sia stato studiato e dimostrato dal lavoro di chi si occupa di post-aborto come la dottoressa Benedetta Foà (suggerisco la visione del filmato youtube Carbone - Foà, Aborto…e dopo? Quello che nessuno dice: conseguenze, ferite, guarigione) e la dottoressa Cinzia Baccaglini (suggerisco la visione del filmato youtube Cafè teologico: L’aborto non lascia traccia?) che di sponsor non ne hanno alcuno (inoltre segnalo che Fergusson ha dimostrato che l’A.P.A. non ha intenzionalmente pubblicato i suoi studi che, solo per precisazione e in parte, cito: Abortion in young women and subsequent mental health e Abortion and mental health disorders: evidence from a 30-year longitudinal study).

Ora, concludo con una raccomandazione: sappiamo tutti perfettamente che il bene della donna vada nella medesima direzione del bene di suo figlio e che la differenza stia in quale approccio le offra chi le sta accanto nel momento più buio che segue la diagnosi di “incompatibilità con la vita”. Sappiamo inoltre che l’obiettivo di rimuovere l’aborto volontario farmacologico dagli ospedali e il voler modificare la 194/’78 sta nel progetto di privatizzare l’aborto (magari facendo approdare anche dalle nostre parti i servizi della Planned Parenthood) e far giungere anche il nostro Paese ad accettare l’infanticidio (il voler citare il feticidio come legittimo in contrapposizione alla salute delle donne, mi pare chiaro), nonostante sia legittimata la possibilità della donna di disconoscere il figlio che nasce vivo dopo un’IVG, attraverso l’assolvimento dell’art. 30 comma 2 DPR 396/2000 (grazie alla quale alcuni bambini non desiderati possono ricevere cure e affetto). Quest’ultima possibilità è vista come un affronto da parte di chi contrappone il diritto della donna a eliminare il problema che la affligge (magari poiché il problema è ipoteticamente figlio non del marito o perché la donna è una minore i cui genitori non accettano la gravidanza), ma è un vero spiraglio di luce e di speranza nei confronti anche del bimbo effettivamente malato (o solo portatore di qualche Sindrome): qui sta il lavoro degli operatori che si trovano ad affrontare situazioni di questo genere (tutti i casi citati per esempio sono tratti dal documento Ivg dopo i primi 90 giorni: tra volontà della donna e responsabilità professionali di Giovanni Fattorini e Carmelina Ermio). Recidere il cordone ombelicale tra una donna e suo figlio, nonostante sia visto nell’immediatezza come la soluzione urgente a un problema, può avere conseguenze culturali enormi, in una società come la nostra dove solo il leggere che può esistere una fiera che si chiama “Professione Mamma” manda in tilt il web (Questi pazzi odiano le mamme, La Croce Quotidiano, 25/09/2020): può segnare il momento di guardarsi molto attentamente dalle parole usate da chi parla a nome delle donne, ma contro la loro fertilità e il loro essere madri. Perché il problema sta qui, nell’odio verso la Madre come tale, come essere umano che esiste, che c’è, che può vivere solo essendo tale. Sostanzialmente come accade al nascituro. Un odio che accomuna due esseri che vivono insieme, nutrendosi uno dell’altro.

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29/09/2020
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