Società

di Rachele Sagramoso

Undici obiezioni radicali a una trita apologia dell’aborto

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Michele Grandolfo, epidemiologo, scrive, nel suo articolo “Le novità sull’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica, una piccola rivoluzione silenziosa”, alcune considerazioni che andrò a esaminare. Leggiamo.

«Una recente circolare di aggiornamento del ministero della Salute ha esteso a nove settimane di gestazione l’uso della RU486 per l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) e ha eliminato la – incomprensibile – prescrizione di ricovero di tre giorni in ospedale per l’esecuzione della procedura medica (basata, cioè, su trattamento farmacologico anziché chirurgico). Questa decisione sana finalmente quello che rappresentava un grave insulto alla medicina basata sulle prove scientifiche e riabilita ministero, Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e Consiglio superiore di sanità come enti obbligati a prendere decisioni, formulare autorizzazioni e fornire pareri sulla base delle indicazioni che solo la ricerca scientifica fornisce. L’efficacia e la sicurezza dell’aborto medico, infatti, sono state ampiamente confermate da trent’anni di applicazione nei paesi industrializzati e, come descritto, per gli aborti precoci nelle linee guida elaborate dall’Oms e da altre agenzie internazionali».

  • “Incomprensibile ricovero”: per quello che sospettiamo io e altri operatori sanitari (tra i quali troviamo bioeticisti di fama internazionale come Giorgia Brambilla e Assuntina Morresi, autrice con Eugenia Roccella, del libro RU486, la favola dell’aborto facile), l’ ‘incomprensibile ricovero’ era comprensibilissimo nel momento in cui, per scovare il fatto che il clostridium sordellii è stato la causa di alcune morti oltreoceano, i parenti delle vittime che avevano abortito con RU486, hanno dovuto sborsare cifre astronomiche per far effettuare le autopsie. Era comprensibilissimo in quanto il 90% di donne hanno complicazioni, tra le quali è certamente il fatto della solitudine domiciliare (che era quella che aveva spinto le femministe a volere l’aborto sicuro). In Canada, solo perché è venuta a mancare una donna durante la sperimentazione, l’aborto farmacologico non viene effettuato (afferma con chiarezza la Morresi).
  • “riabilita ministero, Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e Consiglio superiore di sanità come enti obbligati a prendere decisioni, formulare autorizzazioni e fornire pareri sulla base delle indicazioni che solo la ricerca scientifica fornisce”: l’AIFA è quella il cui presidente ha affermato che la vendita della EllaOne alle minorenni le aiuta a togliere le castagne dal fuoco, ma che dopo averla comprata in farmacia, vanno certamente a consultare il sito del Ministero che dice loro come evitare di trovarsi nelle peste ulteriori volte (leggasi: se lo devi fare, fallo ma non rompere l’anima al SSN che ha ben altri problemi da risolvere, ora che ci s’è messo pure il Covid). Il Ministero (della Salute) è quello che riporta come metodo anticoncezionale naturale (contraddizione in termini) sia il coito interrotto (!!), sia l’Ognino-Knauss (e qui la Confederazione dei Metodi Naturali, sviene collettivamente contemporaneamente). La ricerca scientifica è quella che non accetta il fatto che la somministrazione di pillola anticoncezionale a tappeto non prevenga il numero degli aborti, ma che, di fatto, li aumenta a causa della mentalità contraccettiva dedita alla deresponsabilizzazione dell’individuo.

«Tenendo conto che poco meno del 70% delle interruzioni sono state effettuate entro la nona settimana, dobbiamo attenderci un aumento più che raddoppiato delle IVG non chirurgiche, soprattutto se si darà seguito alle nuove disposizioni ministeriali, che indicano la possibilità di effettuare l’aborto medico in ambulatorio o in consultorio».

  • In questo modo gli ospedali libereranno i letti e si spenderà di meno. Ora: chi è che diceva che l’aborto deve essere sicuro e per questo dev’essere effettuato da mani esperte tantoché fu tirato su un polverone in quanto al Campus Biomedico i chirurghi non venivano formati – a sentire le critiche – a eseguire IVG (cosa che io dimostrai essere infondata in quanto tra IVG e raschiamento uterino poco cambia dal punto di vista chirurgico)? Adesso che sarà ambulatoriale, basterà che i medici sappiano scrivere la ricetta e, magari usare del plasma fresco congelato in infusione, in caso la donna faccia il dispetto di andare in coagulazione intravasale disseminata. (Si cerchi l’articolo Al Campus bio-medico di Roma non si insegna l’#aborto, e l’AMICA insorge).

«La relazione del ministro riferisce anche di una notevole varietà tra regioni nel ricorso alla Ivg medica […] Questa variabilità sta a indicare che il ricorso all’aborto medico non sia tanto una scelta della donna, quanto piuttosto una preferenza degli operatori e dei servizi. Questo evidenzia la pressante necessità di aggiornamento professionale per far sì che ovunque e in modo omogeneo si operi sulla base delle prove scientifiche, offrendo alle donne piena possibilità di scelta, com’è obbligatorio negli interventi di sanità pubblica. Oltre all’aggiornamento professionale è auspicabile che, come esplicitamente indicato dalla legge, a livello regionale si definiscano strategie operative per assicurare il servizio in modo omogeneo sul territorio, garantendo una piena integrazione sia orizzontale che verticale. Anche da questo punto di vista, il riconoscimento della possibilità di effettuare l’aborto medico anche nei consultori è straordinariamente importante, in quanto tali servizi sono istituzionalmente dedicati per la promozione della salute e l’attività di counselling. La stessa legge 194/78 fa esplicito riferimento a questi in via prioritaria».

  • La ‘piena libertà di scelta’ è quella attuata nei consultori quando alle donne gravide è detto dai medici che il cesareo è più sicuro rispetto al parto naturale (perché per loro è più rapido e, a seconda della Regione, l’ASL rimborsa l’ospedale)? O è quella stimolata dalle ostetriche che mentono sapendo di farlo, dicono che l’epidurale è pericolosa (giusto per tenere le gravide tranquille)? Oppure è quella attuata nei consultori alle le donne che vogliono abortire, che entrano in ambulatorio e ne escono dopo cinque minuti col certificato (alla faccia del couselling: negli ospedali si fa fatica a riceverne per allattare)? Oppure è quella attuata nei consultori dove le minorenni si trovano di fronte a delle ostetriche che agilmente si sostituiscono ai genitori (colpevoli ovviamente di bigottismo) e che si vantano sul web “Mentre voi fate propaganda (pro-life ndr), noi aiutiamo le vostre figlie minorenni ad abortire con provvedimento del giudice in orario scolastico, prescriviamo loro la contraccezione, rimuoviamo preservativi dai fornici vaginali e prescriviamo EllaOne. Questo (ed altro) segretamente per consentire a voi di continuare a pensare di essere in controllo della sessualità”? È forse quella stimolata in mia figlia quando, per curiosità, si recò in consultorio e le venne detto che i Metodi Naturali sono roba che non funziona e che è meglio la pillola: infatti – senza analisi del sangue di alcun genere – tornò a casa con la dovuta prescrizione? Millantare di fornire alle persone la “piena libertà di scelta” è piuttosto fuori luogo perché attualmente le situazioni che descrivono gli operatori consultoriali/ambulatoriali ben lungi dal trovarsi disponibili a lasciare che l’interlocutore trovi la propria strada, assumendosene la reale responsabilità, è un esercizio che risulta essere piuttosto lontano dalla realtà di ciò che accade. Affermare poi che gli operatori sanitari sappiano attuare del counselling, soprattutto alle donne che si trovano a chiedere di abortire, mi pare dannatamente fuori luogo, se consideriamo la quantità di donne che poi ammette che la scelta dell’aborto è stata piuttosto ‘pilotata’ dall’interlocutore (cfr Indesiderate, di Andrea Mazzi, pagg. 85-116).
  • La 194/78 è quella Legge dove, per evitare di dire che ci sono patologie o sindromi che individuano esseri umani non degni di vivere (che fa molto Terzo Reich), è stato preferito circumnavigare il concetto scrivendo: ‘quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna’. Il tema della patologia e della malattia del nascituro è il seguente: il feto nel grembo materno, come diceva il compianto professor Mario Palmaro, è «talmente poco uomo che può essere malato e può essere guarito. E può essere operato in utero prima della nascita». Il tutto dipende dalla madre (ma non dal padre, dice la legge) che, al momento dell’ecografia e del riscontro di una ipotetica patologia, deve rispondere al medico che le chiede: «Cosa fa? Lo tiene?» magari entrando nel ‘tunnel’ dell’aborto eugenetico che mette fretta alla donna poiché se il tempo scorre e il feto matura, potrebbe pure sopravvivere, per cui va soppresso rapidamente: ovviamente per il suo bene (suo del feto che deve morire perché fragile).

«In effetti, la più ragionevole spiegazione della straordinaria e costante diminuzione del ricorso all’aborto in Italia (da 17,3 IVG ogni 1000 donne in età feconda del 1982 al 6 ogni 1.000 donne del 2018) è stata la disponibilità e la qualità dell’informazione per la crescita della consapevolezza riguardo il controllo della fecondità, essendo il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza un’ultima ratio e non una scelta d’elezione. Indagini epidemiologiche, population based, condotte dall’Istituto Superiore di Sanità negli ultimi vent’anni riguardo il percorso nascita confermano che proprio il Consultorio familiare e, in particolare, le ostetriche, forniscono le informazioni più soddisfacenti, a giudizio delle donne intervistate (come riportano alcune ricerche, ad es. Epicentro e Istisan 12/39).

  • Per ‘controllo della fecondità’ nessuno s’immagini il fatto che le donne, sin da giovani, vengono edotte sul loro ciclo uterino, sulla grande responsabilità che deriva dalla scelta di avere rapporti sessuali, sull’importanza del rispetto verso loro stesse nella preservazione della loro salute dell’apparato riproduttore (prevenzione delle malattie sessuali semplicemente attraverso la castità). Il termine ‘controllo della fecondità’ significa che la fecondità viene controllata agilmente dalla medicina e quindi anche dalla farmacologia (pillola anticoncezionale, del giorno dopo, dei cinque giorni dopo) e dalla parafarmaceutica (preservativi). Il ‘controllo’ non è della donna, non è un empowerment, non è una consapevolezza: è il netto contrario. Pertanto, sarebbe una scelta strategica vincente privilegiare il consultorio, almeno uno per distretto, come sede di prenotazione per l’intervento: in un distretto di 100 mila abitanti, con circa 25 mila donne in età feconda, ci dobbiamo infatti attendere un numero di Ivg per anno variabile tra le 120 e le 200, dati gli attuali tassi di abortività che variano da poco meno del 5/1000 a poco meno dell’8/1000. Quindi, in media da 5 a 8 IVG ogni 15 giorni, almeno metà delle quali effettuabili con procedura farmacologica.
  • Se ci sono solo 5/8 IVG ogni 15 giorni, ovvero 2.5/4 ogni settimana, è possibile che sussista il problema dei medici obiettori? Dove sta l’impellenza di evitare che un ASL effettui un concorso per medici solo non obiettori? Per effettuare 4 IVG ci vogliono circa al massimo due ore. Certo, due ore di occupazione di una sala operatoria, una mattinata con 4 letti da cambiare, strumenti chirurgici da cambiare, un anestesista disponibile da togliere dal reparto di competenza: ecco perché ‘effettuabili con procedura farmacologica’. In questo modo spariscono tutti questi problemi. Inoltre, dalla letteratura scientifica risulta che le ostetriche garantiscono altrettanta efficacia e sicurezza nella gestione dell’aborto farmacologico rispetto ai ginecologi, pertanto per quanto detto sopra l’ostetrica consultoriale è certamente la figura professionale da privilegiare, sia per il counselling, sia per l’intervento farmacologico – se così sceglie la donna dopo una esauriente informazione.
  • Non so se gioire o meno: le ostetriche ovviamente non sono tutte come quelle delle quali citerò due frasi, ovviamente, ma mi chiedo quante ostetriche possono sostenere realmente le donne individuando quelle fragili che potrebbero anche scegliere di non abortire, se aiutate realmente. Hanno le capacità di creare un setting di ascolto professionale, quando studiano per 3 anni molta tecnica e ben poca comunicazione (queste le critiche che attualmente diverse ostetriche d’esperienza mi hanno fornito personalmente)? Possono le ostetriche sapere come individuare alcune situazioni e, scevre da ideologie, portare la donna verso la vita del figlio, essendo l’aborto, come scrive Grandolfo, l’ultima ratio? Se in giro ci sono ostetriche che affermano «Il feto diventa bambino alla nascita. E nasce se la donna lo vuole. I diritti del bambino iniziano alla nascita. Se in gravidanza si deve scegliere tra la vita della donna e quella del feto, si sceglie quella della donna. […] Non avete idea cosa subiscono spesso le donne che scelgono di abortire e quanto manca il sostegno adeguato. Stare accanto alle donne non significa giudicare quando scelgono vie diverse da quelle che abbiamo scelto noi. Ci sono donne che scelgono un cesareo o l’epidurale e ci sono donne che scelgono di interrompere la gravidanza e tutte hanno bisogno di sostegno», o che dichiarano che «La perdita di un figlio DESIDERATO è il dolore più grande, sull’interruzione di una gravidanza INDESIDERATA non c’è nessuna evidenza che possa essere paragonata ad un lutto» (il maiuscolo è nel testo) quando invece sappiamo che non è così? Non è un caso che un’altra ostetrica, più onesta e ben più competente (lontanissima dal cattolicesimo) descriva tutt’altra realtà: «Che la legge 194 abbia potuto evitare alle donne di ricorrere all’aborto clandestino e ai conseguenti gravissimi rischi, anche mortali, non lo si può negare ed io, purtroppo ho avuto la sfortuna di vederne abbastanza prima della sua approvazione. Ma che l’aborto, in molti casi, sia utilizzato come metodo contraccettivo, anche questo è vero e mi risulta direttamente; va poi considerata la inadeguata applicazione della stessa (L. 194, ndr). Questa, come tutti sappiamo, prevede che l’operatore e le istituzioni cui la donna si rivolge e che hanno il potere di farlo, in caso di gravidanza indesiderata, mettano in atto pratiche atte a rimuovere le cause che spingono la donna ad abortire. Che non si faccia un’adeguata informazione sull’educazione sessuale tale da far conoscere alle donne il funzionamento del loro corpo, è altrettanto vero. Quello che voglio dire, […] è che il diritto di scelta della donna è irrinunciabile ma che non si faccia abbastanza per metterla nelle condizioni di non arrivare a dover abortire, è indiscutibilmente vero». Ricordo due articoli interessanti per farsi un’idea: I bambini sono grumi di cellule (http://www.lacrocequotidiano.it/articolo/2020/02/17/societa/i-bambini-sono-grumi-di-cellule) ed Embrione, feto, neonato, bambino, adolescente, adulto, anziano: dove inizia il diritto? (http://laveramaternita.blogspot.com/2019/07/embrione-feto-neonato-bambino_28.html).

Che il ricorso all’aborto non sia una scelta d’elezione, bensì un’ultima ratio, deve essere sempre tenuto presente quando si prende in considerazione la preoccupazione espressa da chi si oppone alla legalizzazione sostenendo che la decisione ministeriale di eliminare le precedenti restrizioni (prima non si poteva prescrivere la RU486 oltre la settima settimana gestazionale e si richiedeva, come detto, il ricovero in ospedale per tre giorni) favorisca il ricorso all’aborto come metodo privilegiato per evitare gravidanze indesiderate. Si tratta di una tesi tanto ricorrente (si parlava di questo rischio già negli anni Settanta nel dibattito sulla legalizzazione dell’aborto e anche successivamente, in quello sull’introduzione del metodo farmacologico) quanto inconsistente, come dimostra non solo la riduzione nel tasso di abortività nei decenni precedenti, ma anche le stime di una ulteriore riduzione nei prossimi anni».

  • Sono prese in considerazione le centinaia di migliaia di pillole del giorno dopo? Dei cinque giorni dopo? Quelle dei gastroprotettori che servono per indurre l’aborto (la medesima ostetrica che si vanta di far abortire le minorenni mentre le mamme pensano che siano a scuola, fornisce anche il sito dove reperire queste pregevoli informazioni)? L’aborto è già ben oltre la legalizzazione, e il fatto che sia stato imposto come diritto dimostra che è ben lontano dal ridursi il tasso di abortività. Le donne comprano la RU486 su internet, le minorenni acquistano la EllaOne in farmacia: il tasso ufficiale – forse – decadrà, ma quello degli aborti – che possiamo definire tranquillamente clandestini perché non appaiono nelle stime ufficiali – schizzeranno in alto, nel silenzio di un’opinione pubblica ovattata dal diritto di soppressione di bambini indifesi. Per inciso, la decisione di liberalizzare l’uso della RU486 alla luce delle consolidate prove scientifiche e della più che trentennale esperienza internazionale ridurrà ai minimi termini il peso dell’obiezione di coscienza nell’applicazione della legge e dovrebbe rendere ancora più semplice la programmazione regionale per garantirne l’applicazione in modo omogeneo sul territorio, riducendo spostamenti e tempi di attesa, che sono vere e proprie vessazioni per le donne. Oltretutto, nell’attuale temperie pandemica, è quanto mai opportuno ridurre il più possibile l’afflusso e la persistenza in ospedale senza specifiche necessità.

Un’ultima riflessione di carattere generale merita di essere posta all’attenzione. Le relazioni di potere trovano fondamento nel controllo dei corpi sia attraverso gli stereotipi di genere, sia attraverso interventi invasivi non necessari: nella vicenda della RU486 questo tipo di controllo si riduce molto. Dobbiamo allora riconoscere la grande saggezza della legge 194/78 che già a suo tempo aveva prefigurato nuove modalità operative (art. 15) emergenti dal progresso delle conoscenze. Fare affidamento sull’autodeterminazione delle donne e sul sostegno dei servizi consultoriali e, in particolare, delle ostetriche sarà ancora, oggi come allora, la carta vincente.

  • Si svela la verità, dunque: ridurre ai minimi termini l’obiezione di coscienza dell’operatore che, magari, sa di avere di fronte una donna gravida che custodisce una vita. Probabilmente dribblando qualche operatore sanitario un filo più sensibile, ma basterebbe onesto, si creeranno punti vendita di RU486 proprio all’interno dei consultori, dove – parimenti a come avviene con la Planned Parenthood – non ci sarà problema per lo strupratore, il marito violento, il padre efebofilo, il datore di lavoro misogino, acquistare la RU486 per continuare ad approfittare della donna. Sì perché se a tutt’oggi sono diverse le donne che affermano di essere state costrette dal marito (anche in modo non violento, ma solo ricattatorio) ad abortire il figlio concepito adducendo anche situazioni gravi (come quella economica), va da sé che la grande autodeterminazione viene a mancare.
  • “Le relazioni di potere – afferma Grandolfo – trovano fondamento nel controllo dei corpi sia attraverso gli stereotipi di genere (perché si sa che la mamma è un concetto antropologico e che attualmente qualunque ‘persona incinta’ può avere il diritto di abortire), sia attraverso interventi invasivi non necessari” quindi la RU486 serve per liberare (ulteriormente) le donne dal giogo della gravidanza evitando anche l’obbligo del ricovero (come se mai una donna sia stata costretta a non abortire, in tutta la storia della 194/78) che era tanto auspicato in passato.

Attualmente questo tipo di ideologi si arroccano su frasi fatte in odore di slogan nostalgici che cercano di modificare la biologia della vita: la famosa costrizione delle donne a partorire è una di queste. Eppure Grandolfo e tanti altri che conosco molto bene e dai quali mi sono allontanata, credono realmente di essere quelli che liberano le donne da un controllo dei loro corpi (e delle loro anime), aiutandole a privarsi dell’aspetto più bello della vita della donna: la relazione pulita e onesta della relazione d’amore con un uomo rispettoso, la forza dell’unione sponsale che libera dal giogo di un erotismo pornografico fatto di genitalità, la grande protezione della riuscita familiare che è dimostrata essere vincente per i figli… Quel controllo dal quale Grandolfo si fa paladino liberatore, è la dimostrazione di quanto quel tipo di sanità odia le donne, e nello specifico le madri: la violenza alle quali sono sottoposte le madri è mostruosa e questo tipo di sanità (che dovremmo definire ‘malata’) lo dimostra. Affibbiare alle donne, lasciandole sole, il dovere di provvedere all’eliminazione del loro figlio, è mostruoso ed è il vero controllo dei corpi delle donne, inducendo in costoro un senso d’incompetenza enorme. Medesima incompetenza che le ostetriche usano nelle scuole, nei confronti delle minorenni, quando le convincono del fatto che è un loro diritto avere rapporti sessuali (ovvero scambiare il loro bisogno di amore, con l’uso del loro corpo), ma che non sono in grado di occuparsi di un eventuale bambino che ha diritto di nascere quando è desiderato e la donna è pronta per occuparsene (ovvero il bambino ha il dovere di morire a causa della leggerezza morale nelle quali le giovanissime sono cresciute).

Se questo non è controllo dei corpi, cos’è?

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05/02/2021
1805/2021
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