Chiesa

di don Giampaolo Centofanti

Il Buon Pastore, ispirazione del clero cristiano

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Il vangelo del Buon pastore (Gv 10, 1-18) ci parla in modo molto bello e significativo dell’autentico, semplice, amarci, portarci, di Gesù. Egli conduce, con rispetto e discrezione, a misura, ogni specifica persona a trovare tendenzialmente sempre più Dio, se stessa, gli altri, il mondo. Si può dunque osservare che non si tratta di un linguaggio spiritualistico né, tantomeno, moralistico ma spirituale e umano.

“In verità, in verità, vi dico: chi non entra dalla porta nel recinto delle pecore ma sale da un’altra parte è un ladro e un brigante” (Gv 10, 1). Dalla porta si entra, da un’altra parte si sale, ci si arrampica sulla staccionata. Dalla porta si entra con rispetto, amore, a misura, perché, quando, qualcuno da dentro liberamente apre. Nella misura in cui, nella grazia, può, è chiamato, vuole, aprire. Dalla staccionata si entra con la varia imposizione, con la forzatura, con l’inganno.

Può, tra l’altro, accadere che un, magari inconsapevolmente, falso bene vissuto sulle proprie inesistenti forze, sul proprio io dunque, il moralismo per esempio, orienti appunto al prevalere di sé stessi anche di fronte a criteri magari talora evidenti di correttezza umana e di fede.

“Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore” (Gv 10, 2).

Il pastore, Gesù, entra nel recinto dalla porta, che gli viene aperta dal portinaio. Evidente il riferimento alla Chiesa, il recinto, e ai pastori, specie al pontefice e, con lui, al collegio dei vescovi, il portinaio. Le pecore ascoltano la voce del loro pastore che le chiama per nome e le conduce fuori. La naturalezza, connaturalità, di tutti questi passaggi è molto significativa. Pensiamo alle pecore che ascoltano la voce del pastore. Qualcuno potrebbe dire: “Magari!”. Ma qui, come sempre, Gesù parla un linguaggio spirituale. Il cuore può realmente ascoltare solo la voce amorevole di Dio. Solo Dio, solo Cristo, può chiamare nel cuore, per nome, ogni specifica persona e condurla fuori, per il cammino della sua vita. Altre chiamate, altre uscite, sono esteriori ma il cuore non è toccato in profondità. Non ascolta in profondità, non esce realmente. Il pastore talora, dice il testo, “spinge fuori” le pecore. Ma anche qui vi è amore, naturalezza, consonanza reciproca nel profondo: nessuna forzatura, pressione, fuori posto, non a misura. Dal testo emerge uno spingere con dolcezza. Le pecore riconoscono, sanno, la voce, il suono, del loro pastore. Che il linguaggio è spirituale lo si vede anche dal fatto che le pecore escono insieme. Vi è una comunione profonda che le unisce per le pur diverse strade della vita. Portano dovunque l’amore di Dio, quello loro e anche quello di tanti fratelli, insieme. Il pastore dopo aver fatto uscire le pecore cammina davanti a loro. Vi è dunque anche uno stare dietro e in mezzo al gregge, attendendo che tutte le pecore siano uscite. Il pastore lo vediamo contemplare le pecore mentre escono, mentre si fermano ricomponendo il gregge fuori del recinto. Il pastore impara il cammino autentico di ogni pecora dalla pecora stessa, in quella situazione, con quelle altre pecore. Se il pastore è una persona umana tanto più comprendiamo che i suoi modi, i suoi tempi, sono orientati in tante cose dalle pecore. E dalle pecore il pastore ha tanto da imparare su tutto, su Dio, sull’uomo, sul mondo. È tutto un imparare, spirituale e umano, in ogni cosa, anche del pastore. Altro che risposte prefabbricate, meccaniche… Così l’amore può, per grazia, orientare gradualmente il pastore a mettersi sempre in discussione, spiritualmente, umanamente, per comprendere meglio, incontrare meglio, le persone. Potrebbe accadere invece, per esempio non avendo ricevuto una grazia in tal senso, di vivere l’essere pastore come autoritarismo, dominio; di fare di sé il metro di ogni cosa, persino di Dio; di stare nella falsa sicurezza di sé, magari senza avvedersene. Una rinnovata formazione, per esempio, dei pastori comporta anche un imparare a mettersi serenamente in discussione, ad ascoltare, a chiedere aiuto, spiritualmente e umanamente.

Persino Gesù “spianava piu’ avanti”, sembra affermare il testo originale (più che “cresceva”), nella sapienza, età e grazia presso Dio e presso gli uomini. Con l’aiuto di Dio e l’aiuto degli uomini Gesù apriva, rendeva più semplice, piano, umano, il cammino, il progresso, suo e dei fratelli, dell’umanità (Lc 2, 52). Anche Gesù cresceva mettendosi in discussione, imparando anche dagli altri. Ma non si tratta di un mettersi in discussione perfezionista, nevrotizzante. In un graduale cammino il pastore può imparare a farlo ma con serenità: un secondo ci penso, due può essere già nevrosi. Dio è un Dio di pace che ci ama e si serve di noi, se cerchiamo in un cammino graduale di accogliere la sua luce, nella semplicità della nostra piccolezza di creature.

Anche se le pecore seguissero un estraneo sarebbe un fatto esteriore. In realtà nel cuore, prosegue Gesù, starebbero fuggendo da lui, lontano anche da sé stesse.

Giovanni rileva qui che i giudei non compresero non “questa parabola”, come spesso si traduce, ma questo, in tale brano, “para-cammino”. Gesù parla appunto un linguaggio spirituale, delle intenzioni, della vita interiore, non delle azioni esteriori. È lui stesso che conduce gradualmente gli uditori in questo ascolto profondo: “Disse allora di nuovo Gesù...” (Gv 10, 7). È lui stesso la porta. La porta, specifica ora appunto, non solo del recinto ma anche delle pecore. In realtà nel nostro stesso cuore possiamo sempre più profondamente entrare solo nell’amore meraviglioso, liberante, di Dio. Solo nell’amore autentico, che ci comprende e ci aiuta a comprendere noi stessi, con serenità, fiducia… Ed ecco allora che il portinaio è la coscienza della persona, che solo a questo amore può aprire sempre più la porta. Non una coscienza astratta, spiritualistica, ma la coscienza umana, di quell’uomo, il suo cuore. Tutti quelli che vengono prima di Gesù, cioè non al suo seguito, nella sua volontà, nel suo amore, sono ladri e briganti. Ma le pecore non li hanno ascoltati. Ripeto, anche se esteriormente lo avessero fatto non hanno potuto farlo con il cuore. Gesù è la porta: “se uno entra attraverso di me” (Gv 10, 9), dentro sé stessi dunque, “sarà salvo, sarà liberato” (cfr ivi). Solo l’amore autentico guarisce, spiritualmente e umanamente. È l’autentica liberazione integrale, spirituale e umana, nell’autentico Spirito di Cristo, nel suo cuore, gradualmente alleggerito da tutto ciò che viene prima di lui, fuori di lui: moralismi, schematismi, astrazioni, cavilli, stranezze varie, chiusure, etc.. Tutte cose che ci possono in varia misura confondere la vita. Il Buon Pastore, Dio e uomo, ci conduce verso una via di buonsenso nella grazia, semplice, serena, graduale, a misura, umana. Chi entra attraverso Cristo entrerà, uscirà e troverà pascolo. Entrare sempre più liberamente, serenamente, naturalmente, in sé stessi e sempre più liberamente, serenamente, naturalmente, uscire, incontro agli altri. Comunicare sempre più profondamente, in Cristo, con Dio, con sé stessi, con gli altri. Naturalmente. Quante ferite, paure, fragilità, impacci, impalcature fasulle, gradualmente si sciolgono… E trovare pascolo, cioè la grazia di Dio, ogni bene, nelle fonti della grazia, Parola, sacramenti, e nelle persone, nelle situazioni, nello Spirito… È l’amore del buon pastore, attento, con discrezione, a tutto l’uomo. Al suo personalissimo, ben al di là degli schemi, cammino; ai suoi personalissimi bisogni. Che bello vedere, in un altro brano, Gesù che affida a Pietro il suo gregge. E gli chiede di nutrire i suoi agnelli, di pascere, di nutrire, le sue pecorelle (cfr Gv 21, 15-19). Agli agnelli solo, con discrezione, nutrimento, amore, ogni discreto aiuto. È l’amore che gradualmente può aprire ad un cammino il cuore degli agnelli. Non un doverismo giudicante e meccanico. Non è così per un bimbo nei suoi primi anni? L’uomo può andare per tutta la vita, anche molto inconsapevolmente, in cerca di questo amore di cui aveva avuto bisogno nei suoi primi anni. Qui forse possiamo sempre più intuire qualcosa di come Gesù vede la donna. E anche la Chiesa. E anche l’eucaristia.

Il ladro non viene che per scopi suoi, per rubare, uccidere, distruggere. Impone sé stesso, usa, anche in nome di Dio (“venuti prima di me”, cfr Gv 10, 8). Gesù viene perché abbiamo la vita e l’abbiamo in abbondanza. E che abbondanza deve sempre più essere se è l’abbondanza di Dio. Ma farci realmente ascoltare, prendere sempre più sul serio, queste parole può essere solo un dono di Cristo, del suo Spirito, magari graduale, come un seme da coltivare.

Gesù è il pastore bello, dice egli stesso nel testo originale mentre un certo, forse, moralismo traduce buono. Ma l’amore di Cristo, così divino e così umano, è bello: liberante, che fa respirare, rasserena, infonde fiducia, gioia, dona vie, vita, ogni bene, sempre nuovi, sorprende… Fa sentire amati meravigliosamente, venendo così anche aiutati ad amare bene, serenamente, fiduciosamente, noi stessi. Scopriamo sempre più un rinnovato noi stessi, sempre più leggero, libero, pieno di vita, di luce, di amore…

L’amore del vero pastore è bello anche perché è affidabilissimo, fino in fondo e oltre, perché egli offre la vita per le sue pecore. E ci aiuta a comprendere che col suo aiuto, in lui, anche gli uomini possono gradualmente imparare ad amare in modo sempre più profondo, affidabile… Tutto il contrario del mercenario, cui le pecore non appartengono. Non sono le sue naturali, proprie, del cuore, dice Gesù (Gv 10, 12). Loro di Gesù e Gesù di loro. Il mercenario vede venire il lupo e lascia le pecore e fugge ed il lupo rapisce le pecore e le disperde. Non è proprio, per esempio, l’effetto di tanto razionalismo, tecnicismo, odierni? Varia manipolazione dell’individuo reso isolato. Il mercenario può anche fare il suo lavoro apparentemente bene ma prima di tutto protegge i propri interessi, non rischia nulla, non si lascia mettere veramente in gioco. Rimane fondamentalmente chiuso nella propria visuale e vita di corto respiro. In questo modo, per esempio, potrebbe talora risultare più difficile aprire, cogliere, permettere più pienamente e aiutare il manifestarsi di orizzonti nuovi dell’amore, dell’opera, di Dio. Il buon pastore dà, rischia, la vita, più che può, in ogni piccola cosa, spiritualmente, umanamente, per questo può talora più facilmente riconoscere la profezia. Vive da sentinella della sempre nuova venuta di Cristo, del suo amore per ogni specifica persona, in ogni anche piccola cosa, spiritualmente, umanamente. Certo la grazia di Dio può fare quello che vuole, ben al di là della stessa risposta positiva o meno della persona. Ma può accadere che il Signore entri sempre più profondamente in chi cerca sempre più di accoglierlo, in tutta la propria umanità. Perché Dio è delicato. Il pastore che dà la vita può conoscere sempre più le proprie pecore ed essere da loro conosciuto, perché con l’aiuto di questo amore autentico esse entrano sempre più nel loro stesso cuore. E gradualmente anche in quello delle altre pecore. Perché il cuore del pastore vive nel cuore stesso del Padre e tutto in lui unisce. Così vi è sempre più conoscenza, comunicazione, anche con ogni uomo. Discernimento dunque, cioè cercare, per grazia, di arrivare, con discrezione, con il vero cuore vivo di Cristo a quella concreta persona nel suo vero personalissimo cammino, nei suoi veri personalissimi bisogni. Non più spiritualismi, pragmatismi, ma, gradualmente, ogni attenzione nel cercare, con discrezione, di comprendere, di discernere, tutta l’umanità di quello specifico uomo. La persona si può sempre più sentire capita, amata, accolta, naturalmente. Non schematismi, moralismi, formalismi… Tantissima gente viene più facilmente in Chiesa, accolta a misura. A misura umana. Personale. Non indottrinamenti, non aziende col settore beneficienza. Si può facilmente constatare che l’Italia, per esempio, in tanti casi non è un paese scristianizzato. È che bisogna amare, comprendere, la vita reale delle persone.

Quando e nella misura in cui questo naturale conoscersi, questa naturale, a misura, vicinanza, intimità, del pastore e delle pecore non c’è è bene interrogarsi con attenzione. Già così le pecore possono segnalare molto, anche in modo variamente inconsapevole. Certo va pure tenuto in conto che persino Gesù ha potuto incontrare ostilità. Ma qui ho l’occasione per osservare che le pecore disperse di Gesù generalmente lo furono, mi pare, in quanto manipolate. Furono esse stesse derubate di una vita, di una gioia, di una pace, che, appunto, cominciavano naturalmente a sperimentare (cfr Gv 12, 12-19; e Mc 14, 27-28: “Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea”). Cercare veramente, con tutto il cuore, di arrivare, con discrezione, a tutta l’umanità dell’uomo. Per questo papa Francesco rischia la vita per stringere la mano a tutti, altro che vetri antiproiettile. O un pastore può, anche inconsapevolmente, per bisogno di crescere, di nuova grazia che ancora non c’è, organizzare un’azienda dell’amore astratto, tutto contento di un amare chiuso in sè. Che arrivi o meno, che la persona lo senta o meno, che egli pastore comprenda o meno, che la persona sperimenti anche Dio come un Dio delle regole astratte o un Dio dell’amore sconfinato, gli può, anche involontariamente, inconsapevolmente, interessare così poco che nemmeno se ne avvede. Il Buon Pastore conosce le sue pecore ad una ad una. Non possiamo giudicare nessuno, sono doni. Anche oggi, sempre, Cristo spiana gradualmente avanti il cammino nel suo cuore divino e umano. Nel suo amore che vuole, oggi come allora con scandalo di qualcuno, misericordia, compassione e non sacrificio (cfr Mt 12, 7). Che trasforma in vita abbondante per sé stesso e per gli altri anche il peccato del pescatore che ritorna a camminare dietro a Gesù. Con grande stupore di tutti (cfr Lc 5, 9).

Che bello udire da Gesù stesso che sue sono, allo stesso modo, le pecore anche di altri recinti. Persone che sembrano seguire altre strade. Talora si ascoltano entusiaste proposte evangelizzatrici, pastorali. Che magari hanno portato risultati visibili fecondi. Può essere cosa molto bella, anche se i veri frutti sono difficili da valutare e li conosce solo Dio. Ma un amore che cerca di arrivare realmente alla specifica persona concreta intuisce che le vie da cercare sono in un certo senso una per persona. Una via che incontra, a misura, quella tal persona non va bene per un’altra e la Chiesa cerca tutti. Anche poi se quel modo va bene per quel tale già la varia unicità, uguale per tutti, meccanica, di esso può talora suscitare domande sull’attenzione, come grazia, del pastore nel cercare di comprendere sempre più profondamente anche quella specifica persona.

E in Gesù le pecore possono diventare sempre più un solo gregge, un solo pastore. Un poliedro. Più sono unite in lui, anche tra di loro, ben al di là degli schemi, più hanno tanti pastori eppure uno in Cristo e più sono anche esse, in mille modi, in Cristo, pastore. Ogni persona, comunità, di buona volontà, anche di altra religione, anche non credente, è su questa via, con tutte le sue ricchezze da scambiare.

E l’amore scorre autenticamente, reciprocamente, tra il Padre e il Figlio, il bel pastore: perché è libero, liberante, senza condizionamenti di alcun tipo. Nessuno può in profondità togliere la vita al Figlio ma è lui che liberamente la dona e liberamente la riprende. L’amore autentico, totale, affidabile fino in fondo, può essere solo quello libero. Nel quale il bel pastore conduce sempre più anche noi. Un donare noi stessi a misura, con semplicità, buonsenso, gradualmente, secondo la grazia ricevuta e nella misura in cui vogliamo, perché Dio ci ama e ci salva senza condizioni.

Il buon pastore, Gesù, ci guarda, ci ama, con il cuore, non con uno spirito disincarnato o con un’astratta, schematica, ragione. Cor ad cor loquitur, il cuore parla al cuore, come osserva san Francesco di Sales nella lettera al vescovo di Bourges, Andrea Fremiot, fratello di Giovanna Francesca di Chantal.

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22/04/2021
0705/2021
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