Società

di Rachele Sagramoso

Che cosa un Borsellino avrebbe potuto dire dell’utero in affitto

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Il compianto giudice Paolo Borsellino, è – per chi come me ha vissuto davanti alla tv le tragedie degli attentati di mafia – e rimarrà, una voce inesorabilmente forte e chiara contro ogni liberalizzazione e legalizzazione. L’ “utero in affitto è l’aberrazione che meglio definisce il parassitismo umano verso la possibilità di acquistare qualsiasi persona o parte di essa, potendo giustificarlo col semplice motivo che l’individuo ha il diritto di soddisfare se stesso, per la propria serenità e felicità. Nessun dubbio viene mai rivolto al fatto che il proprio desiderio possa nuocere a qualcuno, per il semplice motivo che le donne debbono avere il diritto ad autodeterminarsi (quindi perché non convincerle che tale autodeterminazione non possa essere venduta) assumendo farmaci, facendosi aspirare ovociti o mettendo a disposizione il proprio utero, se non a scopo economico (che fa brutto nell’epoca della “transizione ecologica”) per lo meno a scopo solidale (che eleva qualsiasi azione umana che si consuma, a qualcosa che si avvicina a una santificazione atea). Il bambino, ultima ruota di questo meccanismo, deve poter essere abortito se imperfetto, ma se perfetto e sano non potrà che essere grato di essere venuto al mondo, adulando e adorando i propri committenti, che, solo ed esclusivamente per amore, lo hanno acquistato in cataloghi aggiornati. Tuttavia c’è qualche noioso bigotto, che si pone un po’ il problema del fatto che magari ci sono donne che sono morte a causa dell’iperstimolazione ovarica; ci sono donne sfruttate che affittano l’utero per poter guadagnare e si sono poi ritrovate a occuparsi di bambini disabili (affari loro: avrebbero dovuto abortirli, direbbe Peter Singer) o, semplicemente, si sono ritrovate depresse; ci sono bambini che non gradirebbero sapere di essere stati messi al mondo perché i loro genitori avevano voglia di amare un essere umano e non un beagle da caccia stile Snoopy. La soluzione, quindi, è quella di legalizzare la “gestazione per altri”, magari aggiungendoci “solidale” che fa chic, per evitare un traffico di bambini e donne. Questo ‘giochetto’ linguistico l’ho letto scritto su profili social di donne che di mestiere si occupano di gravidanza e parto (ostetriche, per esempio), di allattamento e nutrizione sana (consulenti per l’allattamento), di contatto e bisogni fisiologici di bambini (consulenti del ‘portare in fascia’) o di psicologhe dedite alla cosiddetta “disciplina dolce” (che tacciono sull’argomento, ma poi sostengono gruppi che manifestano l’autodeterminazione delle donne anche di vendere il loro corpo per prostituirsi): ovvio quindi che io mi sia agilmente sfilata da quel mondo – quello delle “donne per le donne”, della Nascita Dolce eccetera – che di fronte all’ “utero in affitto” non ha mai preso posizione netta a causa del fatto che farlo, dire ufficialmente che non si vendono i bambini a scopo di rendere felici gli adulti, significherebbe ammettere che i bambini non li si può neanche uccidere, quantunque la loro esistenza leda la felicità adulta, vorrebbe dire soprattutto, però, andar contro alle lobbies ‘dirittiste’ (quelle che spacciano i desideri per diritti), mentre invece bisogna andare dove tira il vento, dove va la maggioranza. Tale transumanza psichica verso le idee che più sono in voga, ha smosso in me la curiosità di sapere cosa avrebbe potuto dire un luminare della giustizia italiana, quale il giudice Borsellino. Ho conferito a lui, di cui rispetto infinitamente la memoria, la possibilità di motivare il perché una legalizzazione dell’“utero in affitto” non serva assolutamente ad alcuno, né alle donne, men che meno ai bambini (embrioni o neonati è uguale), né ad abbattere quel sentimento di Male che alberga nell’umano che non ricerca che un bene egoista, tentando di convincere la realtà che il bene individualista è un diritto sociale. Allora ho sostituito alcuni termini, in un discorso che il Giudice fece proprio per far comprendere che la legalizzazione degli stupefacenti non servirebbe per abbattere né la Mafia, né – tantomeno – la mentalità luciferina che umilia la potenziale tendenza verso il Bene che possiede l’uomo quando decide di non abbassarsi all’infimo. Questo è ciò che n’è venuto fuori.

«La legalizzazione dell’utero in affitto non può essere un mezzo per sconfiggere il commercio di bambini (gameti ed embrioni), intanto perché non bisogna stabilire un’equazione tra lobbies e traffico di bambini, perché le lobbies esistevano ancor prima del traffico di bambini e perché, se per miracolo, un giorno questo traffico scomparirà, le lobbies continueranno ad esistere perché l’essenza delle lobbies non è il traffico di bambini. Pensate che i primi trafficanti di bambini non furono le lobbies ma chi ha inventato la fecondazione extracorporea, perché avendo i canali per pubblicizzare l’uso della fecondazione extracorporea, li utilizzarono per importare qualcosa che rendeva molto di più ma prendeva molto meno spazio (i gameti) […] Fu tempo dopo che le lobbies, accortisi del business, cooptarono dentro di sé questa possibilità di traffico. Gli operatori sanitari che hanno scoperto e ideato la fecondazione extracorporea, non nascono servi delle lobbies, ma ne entrano a far parte in un secondo momento, quando le lobbies li coopta anche costringendoli, per impossessarsi di questo traffico. Oggi è vero che il business delle lobbies è il traffico di bambini, e qualcuno ha sostenuto che «Bhe, se eliminiamo il traffico illegale di bambini, e ne legalizziamo il consumo, abbiamo contemporaneamente levato dalle mani alle lobbies la possibilità di gestire anche il traffico di donne […]». Tuttavia non si riflette che la legalizzazione del consumo di bambini, non elimina affatto il mercato clandestino, anzi: avviene che le categorie deboli (donne e bambini) e meno protette, saranno le prime a essere investite dal mercato clandestino, perché qualsiasi forma di legalizzazione è sbagliata… io non riesco ad immaginare una donna che entra in una clinica per la maternità surrogata e si offre di vendere ovuli o utero per scelta perché una legislazione del genere in Italia, alla luce dei nostri principi costituzionali, non è possibile. È chiaro quindi che ci sarebbe questa fascia di donne e bambini che sarebbe investita dal residuo traffico clandestino. Resisterebbe poi un ulteriore traffico clandestino che è quello di gameti ed embrioni «perfetti», che lo Stato non potrebbe mai legalizzare in nome dell’uguaglianza dei cittadini sancita dalla Costituzione. Esistono farmaci che servono per stimolare la produzione di ovociti e che servono per sopprimere bambini imperfetti nel grembo matero, che sono sempre più pericolosi. Poi ci sarebbe un ulteriore parte del mercato clandestino, dovuto a tutti coloro che per qualsiasi ragione non vorranno ricorrere al mercato ufficiale: per non essere schedati, per non essere individuati, per ragioni sociali, e quindi resterebbe una residua fetta di mercato clandestino di gameti, embrioni e bambini, che diventerebbe estremamente più pericoloso perché diretto a coloro che per ragioni di età non possono entrare nel mercato ufficiale, quindi che sfrutta le categorie più deboli e più da proteggere, e verrebbe ad alimentare inoltre la vendita di farmaci più micidiali per la salute di donne e bambini, cioè quelli che non potrebbero essere venduti in farmacia […]. Conseguentemente io penso che sia da dilettanti di criminologia quello di pensare che liberalizzando il traffico di gameti, uteri ed embrioni (donne e bambini), sparirebbe del tutto il traffico clandestino, […] Inoltre, ammesso che questa liberalizzazione, che già produrrebbe danni enormi di altro genere, potesse levare le mani da questo artiglio dalle unghie delle lobbies, siccome le lobbies non sono e soltanto il traffico di farmaci o parti umane, riconvertirebbero la loro attività, anche pesantemente, ad altri settori. Prova ne sia che in realtà oggi, non che sia diminuito il traffico che riguarda ogni «ingrediente» che riguarda la macchina della fecondazione extracorporea, ma sono diminuiti i proventi poiché non si utilizzano più farmaci di prima scelta, perché i Paesi più poveri hanno imparato perfettamente a usare quelli che costano meno e hanno abbassato il costo della gestazione per altri. Infatti i bambini vengono importati già nati, da altri Paesi […]».

Direi che non ci sono altre parole da aggiungere.

Che sia “utero in affitto”, “gestazione per altri” solidale o meno, non si vendono i bambini, non si usano le donne. Non è una questione di giudicare le persone che sono sterili o infertili, è una questione di giustizia.

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09/05/2021
2609/2021
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