Chiesa

di Tommaso Ciccotti

Papa Francesco: aborto e eutanasia e l’abitudine a uccidere

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Papa Francesco riceve in udienza i partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia per la Vita. il pontefice snoda il suo discorso a partire dall’esperienza della pandemia:

La crisi pandemica ha fatto risuonare ancora più fortemente tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri. Non possiamo essere sordi a questo duplice grido, dobbiamo ascoltarlo bene!
A questo grido, il Papa aggiunge quello delle tante “vittime della cultura dello scarto”: “C’è lo scarto dei bambini che non vogliamo ricevere, con quella legge dell’aborto che li manda al mittente e li uccide direttamente. E oggi questo è diventato un modo ‘normale’, una abitudine che è bruttissima, è proprio un omicidio”, afferma, discostandosi dal discorso scritto. Quindi Francesco ripropone la “doppia domanda” già posta ai giornalisti sul volo di ritorno dalla Slovacchia: È giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema?

Dopo i bambini, ci sono gli anziani che, dice Papa Francesco, “sono un po’ materiale di scarto, perché non servono”. Invece “sono la saggezza, sono le radici di saggezza della nostra civiltà e questa civiltà li scarta”. Contro di loro si muove quella che il Papa definisce una “eutanasia nascosta”:
“Con questo - afferma - noi rinneghiamo la speranza: la speranza dei bimbi che ci portano la vita che ci fa andare avanti e la speranza che è nelle radici che ci danno gli anziani. Scartiamo ambedue. E poi, quello scarto di tutti i giorni, che è la vita scartata”. “Stiamo attenti a questa cultura”, ammonisce il Papa, ancora a braccio. “Non è un problema di una legge o dell’altra, è un problema dello scarto. E su questo punto “voi accademici, le università cattoliche e anche gli ospedali cattolici, non possiamo permetterci di andare. È una strada su cui noi non possiamo andare: la strada dello scarto”.
Guardando a questo scenario complesso, il Pontefice invita a “comprendere e assumere responsabilmente l’interconnessione tra i fenomeni”, in modo da osservare “come anche le condizioni di vita, che sono frutto di scelte di politiche, sociali e ambientali, producono un impatto sulla salute degli esseri umani”. Basta esaminare “la speranza di vita e di vita in salute” in diversi Paesi e gruppi sociali per scoprire “forti disuguaglianze” che dipendono da variabili come “il livello di retribuzione, il titolo di studio, il quartiere di residenza pur nella stessa città”.

Noi affermiamo che la vita e la salute sono valori ugualmente fondamentali per tutti, basati sull’inalienabile dignità della persona umana. Ma, se a questa affermazione non segue l’impegno adeguato per superare le diseguaglianze, noi di fatto accettiamo la dolorosa realtà che non tutte le vite sono uguali e la salute non è tutelata per tutti nello stesso modo.

E qui il Papa ripete la sua “inquietudine”, perché “ci sia sempre un sistema sanitario gratuito: non perdere i Paesi che l’hanno, per esempio l’Italia e altri, che hanno un bel sistema sanitario gratuito, non perderlo, perché al contrario si arriverebbe a che soltanto nella popolazione soltanto avranno diritto alla cura della salute soltanto coloro che possono pagarla, gli altri no”. E questa “è una sfida molto grande. Questo aiuta a superare le disuguaglianze”.
Il lavoro dell’Accademia della Vita è orientato in tal senso. Il Pontefice loda infatti questo impegno, come pure il contributo offerto alla Commissione Covid del Vaticano: “È bello vedere la cooperazione che si realizza all’interno della Curia Romana nella realizzazione di un progetto condiviso”. Tuttavia, ci sono altri passi da compiere.
“Certo, facciamo bene a prendere tutte le misure per arginare e sconfiggere il Covid-19 sul piano globale, ma questa congiuntura storica in cui veniamo minacciati da vicino nella nostra salute dovrebbe farci attenti a ciò che significa essere vulnerabili e vivere quotidianamente nella precarietà”, afferma Francesco. Potremo così renderci responsabili anche di quelle gravi condizioni in cui vivono altri e di cui finora ci siamo poco o per nulla interessati. Impareremo così a non proiettare le nostre priorità su popolazioni che abitano in altri continenti, dove altre necessità risultano più urgenti; dove, ad esempio, mancano non solo i vaccini, ma l’acqua potabile e il pane quotidiano.

Il Papa aggiunge ancora a braccio: “Fa non so se ridere o piangere, a volte piangere, quando sentiamo governanti o responsabili di comunità che consigliano agli abitanti delle baraccopoli di igienizzarsi parecchie volte al giorno con acqua e sapone … Ma, caro, tu non sei stato mai in una baraccopoli: lì non c’è l’acqua, non conoscono il sapone. ‘No, non uscire di casa!’: ma lì la casa è il quartiere tutto”, dice. “Per favore, prendiamoci cura di queste realtà, anche quando riflettiamo della salute”.
Ben venga, dunque, “l’impegno per un’equa e universale distribuzione dei vaccini”, ma tenendo conto del campo più vasto in cui si esigono “gli stessi criteri di giustizia, per i bisogni di salute e promozione della vita”. Sicuramente “non è un compito facile” esaminare le numerose e gravi questioni emerse in questi ultimi due anni, ammette il Papa; “l’inflazione di discorsi” suscitati dalla emergenza Covid ha portato ad una sorta d’insofferenza collettiva: “Quasi non vogliamo più sentirne parlare e abbiamo fretta di passare ad altri argomenti”. Eppure, dice il Papa, “è indispensabile riflettere con calma per esaminare in profondità quanto è accaduto e intravedere la strada verso un futuro migliore per tutti”.

“E da una crisi sappiamo che non si esce uguali: o usciremo migliori, o usciremo peggiori. Ma uguali, no. La scelta è nelle nostre mani”.
Francesco si sofferma poi sull’interdipendenza tra la “casa comune” e la famiglia umana: una connessione “profonda” che la crisi pandemica ha fatto emergere, laddove le società, soprattutto in Occidente, l’avevano dimenticata. “E le amare conseguenze sono sotto i nostri occhi”. In questo passaggio d’epoca è “urgente invertire tale tendenza nociva” ed è possibile farlo mediante “la sinergia tra diverse discipline”, afferma il Papa. Occorrono conoscenze di biologia e di igiene, di medicina e di epidemiologia, ma anche di economia e sociologia, antropologia ed ecologia. Si tratta, oltre che di comprendere i fenomeni, anche di individuare criteri di azione tecnologici, politici ed etici riguardo ai sistemi sanitari, alla famiglia, al lavoro, all’ambiente.

Nel campo della sanità tale impostazione è particolarmente importante: “Non basta che un problema sia grave perché si imponga all’attenzione e venga così affrontato: tanti problemi molto gravi sono ignorati per una mancanza di impegno adeguato”, afferma il Pontefice. Gli esempi sono tanti: malattie dall’“impatto devastante” come malaria e tubercolosi o la “precarietà delle condizioni igienico-sanitarie che procura nel mondo ogni anno milioni di morti evitabili”. “Se compariamo questa realtà con la preoccupazione che la pandemia di Covid-19 ha provocato, vediamo come la percezione della gravità del problema e la corrispondente mobilitazione di energie e di risorse sia molto diversa”, dice il pontefice. In tal senso, esorta a sostenere iniziative internazionali, come quelle recentemente promosse dal G20 volte a creare “una governance globale per la salute di tutti gli abitanti del pianeta”, tenendo conto del rischio che nuove pandemie continueranno a essere “una minaccia anche per il futuro”.

Per concludere un incoraggiamento alla Pontificia Accademia per la Vita ad essere “compagna di strada di altre organizzazioni internazionali”: “È importante partecipare a iniziative comuni e, nelle modalità adeguate, al dibattito pubblico”, sottolinea il Papa, ma questo richiede “che, senza ‘annacquare’ i contenuti, si cerchi di comunicarli con un linguaggio idoneo e argomentazioni comprensibili nell’attuale contesto sociale”, così che la proposta antropologica cristiana “possa aiutare anche gli uomini e le donne di oggi a riscoprire come primario il diritto alla vita dal concepimento al suo termine naturale”.
Nel suo saluto iniziale, monsignor Vincenzo Paglia, presidente dell’Accademia, ha ricordato la “lezione” appresa da questo “virus invisibile” che “ha messo in ginocchio tutti”: “Siamo tutti fragili, nessuno escluso, la famiglia umana e la stessa creazione. Insomma - ha detto, richiamando il tema della plenaria - la salute non può che essere pubblica e per tutti: o è globale o non è. Nessuno può salvarsi da solo. Sarebbe triste, anzi gravissimo, non comprenderlo”.

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28/09/2021
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