Società

di Raffaele Dicembrino

Ecce Italia, il Paese più vecchio in Europa

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Rome Business School, scuola parte del network Formación y Universidades creato nel 2003 da De Agostini e dal Gruppo Planeta, ha pubblicato lo studio: “I cambiamenti demografici. Analisi di un fattore determinante per la crescita economica sostenibile, la resilienza sociale e lo sviluppo tecnologico”. La ricerca, a cura di Valerio Mancini, Direttore del Centro di Ricerca della Rome Business School e Katerina Serada, Fondatrice del SDG Hub (Center for Sustainable Economies and Innovation), si sofferma sui cambiamenti demografici in Italia e nel mondo analizzando come questo importante fattore strutturale può determinare l’andamento della crescita economica, dell’innovazione e della transizione verso un’economia digitale, verde e resiliente.

Per studiare i cambiamenti demografici e il loro profondo impatto, la ricerca propone un’analisi degli ultimi trend globali e fa il punto sulle debolezze e critiche dell’Italia: i cervelli in fuga e l’essere il paese più anziano d’Europa.
Il malessere demografico italiano: la fuga dei cervelli, l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità
Si prevede che nel 2021 in Italia, per la prima volta, i nuovi nati scenderanno sotto la soglia dei 400mila, una cifra che avremmo raggiunto nel 2032, secondo l’ISTAT. Senza gli opportuni interventi, l’Italia perderà nei prossimi 45 anni circa 6,8 milioni di abitanti. Una cifra che equivarrebbe oggi ad una perdita del 11% circa della popolazione totale. Inoltre, si stima un aumento della popolazione in età avanzata entro il 2050 di circa 6 milioni, arrivando a rappresentare oltre un terzo della popolazione (dall’attuale 22,4%, rappresenterebbero tra il 33,8% e il 37,9% nel 2050).
Ad aggravare questa situazione, sono gli italiani che lasciano il Paese. Nel corso degli ultimi 10 anni quasi un milione di abitanti si sono “cancellati” dalle anagrafi comunali per espatrio all’estero, con un ritmo crescente nel tempo che ha visto superare le 100mila unità all’anno già a partire dal 2015. Nel 2020 sono stati 112.218 i nuovi iscritti all’anagrafe estera (dati AIRE). Si tratta di un flusso annuale notevole (2,1% della popolazione totale), ma che risulta in diminuzione, anche a causa della pandemia e dei primi effetti della Brexit, per la prima volta dopo molti anni.
Sono i giovani i primi a voler andar via, soprattutto per motivi legati alla crescita professionale. L’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne, un emigrato su cinque ha meno di 20 anni: una vera e propria “fuga di cervelli” se si considera che circa il 30% di questi possiede un titolo universitario. Questo fattore è molto negativo per il futuro e l’economia del paese, perché se le previsioni dell’ISTAT sono valide e tra il 2020 e il 2040 la popolazione italiana scenderà di circa 4 milioni, il Pil nazionale anch’esso scenderà del 6,9%. Se poi si prende in considerazione il fatto che a calare è soprattutto la popolazione in età attiva allora il calo del Pil arriverà addirittura al -18,6%. In termini effettivi rappresenta una perdita di investimenti attorno ai €25-30 miliardi annui.
A livello di Paesi di destinazione, i giovani italiani che vanno all’estero approdano soprattutto nei Paesi dell’UE (2,2 milioni). Il paese che accoglie il maggior numero di italiani è la Germania (38%), seguito dalla Gran Bretagna (14%), la Francia (13%), la Spagna (10%) e il Belgio (6%). In questi cinque Paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri di cittadini italiani. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Argentina, Stati Uniti, Australia e Canada.
In Italia, secondo il “Centro Studi e Ricerche IDOS”, gli italiani residenti nella penisola ammontano attualmente a 54 milioni 935mila nel 2020, con una riduzione di circa 240mila unità (-4,3 per mille) sull’anno precedente. Con la sola eccezione del Trentino-Alto Adige, tutte le regioni sono interessate da un processo di riduzione della popolazione di cittadinanza italiana. La questione colpisce particolarmente alcune aree demograficamente depresse o a più forte invecchiamento: la Basilicata (-11,3 per mille), il Molise (-10,4) e la Calabria (-9,1) nel Mezzogiorno, ma anche regioni nel Nord del Paese come la Liguria (-8,7).
Inoltre, secondo l’Eurostat, in Italia sono 2,8 le persone in età lavorativa (16-65) per ogni persona in età pensionistica. La Francia e la Spagna ne hanno 3,3 e 3,4. Anche se la quota di giovani fino a 14 anni di età, che oggi costituiscono il 13% della popolazione totale, resterà intorno al 12% nel 2065, quella degli individui in età attiva (15-64 anni) subirà, al contrario, un calo considerevole, pari a -9 punti percentuali (dal 64% a meno del 55%). Contestualmente, la popolazione di 65 anni e più vedrà crescere la sua consistenza di più di dieci punti percentuali (dall’attuale 23% ad oltre il 33%). Il vistoso calo atteso della parte economicamente vitale della popolazione, a vantaggio di quella ultrasessantacinquenne, fa emergere in tutta chiarezza il problema della sostenibilità di un sistema pensionistico nazionale.
Alla fuga dei cervelli e l’aumento della popolazione anziana, si somma il bassissimo tasso di natalità dell’Italia. Gli ultimi dati dell’ISTAT (2021) lanciano un allarme che deve far riflettere sul futuro equilibrio del nostro Paese dal punto di vista demografico, sociale ed economico. Sempre secondo l’ISTAT, nel 2021 c’è stata una straordinaria caduta della frequenza di nascite sotto la soglia simbolica delle mille unità giornaliere: la media è di 992 nati al giorno, a fronte dei 1.159 di gennaio 2020. Nel corso di 12 anni si è passati da un picco relativo di 577mila nati a 404mila (-30%). Il problema della natalità è presente ovunque: le nascite, che su scala nazionale risultano inferiori del 3,8% sul 2019, lo sono dell’11,2% in Molise, del 7,8% in Valle d’Aosta, del 6,9% in Sardegna. Tra le province, sono soltanto 11 (su 107) quelle in cui si rileva un incremento delle nascite: Verbano-Cusio Ossola, Imperia, Belluno, Gorizia, Trieste, Grosseto, Fermo, Caserta, Brindisi, Vibo Valentia e Sud Sardegna.
Altri dati rilevanti sono l’aumento dell’età media per avere figli (che nel 2019 toccava la cifra record di 32,1 anni) e il tasso di fecondità di 1,29 figli per donna (appena prima di Spagna e Malta). I dati evidenziano che oggi più che mai, e dopo l’esperienza della pandemia, la scelta di fare figli è soggetta alle possibilità di sostegno e sicurezza economica.

Tra il 1° gennaio 2020 e il 1° gennaio 2021, la popolazione dell’Ue è diminuita di 312 mila persone e si prevedono ulteriori riduzioni fino al 10%, in almeno 26 Paesi entro il 2050. Il calo più rilevante è stato osservato in Italia (-384 mila, corrispondenti allo -0.6 % della sua popolazione) seguita dalla Romania (-143 mila, -0.7%) e dalla Polonia (-118 mila, -0.3%). Oltre alla riduzione della popolazione, il continente è caratterizzato dall’incremento dell’età media dei cittadini: nel 2020 si è arrivati alla quota record di 44 anni (24 anni in più del continente africano).
Per quanto riguarda l’età mediana, la più alta nel 2020 tra gli stati membri è stata osservata in Italia (47 anni), Germania e Portogallo (entrambi 46) e si stima che entro il 2070 il 30,3% della popolazione europea dovrebbe avere almeno 65 anni (rispetto al 20,3% nel 2019). D’altra parte, la quota dei giovani (da 0 a 19 anni) nell’UE era del 20% nel 2020, una diminuzione del 3% rispetto al 2001.
Se si confronta il 1° gennaio 2020 con il 1° gennaio 2021, si rileva un aumento di 534 mila decessi nell’UE (+11 %), da 4,7 milioni a 5,2 milioni, che riflette l’impatto della pandemia da COVID-19. Il numero di decessi è aumentato in tutti gli Stati membri durante questo periodo, con i maggiori aumenti in Italia (111.7 mila, +18 %), Spagna (75.5 mila, +18 %) e Polonia (67.6 mila, +17 %).
Questo trend demografico negativo vede la forte diminuzione della popolazione in età lavorativa e la quota della popolazione europea calare rispetto a quella mondiale: nel 2070 rappresenterà poco meno del 4%.

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17/11/2021
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