Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Il 35.mo viaggio apostolico a Cipro e in Grecia è cominciato.

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Il volo con a bordo Papa Francesco è atterrato nello scalo di Larnaca, a Cipro, alle 13.57. Ad accoglierlo un bel sole e il sorriso di tanti che attendono parole di incoraggiamento e consolazione. I bambini hanno intonato cori gioiosi come “Francesco we love you”. Ai giornalisti che lo stanno accompagnando, durante il viaggio, il Papa ha rivolto parole di ringraziamento.

Al termine dell’accoglienza ufficiale all’aeroporto di Larnaca, Papa Francesco siè trasferito in auto nella capitale Nicosia dove, presso la cattedrale maronita di Nostra Signora delle Grazie, ha incontrato il clero e i movimenti ecclesiali di Cipro.

Due gli eventi in programma: l’abbraccio ai religiosi, religiose, diaconi, catechisti, associazioni e movimenti ecclesiali nella Cattedrale di Nicosia e poi l’incontro con le autorità nel Palazzo presidenziale.

Primo appuntamento del viaggio di Papa Francesco a Cipro con la comunità cattolica dell’isola. Parla alla comunità cattolica di Cipro, ma il messaggio è rivolto all’Europa intera, frammentata e segnata da una crisi di fede: “Per costruire un futuro degno dell’uomo occorre lavorare insieme, superare le divisioni, abbattere i muri e coltivare il sogno dell’unità”. Unità da coltivare anche nella Chiesa, luogo di “relazioni” e “convivenza delle diversità”. Francesco inizia il suo viaggio a Cipro e dedica il primo appuntamento nell’isola al confine tra Europa ed Asia a sacerdoti, religiosi, religiose, diaconi, catechisti, associazioni e movimenti ecclesiali. Un popolo orante e festante che accoglie Francesco nella Cattedrale maronita di Nostra Signora delle Grazie di Nicosia, sede dell’arcieparchia di Cipro, già visitata da Benedetto XVI nel viaggio del 2010.

Ad accoglierlo all’ingresso principale ci sono il patriarca maronita, il cardinale Béchara Boutros Raï, e l’arcivescovo Selim Jean Sfeir che gli porge l’acqua benedetta e la croce che il Pontefice si china a baciare. Tutti insieme si recano all’interno della Cattedrale, percorrendo uno di fianco all’altro, con il sottofondo del coro, il lungo tappeto rosso sul quale si riflette la luce dei lampadari in ottone e delle vetrate decorate con figure di santi. È una immagine di quella fraternità che il Pontefice invoca nel suo discorso.

“Abbiamo bisogno di una Chiesa fraterna che sia strumento di fraternità per il mondo”, dice. Un mondo frammentato che necessita quindi di segni forti, a partire proprio dalla Chiesa. E proprio dalla Chiesa di Cipro che “ha queste braccia aperte: accoglie, integra, accompagna”.

È un messaggio importante anche per la Chiesa in tutta Europa, segnata dalla crisi della fede: non serve essere impulsivi e aggressivi, nostalgici o lamentosi, ma è bene andare avanti leggendo i segni dei tempi e anche i segni della crisi. Occorre ricominciare ad annunciare il Vangelo con pazienza, soprattutto alle nuove generazioni.
Il Papa ricorda le “tante sensibilità spirituali ed ecclesiali” che caratterizzando il corpus della Chiesa cipriota: “Varie storie di provenienza, riti e tradizioni diverse”. “Una bella macedonia”, scherza. Ma non dobbiamo sentire la diversità come una minaccia all’identità, né dobbiamo ingelosirci e preoccuparci dei rispettivi spazi. Se cadiamo in questa tentazione cresce la paura, la paura genera diffidenza, la diffidenza sfocia nel sospetto e prima o poi porta alla guerra. Siamo fratelli, amati da un unico Padre.

Un mare di storie diverse, un mare che ha cullato tante civiltà, un mare dal quale ancora oggi sbarcano persone, popoli e culture da ogni parte del mondo… Abbiamo bisogno di accoglierci e integrarci, di camminare insieme, di essere sorelle e fratelli tutti!

Prima del Papa ci sono le testimonianze di due suore ad aprire questo primo appuntamento del pellegrinaggio papale: una giuseppina che ricorda quella notte del ‘74 con l’occupazione turca e una francescana che racconta il lavoro con i migranti “feriti nella dignità” e gli anziani. Dopo di loro il patriarca Bechara Räi pronuncia il suo saluto, ricordando la storia della Chiesa maronita nell’isola. La sua presenza offre lo spunto al Papa per esprimere il suo dolore per il Paese dei Cedri: “Quando penso al Libano – rivela - provo tanta preoccupazione per la crisi in cui versa e avverto la sofferenza di un popolo stanco e provato dalla violenza e dal dolore. Porto nella mia preghiera il desiderio di pace che sale dal cuore di quel Paese”.
Per la popolazione cipriota, Francesco porta invece il desiderio dell’apostolo Barnaba, “figlio di questo popolo”, di “vedere la grazia di Dio all’opera nella vostra Chiesa e nella vostra terra, rallegrarmi con voi per le meraviglie che il Signore opera ed esortarvi a perseverare sempre, senza stancarvi, senza mai scoraggiarvi”. In questo senso il Papa si dice grato per il servizio svolto da tanti cattolici, soprattutto l’opera educativa delle religiose nelle scuole. La gratitudine del Pontefice è anche per la Chiesa maronita e per quella latina, presente da millenni, che nel tempo ha visto crescere “l’entusiasmo della fede” e che oggi, grazie alla presenza di tanti migranti, “si presenta come un popolo ‘multicolore’, un vero e proprio luogo di incontro tra etnie e culture diverse”.

Questo volto di Chiesa rispecchia il ruolo di Cipro nel continente europeo: una terra dai campi dorati, un’isola accarezzata dalle onde del mare, ma soprattutto una storia che è intreccio di popoli e mosaico di incontri. Così è anche la Chiesa: cattolica, cioè universale, spazio aperto in cui tutti sono accolti e raggiunti dalla misericordia di Dio e dall’invito ad amare.

Questo non bisogna dimenticarlo, dice Francesco a braccio: “Nessuno di noi è stato chiamato qui per il proselitismo di un predicatore. Il proselitismo è sterile, non dà vita. Tutti noi siamo stati chiamati dalla misericordia di Dio, che non si stanca di chiamare, non si stanca di essere vicino, non si stanca di perdonare. Dove sono le radici della nostra vocazione cristiana? Nella misericordia di Dio. Non bisogna dimenticarlo mai. Il Signore non delude; la sua misericordia non delude”.
Da qui un appello vigoroso: “Quel rito, quell’altro rito… Uno la pensa in quel modo, quella suora l’ha vista in quel modo, quell’altra l’ha vista in quell’altro… La diversità di tutti e, in quella diversità, la ricchezza dell’unità. E chi fa l’unità? Lo Spirito Santo. E chi fa la diversità? Lo Spirito Santo. Chi può capire capisca. Lui è l’autore della diversità ed è l’autore dell’armonia”.
Ancora ricordando san Barnaba, Francesco domanda alla Chiesa di Cipro di esercitare, come lui inviato tra i pagani neoconvertiti, la virtù della “pazienza”. Soprattutto “la pazienza dell’accompagnamento” che “non schiaccia la fede fragile dei nuovi arrivati con atteggiamenti rigorosi, inflessibili, o con richieste troppo esigenti in merito all’osservanza dei precetti”.

Abbiamo bisogno di una Chiesa paziente. Di una Chiesa che non si lascia sconvolgere e turbare dai cambiamenti, ma accoglie serenamente la novità e discerne le situazioni alla luce del Vangelo. Il Papa si rivolge poi direttamente ai vescovi, esortandoli a non stancarsi mai di “cercare Dio nella preghiera”, i sacerdoti “nell’incontro” e “i fratelli di altre confessioni cristiane con rispetto e premura”. Ai preti domanda invece di non essere “mai giudici rigorosi” ma “sempre padri amorevoli”, prendendo come esempio il padre della parabola del figliol prodigo.

Proprio ricordando quella vicenda evangelica, Francesco racconta di un’opera pop vista qualche anno fa che metteva in scena la parabola, emblema della misericordia divina. In particolare, il Pontefice si è detto colpito dall’ultima scena in cui il figlio peccatore dialoga con un amico, dicendo di aver paura di tornare a casa perché il padre potrebbe sbattergli la porta in faccia: “Scrivigli al tuo papà e digli che hai voglia di tornare ma hai paura che non si ponga bene”, incita l’amico al figliol prodigo, come riporta il Papa. “Digli a papà che se vuole accoglierti bene, metta un fazzoletto sulla finestra più alta della casa. Così il tuo papà ti dirà prima se ti accoglierà bene o ti caccerà via”. Nell’ultimo atto, quando si inquadra la casa del papà, si vede la facciata piena di fazzoletti bianchi. “Questo è Dio per noi. Non si stanca di perdonare”, commenta Papa Francesco. E raccomanda ai preti: “Voi sacerdoti non siate rigoristi nella confessione, quando vedete qualche persona in difficoltà dite ‘ho capito, ho capito’. Non significa avere la manica larga, ma cuore di padre”.

Pazienza significa anche avere orecchie e cuore per diverse sensibilità spirituali, diversi modi di esprimere la fede, diverse culture. La Chiesa non vuole uniformare - per favore, no - ma integrare tutte le culture e le psicologie della gente con pazienza maternale. Perché la Chiesa è madre.
Infine, rammentando l’incontro tra Barnaba e Paolo, la loro fraterna amicizia, la loro instancabile missione di evangelizzazione anche in mezzo alle persecuzioni, Papa Francesco invoca “fraternità nella Chiesa”: Si può discutere sulle visioni, su punti di vista. E conviene farlo, può fare bene! E discutere su sensibilità e opinioni diverse. Quando c’è questa pace troppo rigorista non è di Dio. In una famiglia i fratelli discutono. Io sospetto di coloro che non discutono mai perché hanno agende nascoste. E in certi casi “dirsi le cose in faccia con franchezza aiuta, e non dirla come chiacchiericcio che non fa bene a nessuno”, sottolinea Papa Francesco, “è occasione di crescita e cambiamento”. Ma ricordiamo sempre: “Si discute non per farsi la guerra, non per imporsi, ma per esprimere e vivere la vitalità dello Spirito, che è amore e comunione. Si discute, ma si rimane fratelli”.

Quindi l’appuntamento con le autorità del Paese alle quali il Papa ribadisce che la via che “risana i conflitti e rigenera la bellezza della fraternità, è segnata da una parola: dialogo”

Messaggero di bellezza tra i continenti, “trampolino di lancio” per il cristianesimo in Europa, e porto che congiunge Oriente e Occidente, questa è Cipro, “Paese piccolo per la geografia, ma grande per la storia”, luogo dove Papa Francesco è venuto come un pellegrino per questo viaggio, ripercorrendo i passi dei primi missionari cristiani, i Santi Paolo, Barnaba e Marco. Cipro è “una perla di grande valore nel cuore del Mediterraneo”, ha detto alle autorità, la società civile e il corpo diplomatico, incontrati nella Sala delle cerimonie del palazzo presidenziale di Nicosia, e di una perla ricorda le circostanze uniche della sua formazione e del suo sviluppo.

Penso pure alla presenza di molti immigrati, percentualmente la più rilevante tra i Paesi dell’Unione Europea. Custodire la bellezza multicolore e poliedrica dell’insieme non è facile. Richiede, come nella formazione della perla, tempo e pazienza, domanda uno sguardo ampio che abbracci la varietà delle culture e si protenda al futuro con lungimiranza. È importante, in questo senso, tutelare e promuovere ogni componente della società, in modo speciale quelle statisticamente minoritarie.

Tra queste i cattolici, che sono poco più del 4% della popolazione. L’auspicio del Papa è che i loro enti possano ricevere “un opportuno riconoscimento istituzionale”, “perché il contributo che recano alla società attraverso le loro attività, in particolare educative e caritative, sia ben definito dal punto di vista legale”.
Una perla, poi, “porta alla luce la sua bellezza in circostanze difficili”. Alle volte basta un granello di sabbia per irritare l’ostrica, che come forma di protezione reagisce avvolgendo il corpo estraneo e poi trasformandolo in bellezza. In questo senso “la perla di Cipro è stata oscurata dalla pandemia, che ha impedito a tanti visitatori di accedervi e di vederne la bellezza, aggravando, come in altri luoghi, le conseguenze della crisi economica-finanziaria”. La necessaria ripresa, spiega il Papa, non deve essere segnata dalla foga di recuperare quanto perduto, ma con “l’impegno a promuovere il risanamento della società, in particolare attraverso una decisa lotta alla corruzione e alle piaghe che ledono la dignità della persona”, come ad esempio “il traffico di esseri umani”.

Una forza paziente e mite, quella del dialogo, come ci insegnano le Beatitudini nel Vangelo, “la bussola per orientare, a ogni latitudine, le rotte che i cristiani affrontano nel viaggio della vita”. Non è un caso, per il Papa, che il significato del nome Makarios, quello dell’arcivescovo primo presidente di Cipro, significa appunto “beato”. La forza dei gesti, invece di quella dei gesti di forza, “perché c’è un potere dei gesti che prepara la pace: non quello dei gesti di potere, delle minacce di ritorsione e delle dimostrazioni di potenza, ma quello dei gesti di distensione, dei concreti passi di dialogo”, come quello tra i capi religiosi promosso dall’ambasciata di Svezia nell’iniziativa Religious Track of the Cyprus Peace Prjocet, particolarmente apprezzato dal Papa, che aggiunge:

Penso, ad esempio, all’impegno a disporsi a un confronto sincero che metta al primo posto le esigenze della popolazione, a un coinvolgimento sempre più fattivo della comunità internazionale, alla salvaguardia del patrimonio religioso e culturale, alla restituzione di quanto in tal senso è particolarmente caro alla gente, come i luoghi o almeno le suppellettili sacre.

Un patrimonio, quello distrutto della Chiesa ortodossa, latina, armena e maronita che, ha ricordato anche il presidente Anastasiades, appartiene a tutta l’umanità e alla cultura mondiale.
Come un perla diventa tale “nella pazienza oscura di tessere sostanze nuove insieme all’agente che l’ha ferita”, così i tempi nei quali il dialogo non sembra propizio sono quelli che possono preparare la pace. In questi frangenti non si deve lasciar prevalere l’odio né a rinunciare alla cura delle ferite, ma pensare alle generazioni future, “che non desiderano ereditare un mondo pacificato, collaborativo, coeso, non abitato da rivalità perenni e inquinato da contese irrisolte”.

Ci sia di riferimento il Mediterraneo, ora purtroppo luogo di conflitti e di tragedie umanitarie; nella sua bellezza profonda è il mare nostrum, il mare di tutti i popoli che vi si affacciano per essere collegati, non divisi. Cipro, crocevia geografico, storico, culturale e religioso, ha questa posizione per attuare un’azione di pace. Sia un cantiere aperto di pace nel Mediterraneo.

Guardare alla storia di Cipro, ha sottolineato il Papa, vuol dire vedere come l’incontro e l’accoglienza abbiano portati frutti benefici a lungo termine, “non solo in riferimento alla storia del cristianesimo”, ma anche “per la costruzione di una società che ha trovato la propria ricchezza nell’integrazione”. Allo stesso modo Il continente europeo ha bisogno di riconciliazione e unità, ha bisogno di coraggio e di slancio per camminare in avanti. Perché non saranno i muri della paura e i veti dettati da interessi nazionalisti ad aiutarne il progresso, e neppure la sola ripresa economica potrà garantirne sicurezza e stabilità.

Solo con questo spirito di allargamento e questa capacità di guardare oltre, la perla ringiovanisce e ritrovare la lucentezza perduta.
Prima dell’incontro con le autorità, il Papa ha avuto un colloquio con il presidente della Repubblica di Cipro Nicos Anastasiades, nel Palazzo presidenziale. Quest’ultimo ha ringraziato Francesco per la sua presenza e per “la decisione dì visitare un piccolo Paese che ha avuto però un ruolo importante nella storia della cristianità”. Il Papa, in spagnolo, ha ringraziato il presidente per il calore ricevuto. “Il protocollo del calore – ha detto - è un protocollo da fratello, e questo arriva al cuore”.

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02/12/2021
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