Chiesa

di Giampaolo Centofanti

Riflessione sul cammino nella Chiesa

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Portati dal Gesù reale.

Nella Chiesa anche tra le guide non si è sempre attenti a crescere e a costruire nella fede, personalmente e comunitariamente. Non è raro che un sacerdote chieda per esempio ad una mamma di fare la catechista sebbene questa non stia coltivando la fede in una comunità in sequela di Gesù. Tanti gruppi parrocchiali vivono riunioni di preghiera, organizzano corsi, ma non un cammino di maturazione nei criteri della fede. Le situazioni non vanno schematizzate ma questi rischi non di rado si vivono perché è carente anche nei pastori una tale formazione. Poi nelle parrocchie le tensioni sono talora fortissime perché si vive una Babele del fare e non un cercare di lasciarsi portare da Gesù. Scoprendo che davvero il camminare nella fede aiuta ad amare in modo nuovo.

Questo mero fare non aiuta a penetrare nell’amore autentico di Gesù. Si fanno cose, persino si fa un coltivare la fede. Persino gli esercizi spirituali possono di fatto ridursi ad un funzionare della fede. Si è dunque meno attenti a tornare sempre più a Gesù, ai vangeli, ripartendo dalla Galilea, come lui stesso ci ha insegnato. E così si è meno attenti anche alla vita integrale della persona specifica, alla gradualità della sua crescita, ai suoi bisogni, alle sue ferite, ai suoi doni, speranze.

Vi è una strada semplice per rinnovare la vita propria, della Chiesa, del mondo, se si riceve e si trasmette, ci si scambia, questa grazia: mettersi alla sequela di Gesù come lui ci ha insegnato. Ossia tornando continuamente a meditare vissutamente, personalmente e comunitariamente, prima di tutto i vangeli. Non dando Gesù per scontato, non riducendo dunque la fede ad una morale astratta.

All’inizio della sua predicazione Gesù usa una parola, “metanoeite”, che è significativo osservare è stata tradotta talora molto moralisticamente con un “pentitevi”, poi in parte più spiritualmente con un “convertitevi” mentre non da molto tempo si comincia ad avvedersi da varie parti che tratta di “percepire oltre”, perché il regno dei cieli è vicino.

Nel capitolo 6 di Giovanni la folla domanda a Gesù cosa si debba fare per compiere le opere di Dio. Gesù risponde che l’opera di Dio, prima e più che degli uomini, è che si creda in, a, (significativo termine greco eis che indica queste sfumature) colui che egli ha mandato. Uscire dal moralismo, dalla scontatezza, del fare e lasciarsi portare sempre oltre dalla grazia.

Gli schemi chiudono, fanno prevalere i codici di apparato, la grazia mette in sempre nuova comunicazione con Dio, con sé stessi, con gli altri, col mondo. Una guida può leggere il vangelo senza intuire che vi è Gesù, Dio e uomo, da scoprire all’infinito nella sua vita concreta in Palestina, in mezzo agli altri, in quella storia. E già tutto può in varia misura divenire un fare, dunque uno pseudo tecnicizzare.

Di conseguenza anche un giudicare. Un formatore dice al fedele cosa deve fare, lo psicologo spiega come funzionare. Non si aiutano le persone, ognuna, anche un ateo, sul suo personale cammino, a cercare di ascoltare la luce serena che illumina a misura il suo cuore, la sua coscienza spirituale e psicofisica. La luce, per noi cristiani, dell’amore meraviglioso di Dio. Quella sola che sa come aprire con delicatezza ogni cuore. Facendo rinascere tutto l’uomo.

Ecco allora che si orientano le persone, sulla via della loro autentica maturazione, anche nel solo in questo percorso autentico scambio. Altrimenti, senza crescita autentica, anche lo scambio è un mero fare. Magari nel tentativo di attenuare tanti schematismi pseudo identitari se ne creano di nuovi nell’omologazione del mero incontrarsi.

Gesù cresce in Dio, in mezzo ai confratelli nella fede, nella storia. Nei vangeli vediamo lui stesso leggere le Scritture cogliendone il senso profondo e complessivo. Per esempio quando mostra ai sadducei che nella Torà (= Pentateuco, ossia cinque libri), i primi cinque libri della Bibbia, si parla di fatto di risurrezione anche se non è usato tale termine esplicitamente. Al tempo stesso questo discernimento del senso gli fa prendere sul serio, senza cambiarle, le parole delle Scritture, come nel salmo 110 dove Davide canta del Signore che comunica al suo Signore. Profetizzando un Dio uno ma non mono.

Mette in guardia da una tendenza a leggere la Parola di Dio con mentalità terrene finendo in una religione terrena. Per questo a chi gli pone domande sulla legge risponde citando la legge e i profeti. Il continuo, vivo, percepire sempre oltre della fede.

Quante domande possono sorgere anche oggi, nella grazia, meditando i vangeli. Ne cito solo alcune.

Gesù non ha parlato di fede e ragione ma di crescita integrale di ciascuno nello Spirito che scende a misura, come una colomba e nella grazia che viene dagli altri, nella storia; non ha ordinato donne; ma le ha molto coinvolte; e ha coinvolto in mille modi tanti laici; ha dato la comunione, si direbbe, a Giuda e ai fuggiaschi non ancora esplicitamente pentiti e assolti discepoli di Emmaus; ha accompagnato in modo personale e graduale, ben al di là degli schemi, la samaritana; ha guarito e rimandato a casa o in sinagoga, al proprio graduale cammino, certe persone; ha mangiato, condiviso la vita, accompagnato nel loro libero e graduale percorso per esempio pubblicani e peccatori; ha affermato di essere inviato alle pecore perdute della casa d’Israele, a misura per loro. E da risorto è apparso sotto altro aspetto, a misura. Dunque la sua realtà essenziale si può forse comunicare in modo diverso a misura delle situazioni…

Tornare continuamente ai vangeli, alla vita concreta di Gesù e non fermandosi superficialmente nemmeno ad un “suo” mero fare ma cercando vissutamente di coglierne il senso, proprio in una più profonda attenzione alla sua storia complessiva. Gesù non ha ordinato donne e questo mi pare vero anche oggi; Gesù ha consacrato il pane e il vino ma forse in Oriente consacrerebbe il riso. Ha detto infatti nella sua vita terrena di essere stato inviato solo alle pecore perdute della casa d’Israele e da risorto è apparso talora sotto altri aspetti.

Si può notare persino nei vangeli la tendenza anche degli apostoli a comprendere la parola secondo la propria mentalità. È il vissuto dialogo con Gesù che li libera dalle interpretazioni che essi possono quasi inconsapevolmente sovrapporre al messaggio di Cristo. Gli apostoli tendono in varia misura al moralismo, all’essere degni o meno, Gesù parla di fede, di amore, di comprensione, di attenzione e vicinanza a tutta la specifica persona, ai suoi bisogni, di perdono senza condizioni.

La vissuta ricerca della grazia, del senso, aiuta in tante direzioni. Nel vangelo di Giovanni Gesù parla un linguaggio che può apparire diverso. Ciò può attribuirsi a molte cose. Come una lettura interiorizzata della sua testimonianza, magari grazie agli incontri con lui risorto, o come un per certi aspetti più maturo e attento ricordo. Proprio una crescita nella fede. Il punto è porre attenzione alle parole, non scavalcarle, attendere casomai il loro rivelarsi ma anche tenere presente che si tratta di espressioni degli evangelisti. Certo riferite a lui, alla sua vita, opera, predicazione, non di rado riportata in modo letterale (ipsissima verba = parole “stessissime” di Gesù) e comunque tali da condurre nello Spirito sostanzialmente a lui, alla sua reale storia, però anche con attenzione alla mediazione di chi le scrive.

Lasciarsi portare sempre più dal vero Gesù, non dal nostro, significa lasciarsi portare sempre più anche a noi stessi, agli altri, al mondo, in uno scambio reciproco nella grazia, non riducendo i rapporti a mero fare, concettualizzare. La Parola, dice in modo rivoluzionario Gesù, è un seme di grazia non un concetto da capire col cervello e mettere in pratica con le proprie inesistenti forze. Affidarsi a Gesù, alla sua Parola, ai sacramenti, alle altre fonti della grazia (comunità di crescita, preghiera, padre spirituale, ricerca della volontà di Dio…), alla sua opera. Egli stesso come uomo si è affidato alle Scritture, ai profeti (nella Trasfigurazione parla con Mosè ed Elia), ai sacramenti, pure da lui portati a pienezza.

Talora se si domanda ad un prete cosa vorrebbe fare egli risponde che non ha progetti suoi. Ecco il rischio del moralismo del mero fare. Dio non avrà fatto maturare dei doni, delle strade, nel suo cammino? Possibile che il cammino di un prete debba essere meccanicamente questo? Una cosa è pretendere di vivere quello che si vuole, un’altra è non vedere maturare in sé aspirazioni o reprimerle, non ascoltarle, certo nella fede, nella disponibilità al volere di Dio.

Gli estremi dove non si cerca sempre più Gesù sono sempre due. Gesù è Dio e uomo. Ecco il trasmettere regole senza attenzione, vicinanza, alla persona specifica, al suo umano percorso, ai suoi bisogni. Oppure il vivere una vicinanza pragmatica, non nella luce, a misura, della fede.

Forse non a caso Maria a Fatima ha detto che alla fine il suo cuore immacolato trionferà. Maria non ha detto che il Signore ha guardato alla sua umiltà. Non si dà dell’umile da sola. Ha detto che Dio ha guardato alla sua piccolina. E Gesù ha imparato da lei: imparate da me che sono docile e piccolino di cuore. Portato dalla grazia.

Forse il percorso in un’epoca tanto difficile è proprio mettersi sempre più, con Maria, alla sequela di Gesù, non dandolo in nulla per scontato, discernendo ogni cosa sempre più in lui, tornando a lui, ai vangeli, ognuno con i tempi per lui di Dio. Il mero fare, lo pseudo tecnicismo a tutto campo, stanno distruggendo il mondo. Forse il cammino complessivo della Chiesa nella storia, le oscillazioni tra estremi, il bisogno di risposte vitali, condurranno gradualmente in modo sempre più diffuso ad un sempre nuovo tornare, con Maria, a Gesù, cercando in lui, nei vangeli, negli episodi concreti della sua vita le risposte, dei criteri, per le questioni concrete, nella fede.

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30/12/2021
2805/2022
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