Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Papa Francesco: l’umanità è campione di guerra

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E’ con il pensiero riconoscente a Papa Benedetto XV, fondatore della Congregazione per le Chiese Orientali e del Pontificio Istituto Orientale, che Francesco si rivolge ai partecipanti alla Sessione Plenaria della Congregazione per le Chiese Orientali, ricevuti in Sala Clementina, dopo le parole di saluto del cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione. A cento anni dalla morte, il Papa ricorda quanto Benedetto XV aveva affermato nell’enciclica Dei Providentis e cioè che “nella Chiesa di Gesù Cristo, la quale non è né latina, né greca, né slava, ma cattolica non esiste alcuna discriminazione tra i suoi figli e che tutti, latini, greci, slavi e di altre nazionalità hanno la medesima importanza”. E ricorda la denuncia che egli aveva fatto “sull’inciviltà della guerra quale ‘inutile strage’”.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Ringrazio il Cardinale Sandri per le parole di saluto e di introduzione; e ringrazio ciascuno di voi per la presenza, specialmente chi viene da lontano.

Questa mattina avete pregato dinanzi alla Confessione dell’Apostolo Pietro, rinnovando insieme la professione di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Lo stesso gesto che abbiamo compiuto prima della Messa di inizio del pontificato, per manifestare, come diceva il Papa Benedetto XV, che «nella Chiesa di Gesù Cristo, la quale non è né latina, né greca, né slava, ma cattolica non esiste alcuna discriminazione tra i suoi figli e che tutti, latini, greci, slavi e di altre nazionalità hanno la medesima importanza» (Enc. Dei Providentis, 1 maggio 1917). Proprio a lui, che è il fondatore della Congregazione per le Chiese Orientali e del Pontificio Istituto Orientale, va la nostra memoria riconoscente, a cento anni dalla sua morte. Egli denunciò l’inciviltà della guerra quale “inutile strage”. Il suo monito rimase inascoltato dai Capi delle Nazioni impegnate nel primo conflitto mondiale. Come inascoltato è stato l’appello di San Giovanni Paolo II per scongiurare il conflitto in Iraq.

Come in questo momento, in cui ci sono tante guerre dappertutto, questo appello sia dei Papi sia degli uomini e donne di buona volontà è inascoltato. Sembra che il premio più grande per la pace si dovrebbe dare alle guerre: una contraddizione! Siamo attaccati alle guerre, e questo è tragico. L’umanità, che si vanta di andare avanti nella scienza, nel pensiero, in tante cose belle, va indietro nel tessere la pace. È campione nel fare la guerra. E questo ci fa vergognare tutti. Dobbiamo pregare e chiedere perdono per questo atteggiamento.

Abbiamo sperato che non ci sarebbe stato bisogno di ripetere parole simili nel terzo millennio; eppure l’umanità sembra ancora brancolare nelle tenebre: abbiamo assistito alle stragi dei conflitti in Medio Oriente, in Siria e Iraq; a quelle nella regione etiopica del Tigrai; e venti minacciosi soffiano ancora nelle steppe dell’Europa Orientale, accendendo le micce e i fuochi delle armi e lasciando gelidi i cuori dei poveri e degli innocenti, questi non contano. E intanto continua il dramma del Libano, che ormai lascia tante persone senza pane; giovani e adulti hanno perso la speranza e lasciano quelle terre. Eppure esse sono la madre-patria delle Chiese Cattoliche Orientali: là si sono sviluppate custodendo tradizioni millenarie, e molti di voi, Membri del Dicastero, ne siete i figli e gli eredi.

Il vostro quotidiano è dunque come un impasto della polvere preziosa dell’oro del vostro passato e della testimonianza di fede eroica di molti nel presente, insieme però al fango delle miserie di cui siamo anche responsabili e del dolore che vi viene provocato da forze esterne. O ancora siete semi posti sugli steli e sui rami delle piante secolari, trasportati dal vento fino ad impensabili confini: i cattolici orientali ormai da decenni abitano continenti lontani, hanno solcato mari e oceani e attraversato pianure. Sono già costituite eparchie in Canada, negli Stati Uniti, in America Latina, in Europa, in Oceania, e molti altri sono affidati almeno per il momento ai Vescovi latini che coordinano l’azione pastorale attraverso i sacerdoti inviati secondo le corrette procedure dai rispettivi Capi di Chiesa, Patriarchi, Arcivescovi Maggiori o Metropoliti sui iuris.

Per questo i vostri lavori hanno trattato dell’evangelizzazione, che costituisce l’identità della Chiesa in ogni sua parte, anzi, la vocazione di ogni battezzato. E per la missione dobbiamo porci maggiormente in ascolto della ricchezza delle diverse tradizioni. Penso ad esempio all’itinerario del catecumenato degli adulti, che prevede la celebrazione dei Sacramenti dell’iniziazione cristiana in forma unitaria: una consuetudine che nelle Chiese Orientali è custodita e praticata anche per i fanciulli. In entrambi i percorsi si intuisce l’importanza di una sapiente catechesi mistagogica, che accompagni i battezzati di ogni età a una matura e gioiosa appartenenza alla comunità cristiana. Nella Chiesa latina ci manca questa catechesi mistagogica. Su questa strada sono preziose le diverse ministerialità nella Chiesa, come pure l’armonia nei rapporti con i religiosi e le religiose che operano secondo il carisma proprio anche nei vostri contesti. Su tutti questi aspetti vi siete soffermati in questi giorni.

C’è un’esperienza in cui la “creta” della nostra umanità si lascia plasmare, non dalle opinioni mutevoli o dalle pur necessarie analisi sociologiche, ma dalla Parola e dallo Spirito del Risorto. Questa esperienza è la liturgia. E questo ci fa pensare anche al cammino sinodale, anzi, al percorso sinodale. Il percorso sinodale non è un parlamento, non è un dirci le opinioni diverse e poi fare una sintesi o una votazione, no. Il percorso sinodale è camminare insieme sotto la guida dello Spirito Santo, e voi, nelle vostre Chiese, avete dei Sinodi, antiche tradizioni sinodali, e siete testimoni di questo. C’è lo Spirito, nella sinodalità, e quando non c’è lo Spirito c’è soltanto un parlamento o un sondaggio d’opinione, ma non il Sinodo. Questa esperienza – dicevo – è il cielo sulla terra, e questo si dà nella liturgia, come soprattutto l’Oriente ama ripetere. Ma la bellezza dei riti orientali è ben lungi dal costituire un’oasi di evasione o di conservazione. L’assemblea liturgica si riconosce tale non perché si convoca da sé stessa, ma perché ascolta la voce di un Altro, restando rivolta a Lui, e proprio per questo sente l’urgenza di andare verso il fratello e la sorella portando l’annuncio di Cristo. Anche quelle tradizioni che custodiscono l’uso dell’iconostasi, con la porta regale, oppure il velo che nasconde il santuario in alcuni momenti del rito, ci insegnano che tali elementi architettonici o rituali non trasmettono l’idea della distanza di Dio, ma al contrario esaltano il mistero di condiscendenza – di syncatabasi – nel quale il Verbo è venuto e viene nel mondo.

Il Convegno Liturgico per i 25 anni dell’Istruzione sull’applicazione delle prescrizioni liturgiche del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali è un’opportunità per conoscersi all’interno delle commissioni liturgiche delle diverse Chiese sui iuris; è un invito a camminare insieme al Dicastero e ai suoi Consultori, secondo la via indicata dal Concilio Ecumenico Vaticano II. In tale cammino fa molto bene che ciascuna componente dell’unica e sinfonica Chiesa Cattolica si mantenga sempre in ascolto delle altre tradizioni, dei loro itinerari di ricerca e di riforma, custodendo però ciascuna la propria originalità. La fedeltà alla propria originalità è ciò che fa la ricchezza sinfonica delle Chiese orientali. Ci si può interrogare, per esempio, sulla possibile introduzione di edizioni della liturgia nelle lingue dei Paesi ove i propri fedeli si sono diffusi, ma sulla forma della celebrazione è necessario che si viva l’unità secondo quanto è stabilito dai Sinodi e approvato dalla Sede Apostolica, evitando particolarismi liturgici che, in realtà, manifestano divisioni di altro genere in seno alle rispettive Chiese. Inoltre, non dimentichiamo che i fratelli delle Chiese Ortodosse e Ortodosse Orientali ci guardano: anche se non possiamo sederci alla stessa mensa eucaristica, tuttavia quasi sempre celebriamo e preghiamo i medesimi testi liturgici. Stiamo attenti, pertanto, a sperimentazioni che possono nuocere al cammino verso l’unità visibile di tutti i discepoli di Cristo. Il mondo ha bisogno della testimonianza della comunione: se diamo scandalo con le dispute liturgiche – e purtroppo recentemente ce ne sono state alcune –, facciamo il gioco di colui che è maestro della divisione.

Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro lavoro di questi giorni. Vi sono sempre vicino nella preghiera. Portate ai vostri fedeli il mio incoraggiamento e la mia benedizione. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.

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19/02/2022
2711/2022
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