Politica

di Alexander Vaskries

La crisi Ucraina

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Le ultime notizie che giungono dal fronte Ucraina, secondo l’interpretazione del mainstream occidentale non fanno presagire nulla di buono. Gli Stati Uniti e alleati occidentali non ultima anche l’Unione Europea e la NATO, spargono allarmismo sostenendo che la Russia stia per attaccare verso occidente. Lo fanno mediante le dichiarazioni quotidiane di alte cariche istituzionali, così come sui giornali. La provocazione continua esplicitata in dichiarazioni al limite del grottesco, alimentano una propaganda disperata e ripiegata sulla necessità di passare inevitabilmente al conflitto armato. Questo processo è un fenomeno fisiologico dovuto a numerosi fattori, primo su tutti l’interesse USA a mantenere saldo il controllo sull’Europa, cosa che non sempre riesce facilmente. Gli ingenti carichi di armi spediti dall’America e da alcuni paesi occidentali all’Ucraina, non fanno altro che destabilizzare un equilibrio precario e delicato. E non solo, basta pensare ai cospicui finanziamenti governativi e alle innumerevoli attività caritative e umanitarie delle ONG occidentali che con la scusa degli aiuti, da anni sostengono la creazione di una mentalità tipicamente occidentale.

Nell’incontro on line con gli ambasciatori dell’Unione Europea accreditati presso la Santa Sede, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, padre e capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, ha sottolineato come “l’Ucraina non sia “solo” sotto la minaccia di una escalation militare con la Russia, ma è anche sotto la minaccia della disinformazione. L’Ucraina ha prima di tutto bisogno di solidarietà; tra la gente c’è un forte senso di unità, anche tra le religioni. Questa escalation non coglie di sorpresa la popolazione ucraina, che da otto anni sperimenta una situazione di conflitto e che negli ultimi sei anni ha dovuto ricevere e integrare nella società due milioni di sfollati che vengono dall’Ucraina dell’Est e la Crimea”. Altrettanto significativo è l’apprezzamento di sua Beatitudine, sul recente intervento della Conferenza Episcopale Polacca sull’Ucraina; e il pronunciamento del metropolita Hilarion, direttore del Dipartimento delle Relazioni Esterne del Patriarcato di Mosca, che ha affermato: “la guerra non è un mezzo per risolvere i conflitti”. Un quadro completamente ignorato e calpestato dalla narrativa corrente, che cerca in tutti i modi di portare avanti l’agenda dei potenti, piuttosto che raccontare obiettivamente la Verità e raggiungere la concordia e la pace.

E’ lecito chiedersi come mai i quotidiani e i telegiornali che oggi raccontano i diversi possibili scenari di guerra in Donbass e in Ucraina, sono gli stessi che per tanti anni hanno ignorato il fatto che in quella regione il conflitto non si sia mai fermato. Non c’è mai stata una vera e propria tregua. Quella del Donbass è una guerra silenziosa, dove in pochi si sono preoccupati delle tantissime bombe esplose, delle migliaia di vite spezzate e delle ingiustizie accadute. Analizziamo quali sono i motivi storici che hanno portato in questi ultimi giorni a tenere lo sguardo puntato sul conflitto in Ucraina, (con conseguenze imprevedibili):

L’Ucraina -racconta Gianfranco Franchi-, “ha una storia dolorosa, fatta di sanguinosi conflitti tra i polacchi e i russi, ostinati tiranni d’un popolo che ha faticosamente conquistato l’ indipendenza . Le fazioni in causa, allo sguardo di un europeo mediterraneo, sono una filo-occidentale (nessuno dimentica gli “arancioni), l’altra filo-russa. Probabilmente la questione non è così semplice: non è solo opposizione tra liberali e socialisti nostalgici. L’impressione è che il dramma ucraino sia quello classico delle terre di frontiera, composte da diverse etnie: quella delle terre massacrate dal periodico cambio di bandiera. Il problema è la definizione e la consapevolezza della propria identità”.

Quale è la radice filo-europea dell’Ucraina? Partiamo da Leopoli, l’antica capitale della Galizia absburgica, che era parte del più vasto Principato di Galizia-Volinia e più tardi possedimento in mano alla corona dell’Austria-Ungheria col nome di Regno di Galizia e Lodomeria , che si può individuare nei pressi dell’odierna demarcazione tra Polonia e Ucraina . La Galizia vantava forse la popolazione etnicamente più diversificata di tutti i paesi della monarchia austriaca, composta principalmente da polacchi e “ruteni”. Tra le minoranze, si potevano annoverare ucraini , russi , ebrei, tedeschi , lituani , armeni , cechi , slovacchi , ungheresi , gitani e altri ancora. Dunque, in questo variegato quadro storico, culturale e religioso, i secoli hanno plasmato una terra dalle mille esigenze e rivendicazioni. Una terra di tutti e di nessuno. Una terra da reclamare ma allo stesso tempo da abitare. Una terra dove c’è spazio per tutti, senza condizionamenti ideologici. “Mi attendevo questo -continua Gianfranco Franchi-, da un giovane ucraino della mia generazione, negli anni Duemila: la negazione del decrepito, marcio e fatiscente realismo ideologico sovietico; la fantasia lasciata libera di galoppare, a briglie sciolte; l’emersione dell’incubo inconscio d’un nuovo rovesciamento della realtà; la ricerca d’una definizione di ciò che è reale, la battaglia per decifrare le tante voci che pretendono d’essere patria. E che vorrebbero imporre confini e leggi, lingua e cultura. Confido che i giovani intellettuali ucraini, future guide della Nazione, ritrovino quella radice mitteleuropea che li accomuna a parte delle popolazioni oggi genericamente considerate italiane; parlo dell’esemplare lezione di tolleranza, convivenza e amministrazione absburgica”. Tornando “in quella direzione il cuore della nuova Europa è mitteleuropeo, quel che è andato distrutto dopo l’abiura della dottrina Monroe (così) potrà tornare a vivere. Ogni etnia potrà e dovrà tornare a rivendicare autonomia e indipendenza, domandando di confederarsi soltanto a determinate condizioni; il nuovo concerto europeo deve restituire lo Stato ai cittadini, in una struttura estranea al centralismo. Allora sarà possibile tornare a descrivere quel che è reale e quel che è vero: quando forgeremo un’identità almeno vicina alla nostra essenza, e alla nostra fame di libertà, giustizia, democrazia autentica e non nominale”.

Se da un lato l’area di influenza culturale che si estende verso la Russia ha prodotto questo legame oserei dire ancestrale; altrettanto la “terra di confine” dove tutto si incontra e si fonde, potrebbe diventare il collante che unisce nella diversità i due continenti (Europa - Russia); che nel tempo si sono nutriti della stessa anima e che i reclami ideologici e geopolitici hanno diviso in un limite che oggi, con quello che accade, sembra invalicabile. Tutto ciò è incompatibile con le pretese Americane che si presentano come uno spaccato dell’Occidente arrogante e presuntuoso, che vuole inglobare sotto il suo dominio una storia millenaria per trasformarla artificiosamente in uno strumento quasi coloniale per sfruttare quei territori e vincere finalmente la lotta nel controllo della leadership mondiale. Dobbiamo dirlo con chiarezza, oggi gli USA rappresentano un occidente altro rispetto alla cultura europea; e l’Europa almeno concettualmente non è l’occidente pensato e voluto dagli americani.

Quale è la radice filo-Russa dell’Ucraina? Per capire la questione, bisogna andare un pò indietro nel tempo ed avere ben presente che le frontiere dell’attuale Ucraina furono stabilite tenendo conto della sua appartenenza all’Unione sovietica: come nella Federazione jugoslava di Tito – e, negli Anni Novanta, ne misurammo le tragiche conseguenze -, così nell’Urss i confini interni erano tracciati avendo cura d’evitare che una singola Repubblica costituisse un blocco unitario etnico, linguistico, religioso e distribuendo ovunque possibile presenze di garanzia russe – o serbe, in Jugoslavia -. Nell’Ucraina divenuta indipendente dopo il dissolvimento dell’Urss, vi erano e tuttora vi sono territori dove i russi sono maggioritari: la Crimea è stata riannessa alla Russia nel 2014 con un referendum di cui l’Occidente contesta la legittimità; e il Donbass, dove sempre dal 2014 si è proclamato Repubblica Popolare. Di contro, nei suoi trent’anni di storia, il pendolo della politica interna ucraina ha subito forti oscillazioni: l’Ucraina ha eletto per due volte presidenti filo-russi e per due volte li ha cacciati con sommosse più o meno spontanee. Di conseguenza da una parte la Russia vuole garanzie per i russi d’Ucraina: si potrebbe pensare a forme d’autonomia o alla trasformazione dello Stato ucraino in una Federazione o in una Confederazione – una revisione degli Accordi di Minsk potrebbe soddisfare questa esigenza, a patto di rispettarla -; dall’altra, Mosca non vuole la Nato ai propri confini e chiede a gran voce una sorta di cuscinetto tra sé e l’Alleanza, attualmente rappresentato in Europa dalla Bielorussia e soprattutto dall’Ucraina: di qui, l’ipotesi d’una ‘finlandizzazione’ dell’Ucraina di cui hanno parlato nei loro colloqui Putin ed emissari europei. In questo contesto, le tensioni in Donbass, da una questione regionale, almeno in queste ultime settimane si è trasformata in ultimatum internazionali, che a dire dei media occidentali stanno portando allo scoppio di una guerra mondiale. L’incognita di un conflitto armato spaventa. È comprensibile. Cosa ne pensa la gente che da anni convive con la guerra? Da Donetsk, uno dei possibili epicentri di questo conflitto mediatico tra superpotenze (da dove in queste ore si sono riaccesi gli scontri a suon di bombe); a qualcuno la situazione potrebbe sembrare paradossale: gli unici preparativi che si vedono in città sono quelli in vista delle festività. Di guerra si parla poco, - anche se tanta gente lascia le case per trovare riparo nella vicina regione russa-; per il semplice fatto che ormai è considerata parte della routine, un drammatico e lungo tunnel dove non sembra esserci un’uscita. Quanti rilasciano interviste ripetono sempre la stessa cosa: “lasciamo qui le nostre cose, torneremo presto”. Ma ormai nessuno nutre più speranza negli accordi di Minsk siglati nel 2015, ritenuti dal resto mondo l’unica pista percorribile per giungere alla pace. In questo tragico contesto, il Donbass, una volta considerato “il cuore della Russia”, la patria di Stakhanov e poi il motore dell’Ucraina, anche oggi, nonostante la minaccia di un nuovo grande conflitto, tra infinite difficoltà, continua a produrre e a costruire il futuro. Infatti è presente nel territorio: l’Acciaieria di Donetsk (ДМЗ), inaugurata nel 1872 ed altri importanti industrie manifatturiere. La posa della prima pietra di questo impianto coincide con la fondazione della città, inizialmente nota come Yusovka (impero russo) e poi Stalino (Unione Sovietica), per poi divenire Donetsk. L’Ucraina terra di confine e di infinite sfumature, potrebbe in un contesto non ideologico ma storico e culturale ridiventare lo strumento di unità tra i due continenti (Russia ed Europa) per così favorire la stabilità e la pace nel mondo. E’ questo quello che teme di più l’America: in una ipotetica unità tra Russia ed Europa, rimarrebbe una potenza minore, senza più capacità di incidere nelle questioni più importanti che riguardano la vita del mondo.

Ricorrendo alla fede cristiana che nel corso dei secoli è stata il collante di popoli e nazioni -in questo contesto di spirali di guerra-, è possibile fare alcune considerazioni. Anche il Cristianesimo -latino (cattolico) e l’Ortodossia separata da Roma e quella in comunione con il Successore dell’Apostolo Pietro-; può dare un contributo alla costruzione della pace, intesa non solo come assenza di guerra, ma propriamente come cultura su cui crescere e prosperare. Oggi appare in tutta la sua fragilità la retorica di un Cristianesimo storico, messo da parte dal nuovo che avanza in Europa. Tutto ciò e racchiuso nelle parole di Papa Francesco nel discorso tenuto il 25 Novembre del 2014 al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa: “un’Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello “spirito umanistico” che pure ama e difende”. Dunque, legare la fede alle nazioni oppure ad un generico concetto di occidente e farne una bandiera su cui fondare le ideologie nazionaliste e occidentali, è una strada che porta ad una infinità di problemi.

Teorizzare la fede e legarla al potere politico, ormai appare poco profetico. Questa prospettiva non ha possibilità di incidere come chiede Gesù nel Vangelo. E’ vero, la cultura che oggi si respira in occidente trae la sua origine dal Cristianesimo. Senza questa radice fondante e fondamentale l’Europa avrebbe un altro aspetto. Ciò è visibile a tutti: i continui attacchi al Cristianesimo accompagnati da picconate mortali a quanto richiama il Vangelo, distrugge il tessuto su cui poggia l’identità occidentale ed europea. Non regge più la narrativa e la richiesta a Dio di proteggere e guidare un popolo contro un altro popolo. Non è più possibile pensare di invocare il dono della pace a scapito del nemico. Il sangue che scorre non può essere frutto di una scelta da parte di Dio, che ascolta alcuni e altri invece no. Sganciare questa pericolosa e dannosa ideologia religiosa dal contributo che ancora oggi il Cristianesimo può dare, significa diventare “operatori di pace”. Dunque quale è il contributo che il Cristianesimo può restituire dinanzi a queste sfide? Innanzitutto avere a cuore l’unità della fede (Efesini 4,4-5), come riflesso del desiderio di Gesù: “fa che siano una cosa sola” (Giovanni 17,21). E giunto il tempo in cui i cristiani per essere credibili devono superare i particolarismi e le cinture di sicurezza che non permettono l’estensione della fede in Cristo, ma creano soltanto ghetti religiosi che non riescono a diventare profezia e lievito per l’umanità. E’ urgente recuperare l’ecumene perduto e indiviso nell’unità visibile, dove i credenti insieme affrontano le sfide del mondo alla luce della Parola di Dio. Certamente non significa omologazione, e nemmeno appiattimento. Significa riprendere un cammino che non si appoggi alla politica delle nazioni, ma al Vangelo che è “luce delle genti”. Quando si supererà questo enorme scoglio, l’ecumene ricomposto, diventerà quella “lucerna accesa”, capace di oscurare i sentimenti della guerra, della violenza e dell’odio. Tutto ciò però non si deve trasformare in potere terreno, capace di influenzare scelte e legislazioni, ma in una testimonianza continua alla Croce di Cristo che ancora oggi è salvezza per chiunque crede. Come ho potuto scrivere nel precedente articolo: un ecumene unito secondo il volere divino, diventerebbe il parafulmine su cui si scaricano le difficoltà del mondo e la grazia riversata su di esso, apparirebbe come un fiume d’acqua viva a cui abbeverarsi e ristorarsi. Oggi purtroppo questa visione avviene in modo imperfetto, e di conseguenza da questa imperfezione nascono le divisioni. L’unità delle Chiese, l’ecumene ricomposto dall’Oriente all’Occidente, è l’antidoto migliore alla narrativa delle guerre per raggiungere la pace. E’ l’antidoto che farebbe superare le appartenenze religiose e civili alle politiche temporali che si succedono costantemente nella storia. Così si eviterebbero i conflitti e le incomprensioni, le divisioni e i particolarismi ideologici. L’ecumene ricomposto e fedele a Cristo, si presenterebbe così non come strumento politico che sottomette i popoli, ma come l’immagine della Gerusalemme celeste che continua a fecondare l’umanità con la forza della fede. L’unità dice che nonostante siamo diversi, siamo figli di Dio e fratelli tra di noi. E’ un sogno? Può darsi, ma è la via del Vangelo! Così sia!

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21/02/2022
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