Chiesa

di Tommaso Ciccotti

La supplica del Papa alla Madonna

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“Madre di Dio e nostra, solennemente affidiamo e consacriamo al tuo Cuore immacolato noi stessi, la Chiesa e l’umanità intera, in modo speciale la Russia e l’Ucraina… Estingui l’odio, placa la vendetta, insegnaci il perdono”

Papa Francesco è solo, seduto su una sedia dinanzi alla Vergine Maria, mentre invoca la fine di un orrore che sembrava dissipato tra le trame del tempo e che è invece tornato a bussare alle porte delle nostre case. Dietro a lui, in questo appuntamento universale che scrive una pagina di storia della Chiesa moderna, c’è il mondo intero. Nella Basilica vaticana, nei luoghi sacri dei cinque continenti, tramite i mezzi di comunicazione, nelle piazze - quelle ucraine bombardate, da Kiev a Odessa, o la stessa Piazza San Pietro dove sono stati allestiti duemila posti a sedere - risuona la supplica di Jorge Mario Bergoglio alla “Madre”.

“Liberaci dalla guerra, preserva il mondo dalla minaccia nucleare. Fa’ che cessi la guerra, provvedi al mondo la pace. Fa’ di noi degli artigiani di comunione”.
Il Papa cammina lento verso la statua della Madonna, posta al centro della basilica, di fianco a un crocifisso in legno. Il tragitto è breve ma l’incedere è pesante, come quello del 27 marzo 2020, quando tra le braccia deserte del Colonnato di San Pietro, il Pontefice sembrava portare sulle spalle le ferite di un’umanità colpita da morti e contagi del Covid. Francesco fa una pausa di silenzio prima di pronunciare il testo diffuso nei giorni scorsi in 35 lingue. Una preghiera corale, innervata della grande tradizione mariana. Ogni tanto alza il capo per guardare il volto di Maria. E al termine della Consacrazione, porta alla Vergine un cesto di rose bianche insieme a due bambini.
San Pietro intanto è avvolta in un’atmosfera solenne, gremita da circa 3.500 cardinali, vescovi, religiosi e dai fedeli che hanno partecipato alla celebrazione penitenziale aperta con una processione e conclusa dalla scena sempre suggestiva del Pontefice che si confessa con un sacerdote e confessa una decina di persone. Seguono canti, un brano di Bach suonato dai violini, poi una lunga pausa di silenzio. Alle 18.30 la cerimonia viene quindi suggellata dalla Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, atto pregno di tradizione e devozione, dettato dalle urgenze della storia e dalla necessità di ottenere una rassicurazione.

“Abbiamo bisogno di sentirci dire ‘non temere’”

Nell’omelia, il Papa si rivolge a Maria: al suo Cuore tutti “bussiamo” in questi giorni in cui “notizie e immagini di morte continuano a entrare nelle nostre case, mentre le bombe distruggono le case di tanti nostri fratelli e sorelle ucraini inermi”. Francesco usa per tutto tempo il ‘noi’, a voler indicare il coinvolgimento collettivo dinanzi ai cruenti fotogrammi trasmessi dall’est Europa.
Davanti a questo, afferma il Papa, “non bastano le rassicurazioni umane: occorre la presenza di Dio, la certezza del perdono divino, il solo che cancella il male, disinnesca il rancore, restituisce la pace al cuore. Ritorniamo a Dio, al suo perdono”.
Il Papa si sofferma quindi sul significato dell’atto di Consacrazione: “Non si tratta di una formula magica, ma di un atto spirituale. È il gesto del pieno affidamento dei figli che, nella tribolazione di questa guerra crudele e insensata che minaccia il mondo, ricorrono alla Madre”. Come i bambini che “quando sono spaventati: vanno dalla mamma a piangere, a cercare protezione”, così gettiamo nel suo Cuore “paura e dolore, consegnando sé stessi a lei”.

”È riporre in quel Cuore limpido, incontaminato, dove Dio si rispecchia, i beni preziosi della fraternità e della pace, tutto quanto abbiamo e siamo, perché sia lei, la Madre che il Signore ci ha donato, a proteggerci e custodirci”

Dio, afferma Papa Francesco, “ha progetti di pace e non di sventura’”. Allora “ci consacriamo a Maria per entrare in questo piano, per metterci a piena disposizione dei progetti di Dio”. La Madre, prega il Pontefice, “prenda oggi per mano il nostro cammino: lo guidi attraverso i sentieri ripidi e faticosi della fraternità e del dialogo, sulla via della pace”.
Nell’omelia Papa Francesco riflette anche sul significato della confessione, alla luce del Vangelo dell’odierna Solennità dell’Annunciazione. “Troppo spesso pensiamo che la Confessione consista nel nostro andare a Dio a capo chino. Ma non siamo anzitutto noi che torniamo al Signore; è Lui che viene a visitarci, a colmarci della sua grazia, a rallegrarci con la sua gioia”

Sì, la gioia, perché la Riconciliazione è “il Sacramento della gioia”: “Dove il male che ci fa vergognare diventa l’occasione per sperimentare il caldo abbraccio del Padre, la dolce forza di Gesù che ci guarisce, la ‘tenerezza materna’ dello Spirito Santo”, afferma Francesco.
Al centro della penitenziale “non ci sono i nostri peccati, ma il suo perdono”. Non dipende da noi, quindi, non dipende “dal nostro pentimento, dai nostri sforzi, dai nostri impegni”: “Al centro” c’è Dio, “che ci libera e ci rimette in piedi”. I sacerdoti confessori sono chiamati a “essere canali di grazia che versano nelle aridità del cuore l’acqua viva della misericordia del Padre”. “Nessuna rigidità, nessun ostacolo, nessun disagio; porte aperte alla misericordia! Specialmente nella Confessione, siamo chiamati a impersonare il Buon Pastore che prende in braccio le sue pecore e le accarezza…. Se un sacerdote non ha questo atteggiamento, non ha questi sentimenti nel cuore, è meglio che non vada a confessare” Non temere”, ripete più volte il Papa, ricordando quell’intervento continuo di Dio nella storia dell’uomo per portare un messaggio consolatorio: “Ogni volta che la vita si apre a Dio, la paura non può più tenerci in ostaggio”.

Sorella, fratello, se i tuoi peccati ti spaventano, se il tuo passato ti inquieta, se le tue ferite non si rimarginano, se le continue cadute ti demoralizzano e ti sembra di aver smarrito la speranza, non temere. Dio conosce le tue debolezze ed è più grande dei tuoi sbagli. Dio è molto più grande dei nostri peccati. Una cosa ti chiede: le tue fragilità, le tue miserie, non tenerle dentro di te; portale a Lui, deponile in Lui, e da motivi di desolazione diventeranno opportunità di risurrezione.

Papa Francesco cita “una bella frase” letta sopra un confessionale in Vaticano: “Allontanarsi da te è cadere. Tornare a te è risorgere. Restare in te è esistere”. Poi rassicura: Dio “interviene nella storia” e lo fa donando uno “Spirito d’amore” che “dissolve l’odio, spegne il rancore, estingue l’avidità, ci ridesta dall’indifferenza”. Abbiamo bisogno di questo amore “perché il nostro amore è precario e insufficiente”, ma soprattutto abbiamo bisogno di chiedere “la forza per amare”.

Senza amore, infatti, che cosa offriremo al mondo? Qualcuno ha detto che un cristiano senza amore è come un ago che non cuce: punge, ferisce, ma se non cuce, se non tesse, se non unisce, non serve. Per questo c’è bisogno di attingere dal perdono di Dio la forza dell’amore… Se vogliamo che il mondo cambi, deve cambiare anzitutto il nostro cuore”.

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25/03/2022
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