Chiesa

di Tommaso Ciccotti

Il cardinale Petrocchi: L’Aquila è città-sorella di Kiev

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Una Messa notturna nella chiesa di Santa Maria del Suffragio e poi una fiaccolata e una lunga teoria di rintocchi di campana, 309, tanti quante le persone che trovarono la morte in quel 6 aprile 2009. È quanto accaduto a L’Aquila la notte scorsa durante la celebrazione presieduta dal cardinale arcivescovo della città, Giuseppe Petrocchi che ha parlato anche di guerra ed Ucraina.

Stiamo celebrando questa solenne liturgia nella ricorrenza del 13.mo anniversario del terremoto, che devastò L’Aquila e il suo territorio. Sappiamo che in ogni celebrazione eucaristica si rende presente la Pasqua di Gesù, cioè, la Sua morte e risurrezione (…) Non si tratta di una manifestazione solo evocativa e simbolica, ma di una testimonianza di fede, di amore e di speranza. Non si commemorano soltanto una tragedia sismica e le vittime che ha provocato, ma si testimonia la Vita che non soccombe e si erge indomita: sfida la morte e nel duello esce vittoriosa (…) La logica della Pasqua, modifica la grammatica con cui è pensato l’evento della morte: quando si parla di una persona che è passata dal tempo all’eternità, non è giusto dire che “è scomparso”, ma doveroso affermare: “continua ad essere presente”; e l’espressione stridente: “estinto” o “non c’è più”, va sostituita con l’altra: “rimane ancora, anche se in modo diverso” (…)

La certezza della Pasqua non toglie il dolore su cui è impresso il sigillo del vincolo famigliare: ed è bene che sia così. Perché quel dolore è sacro. Testimonia un amore che sbaraglia morte, perché non si arrende e si spinge in avanti, nell’attesa del ricongiungimento. La separazione, infatti, è solo temporanea: costituisce una “pausa” che prepara l’abbraccio definitivo (...) La consolazione, che viene dallo Spirito, diventa “con-piangere”, ma anche “con-credere”: conduce a “collegarsi”, per grazia, con il Cielo, pur avanzando nel pellegrinaggio sulla terra (…)

Le donne e gli uomini, i giovani e bambini della nostra gente, che hanno visto morire i loro cari, e hanno dovuto lasciare angosciati le loro case distrutte dal terremoto, ben capiscono il dramma dei profughi ucraini costretti dalla furia insensata e omicida della guerra ad abbandonare le loro abitazioni e a cercare rifugio in altre nazioni. In questo dolore lacerante l’Aquila, Città-Martire, si sente Città-Sorella con Kiev, Mariupol, Kharkiv, Bucha, Irpin, Odessa, e con tutti i centri urbani o i villaggi colpiti dalla violenza sacrilega e devastante delle bombe.

Per questo il Popolo aquilano - che ben conosce il patire, ma testimonia anche una tenace volontà di ricostruzione - prega per la pace, unito a Papa Francesco, ai credenti di tutte le confessioni e fedi religiose e agli uomini di buona volontà. In questi giorni sentiamo parlare, con accenti concitati, di allerta e di mobilitazione bellica: vogliamo rispondere alla brutalità barbara e feroce della guerra con l’“allerta” e la “mobilitazione” della solidarietà e della “com-passione”, creando una stretta catena di accoglienza, di amicizia e di condivisione. Siamo fiduciosi che dopo la bufera, tornerà a splendere il sole della riconciliazione e della fraternità: più luminoso e caldo di prima. Infatti, scrive Papa Francesco: «è il Risorto che ci dice, con una potenza che ci riempie di immensa fiducia e di fermissima speranza: “Io faccio nuove tutte le cose” è la conclusione del cardinale.

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06/04/2022
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