Politica

di Raffaele Dicembrino

San Leopoldo Mandic

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Sono stati giorni di celebrazioni quelli per ricordare san Leopoldo Mandic. Rivisitiamo il suo cammino di vita terrena

“All’alba del 30 luglio, quando si alzò alle 5 del mattino si portò nella cappellina vicina alla sua stanza con il desiderio di celebrare la messa. Si preparò, com’era solito fare, con un’ora e mezza di preghiera. Verso le 6.30, aiutato dal fratello infermiere, cominciò a indossare i paramenti sacri, ma un collasso gli tolse la coscienza e si accasciò al suolo. Venne riportato nella sua cella e adagiato sul letto. Riprese coscienza, ricevette il sacramento dell’unzione degli infermi, seguì con attenzione e partecipazione tutte le preghiere fino all’ultima: la Salve regina. Le sue ultime parole vennero pronunciate con voce sempre più fioca: “O clemente o pia, o dolce Vergine Maria””.

Così vengono descritte, nelle sue biografie, le ultime ore di vita di san Leopoldo Mandic, che proprio ottant’anni fa, il 30 luglio 1942, ha concluso la sua avventura terrena. La sua morte è avvenuta in piena coerenza, si potrebbe dire, con la sua esistenza, tutta spesa, donata, agli altri. Soprattutto attraverso il sacramento della penitenza, che ha definito e realizzato la sua vocazione. Il giorno prima, infatti, il 29 luglio, il frate cappuccino lo passa a confessare, una cinquantina di persone, nella cella del convento di Padova, nonostante la sofferenza provocata da un tumore all’esofago, che lo consuma rapidamente. Nel convento dei cappuccini di Padova, per più di trent’anni, vive, prega, ama il prossimo, in particolare in quella una microscopica celletta-confessionale, che il 14 maggio del 1944 – durante della seconda guerra mondiale – viene miracolosamente risparmiata dai bombardamenti che il frate profetizza tempo addietro.

Leopoldo nacque a Castelnuovo di Cattaro (l’odierna Herceg-Novi in Montenegro) il 12 maggio 1866, penultimo dei sedici figli di Pietro Mandić e di Carolina Zarević, famiglia cattolica croata. Al battesimo ricevette il nome di Bogdan Ivan (Adeodato Giovanni). Suo bisnonno paterno Nicola Mandić era oriundo da Poljica, nell’arcidiocesi di Spalato (Split), dove i suoi antenati erano giunti dalla Bosnia, nel lontano secolo XV. A Castelnuovo di Cattaro, all’epoca situato nella Provincia di Dalmazia, a sua volta parte dell’Impero Austriaco, prestavano la loro opera i frati francescani Cappuccini della Provincia Veneta (vi si trovavano fin dal 1688, epoca del dominio della Repubblica di Venezia).

Frequentando l’ambiente dei frati, in occasione delle funzioni religiose e del doposcuola pomeridiano, il piccolo Bogdan manifestò il desiderio di entrare nell’Ordine dei Cappuccini. Per il discernimento della vocazione religiosa, fu accolto nel seminario cappuccino di Udine e poi, diciottenne, il 2 maggio 1884 al noviziato di Bassano del Grappa (Vicenza), dove vestì l’abito francescano, ricevendo il nuovo nome di “fra Leopoldo” e impegnandosi a vivere la regola e lo spirito di san Francesco d’Assisi.

Dal 1885 al 1890 completò gli studi filosofici e teologici nei conventi di Santa Croce a Padova e del Santissimo Redentore a Venezia. In quegli anni la formazione religiosa ricevuta dalla famiglia ricevette l’impronta definitiva nello studio e nella conoscenza della Sacra Scrittura e della letteratura patristica e nell’acquisizione della spiritualità francescana. Il 20 settembre 1890, nella basilica della Madonna della Salute a Venezia, fu ordinato sacerdote per mano del card. Domenico Agostini.

Di intelligenza aperta, padre Leopoldo Mandić aveva una buona formazione filosofica e teologica e per tutta la vita continuerà a leggere i padri e i dottori della Chiesa. Sin dal 1887, si era sentito chiamato a promuovere l’unione dei cristiani orientali separati con la Chiesa cattolica. Nella prospettiva di un ritorno nella terra natia come missionario, si dedicò all’apprendimento di diverse lingue slave, compreso un po’ di greco moderno. Fece domanda di partire per le missioni d’Oriente nella propria terra, secondo quell’ideale ecumenico, divenuto poi voto, che coltiverà fino alle fine dei suoi giorni, ma la salute cagionevole sconsigliò i superiori dall’accettare la richiesta. Infatti, a causa dell’esile costituzione fisica e di un difetto di pronuncia, non poteva dedicarsi alla predicazione.

I primi anni passarono nel silenzio e nel nascondimento del convento di Venezia, addetto al confessionale e agli umili lavori del convento, con un po’ di esperienza da questuante di porta in porta. Nel settembre del 1897, ricevette l’incarico di presiedere il piccolo convento cappuccino di Zara in Dalmazia. Durò poco la speranza di poter realizzare l’aspirazione alla missione: già nell’agosto del 1900 fu richiamato a Bassano del Grappa (Vicenza) come confessore.

Si aprì un’altra breve parentesi di attività missionaria nel 1905 come vicario del convento di Capodistria, nella vicina Istria, dove sì rivelò subito consigliere spirituale apprezzato e ricercato. Ma, ancora una volta, dopo un solo anno, venne richiamato in Veneto, al santuario della Madonna dell’Olmo di Thiene (Vicenza). Tra il 1906 e il 1909 vi prestò servizio come confessore, salvo una breve parentesi a Padova.
A Padova, al convento di piazzale Santa Croce, padre Leopoldo arrivò nella primavera del 1909. Nell’agosto del 1910, fu nominato direttore degli studenti, cioè dei giovani frati cappuccini che, in vista del ministero sacerdotale, frequentavano lo studio della Filosofia e della Teologia.
Furono anni di intenso studio e dedizione. A differenza di altri docenti, padre Leopoldo – che insegnava Patrologia – si distinse per benevolenza, che qualcuno riteneva eccessiva e in contrasto con la tradizione dell’Ordine. Anche per questo, probabilmente, nel 1914 padre Leopoldo fu improvvisamente sollevato dall’insegnamento. E fu un nuovo motivo di sofferenza.

Così, a partire dall’autunno del 1914, a quarantott’anni di età, a padre Leopoldo venne chiesto l’impegno esclusivo nel ministero della confessione. Le sue doti di consigliere spirituale erano note da tempo, tanto che, nel giro di qualche anno, divenne confessore ricercato da persone di ogni estrazione sociale, che per incontrarlo arrivavano anche da fuori città.

Fortemente legato alla sua terra d’origine, padre Leopoldo aveva mantenuto la cittadinanza austriaca. Le scelta, motivata dalla speranza che i documenti d’identità favorissero un suo ritorno missionario in patria, si muta però in problema, nel 1917, con la rotta di Caporetto. Come altri ‘stranieri’ residenti in Veneto, nel 1917 fu sottoposto a indagini di polizia e, visto che non intendeva rinunciare alla cittadinanza austriaca, venne mandato al confino nel Sud d’Italia. Nel corso del viaggio, a Roma incontrò anche papa Benedetto XV.

A fine settembre del 1917, raggiunse il convento dei Cappuccini di Tora (Caserta), dove iniziò a scontare il provvedimento di confino politico. L’anno successivo passò al convento di Nola (Napoli) e poi di Arienzo (Caserta). Al termine della Prima guerra mondiale fece ritorno a Padova. Durante il viaggio visitò i santuari di Montevergine, Pompei, Santa Rosa a Viterbo, Assisi, Camaldoli, Loreto e Santa Caterina di Bologna.
Il 27 maggio 1919 giunse al convento di Cappuccini di Santa Croce in Padova, dove riprese il proprio posto nel confessionale. La sua popolarità aumentò a dispetto del carattere schivo. Gli Annali della Provincia Veneta dei Cappuccini riportano: “Nella confessione esercita un fascino straordinario per la grande cultura, per il fine intuito e specialmente per la santità della vita. A lui affluiscono non solo popolani, ma specialmente persone intellettuali e aristocratiche, a lui professori e studenti dell’Università e il clero secolare e regolare”.

Nell’ottobre del 1923 i superiori religiosi lo trasferirono a Fiume (Rijeka), dopo che il convento era passato alla Provincia Veneta. Ma, soltanto una settimana dopo la sua partenza, il vescovo di Padova, mons. Elia Dalla Costa, interprete della cittadinanza, invitò il Ministro provinciale dei francescani Cappuccini, padre Odorico Rosin da Pordenone, a farlo ritornare. Così, per il Natale di quell’anno padre Leopoldo, obbedendo ai superiori e congedando il sogno di lavorare sul campo per l’unità dei cristiani, era di nuovo a Padova.
Da Padova non si allontanerà più per il resto della vita. Qui, spenderà ogni momento del suo ministero sacerdotale nell’ascolto sacramentale delle confessioni e nella direzione spirituale.

Domenica 22 settembre 1940, nella chiesa del convento di Santa Croce, si festeggiarono le nozze d’oro sacerdotali, cioè il 50º anniversario dell’ordinazione presbiterale. Le spontanee, generali e grandiose manifestazioni di simpatia e stima a padre Leopoldo fecero chiaramente conoscere quanto vasta e profonda fosse l’opera di bene da lui svolta in cinquant’anni di ministero.
Negli ultimi mesi del 1940 la sua salute andò sempre più peggiorando. All’inizio di aprile 1942 fu ricoverato all’ospedale: ignorava di avere un tumore all’esofago. Rientrato in convento continuò a confessare, pur in condizioni sempre più precarie. Com’era solito fare, il 29 luglio 1942 confessò senza sosta, trascorrendo poi gran parte della notte in preghiera.

All’alba del 30 luglio, nel prepararsi alla santa messa, svenne. Riportato a letto, ricevette il sacramento dell’unzione degli infermi. Pochi minuti dopo, mentre recitava le ultime parole della preghiera Salve Regina, tendendo le mani verso l’alto, spirò. La notizia della morte di padre Leopoldo si diffuse rapidamente a Padova. Per un paio di giorni una folla ininterrotta passò al convento dei Cappuccini per rendere omaggio alla salma del confessore, già santo per molte persone. Il 1º agosto 1942 ebbero luogo i funerali, non nella chiesa dei Cappuccini, ma nella ben più capiente chiesa di Santa Maria dei Servi. Venne sepolto nel Cimitero Maggiore di Padova, ma nel 1963 il corpo venne traslato in una cappella presso la chiesa dei Cappuccini di Padova (Piazza Santa Croce).

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02/08/2022
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