Chiesa

di Raffaele Dicembrino

Papa Francesco e gli insegnamenti del Concilio

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Nella Basilica vaticana, dove 60 anni fa prese il via l’assise conciliare, Francesco presiede una solenne celebrazione eucaristica alla presenza di altre comunità cristiane.

Liberaci dall’autosufficienza, dall’autoreferenzialità, dalle polarizzazioni: Papa Francesco lo chiede al Signore a cui rende grazie “per il dono del Concilio”. Nell’omelia pronunciata alla Messa che celebra il 60.mo anniversario dell’apertura del Vaticano II, il Papa indica alla Chiesa ciò che è fondamentale: l’amore per Dio, la maternità verso tutti gli uomini e le donne, l’umiltà, la gioia, l’unità. E delinea tre sguardi con cui guardare ad essa: lo sguardo dall’alto, nel mezzo e d’insieme.

Le parole di Francesco commentano il brano del Vangelo di Giovanni dove Gesù chiede per tre volte a Pietro: “Mi ami?”, e per tre volte gli dice: “Pasci le mie pecore”. “Sentiamo rivolte anche a noi, a noi come Chiesa, queste parole del Signore”, dice il Papa sottolineando come il Concilio sia stato “una grande risposta” alla domanda di Gesù. La Chiesa, afferma Francesco, in quell’evento si è interrogata su se stessa, sulla propria natura e missione, scoprendosi “mistero di grazia generato dall’amore”, “tempio vivo dello Spirito Santo!”. Questo, osserva Francesco, è il primo sguardo, perché “la Chiesa va guardata prima di tutto dall’alto”.

Chiediamoci se nella Chiesa partiamo da Dio, dal suo sguardo innamorato su di noi. Sempre c’è la tentazione di partire dall’io piuttosto che da Dio, di mettere le nostre agende prima del Vangelo, di lasciarci trasportare dal vento della mondanità per inseguire le mode del tempo o di rigettare il tempo che la Provvidenza ci dona per volgerci indietro. Stiamo però attenti: sia il progressismo che si accoda al mondo, sia il tradizionalismo o l’indietrismo che rimpiange un mondo passato, non sono prove d’amore, ma di infedeltà.

Si tratta di tornare all’essenziale, sottolinea, “alle sorgenti del primo amore”, che la Chiesa “sia libera e liberante”, concentrata su Gesù come ha lasciato scritto nel suo Giornale dell’anima, il Papa che quel Concilio aveva convocato:

Verso la fine dei suoi giorni Papa Giovanni scriveva: “Questa mia vita che volge al tramonto meglio non potrebbe essere risolta che nel concentrarmi tutto in Gesù, figlio di Maria… grande e continuata intimità con Gesù, contemplato in immagine: bambino, crocifisso, adorato nel Sacramento” . Ecco il nostro sguardo alto, ecco la nostra sorgente sempre viva: Gesù.

Nel suo discorso all’apertura del Concilio, Papa Roncalli aveva parlato della gioia che deve abitare la Chiesa. Papa Francesco ribadisce che la Chiesa “se non gioisce smentisce sé stessa, perché dimentica l’amore che l’ha creata” e prosegue:

Una Chiesa innamorata di Gesù non ha tempo per scontri, veleni e polemiche. Dio ci liberi dall’essere critici e insofferenti, aspri e arrabbiati. Non è solo questione di stile, ma di amore, perché chi ama, come insegna l’Apostolo Paolo, fa tutto senza mormorare. Signore, insegnaci il tuo sguardo alto, a guardare la Chiesa come la vedi Tu.

“Pasci le mie pecore”: è questo l’amore che Dio vuole dalla sua Chiesa, dice il Papa, un amore che non “prende per sé”, ma che “si occupa degli altri”. Pietro aveva fatto il pescatore, sarebbe diventato un pastore che “vive con il gregge, nutre le pecore”, sta in mezzo a loro.

Ecco il secondo sguardo che ci insegna il Concilio, lo sguardo nel mezzo: stare nel mondo con gli altri e senza mai sentirci al di sopra degli altri, come servitori del più grande Regno di Dio; portare il buon annuncio del Vangelo dentro la vita e le lingue degli uomini, condividendo le loro gioie e le loro speranze. Quant’è attuale il Concilio: ci aiuta a respingere la tentazione di chiuderci nei recinti delle nostre comodità e convinzioni, per imitare lo stile di Dio, che ci ha descritto oggi il profeta Ezechiele: “Andare in cerca della pecora perduta e ricondurre all’ovile quella smarrita, fasciare quella ferita e curare quella malata”.

La Chiesa, afferma Papa Francesco “esiste per amare”, non deve “risaltare agli occhi del mondo” ma servirlo. Per la Chiesa, sostiene Francesco, è necessario ritrovare la sorgente dell’amore per scendere a valle ed essere “canale di misericordia per tutti” ed esorta:

Torniamo al Concilio per uscire da noi stessi e superare la tentazione dell’autoreferenzialità che è un modo di essere mondano. Pasci, ripete il Signore alla sua Chiesa; e pascendo, supera le nostalgie del passato, il rimpianto della rilevanza, l’attaccamento al potere, perché tu, Popolo santo di Dio, sei un popolo pastorale: non esisti per pascere te stesso, per arrampicarti, ma per pensare agli altri, tutti gli altri, con amore. E, se è giusto avere un’attenzione particolare, sia per i prediletti di Dio cioè per i poveri, gli scartati; per essere, come disse Papa Giovanni, “la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”.

Papa Francesco spiega quindi che quando Gesù ha detto “pasci le mie pecore” ha inteso tutte, non ha fatto distinzioni. Questo è il terzo sguardo sulla Chiesa suggerito dal Concilio, lo sguardo d’insieme. La Chiesa è comunione, mentre il diavolo, afferma il Papa, vuol portare la divisione. Il suo invito è allora a non cedere “alla tentazione della polarizzazione”, ma a diventare sempre più “una cosa sola”.

Quante volte, dopo il Concilio, i cristiani si sono dati da fare per scegliere una parte nella Chiesa, senza accorgersi di lacerare il cuore della loro Madre! Quante volte si è preferito essere “tifosi del proprio gruppo” anziché servi di tutti, progressisti e conservatori piuttosto che fratelli e sorelle, “di destra” o “di sinistra” più che di Gesù; ergersi a “custodi della verità” o a “solisti della novità”, anziché riconoscersi figli umili e grati della santa Madre Chiesa. Tutti, tutti siamo figli di Dio. Tutti fratelli nella Chiesa. Tutti Chiesa: tutti. (...) Noi siamo le sue pecore, il suo gregge, e lo siamo solo insieme, uniti.

Che Maria ci aiuti in questo, dice ancora Francesco, e ringrazia i rappresentanti di altre Comunità cristiane presenti oggi alla celebrazione come furono presenti al Concilio. E conclude con l’invocazione al Signore a liberare la Chiesa dai pericoli rappresentati dal guardare a se stessa: no ad autosufficienza, autoreferenzialità, polarizzazioni e disunità, afferma, che la Chiesa possa ripetere come Pietro: “Signore, tu sai tutto; tu sai che noi ti amiamo”.

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12/10/2022
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