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di Nathan Algren

ONU e diritti umani in Iran

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Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc) è pronto a lanciare una inchiesta internazionale sulle violenze commesse dal governo iraniano durante la repressione delle proteste divampate dopo la morte della 22enne curda Mahsa Amini. In poco più di due mesi il pugno di ferro usato dalle autorità contro la rivolta popolare per l’uccisione della giovane per mano della polizia della morale perché non indossava correttamente l’hijab, il velo obbligatorio, ha causato almeno 378 vittime, di cui 47 bambini. L’organismo Onu vuole indire una sessione speciale per il 24 novembre, incentrata sul “deterioramento della situazione sui diritti umani” come da richiesta di Germania e Islanda.

Infatti le Forze dell’ordine hanno compiuto migliaia di arresti nel tentativo di spegnere, finora senza riuscirsi, dimostrazioni di piazza con in prima fila le donne e fra le più imponenti e diffuse dalla fondazione della Repubblica islamica nel 1979. Fra le persone fermate, sei delle quali sono già state condannate a morte in primo grado per “sedizione” e “corruzione sulla terra”, vi sono minorenni, giornalisti, attivisti e un centinaio di attori e artisti dello spettacolo come riferisce l’Associazione cinematografica iraniana. Anche la nazionale di calcio, impegnata nella partita di esordio ieri ai mondiali in Qatar (e persa per 6 a 2 con l’Inghilterra) ha espresso in modo silenzioso la sua solidarietà ai dimostranti, rifiutandosi di cantare l’inno nazionale prima del match.

Nella riunione in programma tra due giorni a Ginevra i diplomatici dovranno votare una bozza di risoluzione in cui si chiede al Consiglio di promuovere una indagine internazionale di alto livello, per far luce sulle violazioni commesse ai danni dei manifestanti. Secondo quanto afferma il testo, la missione dovrebbe approfondire anche “la dimensione di genere di questo quadro di violazioni”. La bozza del documento, che potrebbe subire variazioni, chiede agli investigatori di “raccogliere, consolidare e analizzare le prove di tali violazioni e preservare le prove” in vista di una indagine penale in futuro. E a Teheran viene chiesto di “collaborare in moto totale” alle indagini.

Per lo svolgimento della sessione sono necessari i voti favorevoli di 16 dei 47 Paesi che compongono il Consiglio, con un’adesione di almeno un terzo di essi. Sinora la Germania in sede Onu ha ottenuto il consenso di 50 Stati, dei quali almeno 17 sono membri del consiglio e questo fa supporre che l’iniziativa di Berlino verrà finalizzata. Discorso diverso per quanto riguarda la votazione sull’inchiesta internazionale, dove l’opposizione di Russia e Cina (oltre all’Iran stesso) potrebbe affossare l’iniziativa sul nascere. Per la ministra tedesca degli Esteri Annalena Baerbock una inchiesta è essenziale perché è doveroso “per le vittime che i responsabili siano condotti davanti alla giustizia”. Lucy McKernan di Human Rights Watch (Hrw) denuncia “abusi gravi” in risposta alle proteste sui quali è necessario far luce.

Se, da un lato, le Nazioni Unite denunciano “l’inasprimento” della risposta iraniana alle proteste e invocano una moratoria immediata sulla pena di morte, sul terreno la repressione si fa sempre più sanguinosa soprattutto contro i curdi. Ieri la notizia di vittime nel Kurdistan iracheno per gli attacchi a colpi di missili e droni dei Pasdaran contro gruppi della resistenza in esilio. Oggi filtrano invece conferme su attacchi nell’area curda interna al Paese, da cui proveniva la stessa Mahsa Amini, che avrebbero provocato almeno 30 morti nell’ultima settimana.

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23/11/2022
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