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di Roberto Signori

Yemen: armi britanniche e Usa nei raid sauditi

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Un nuovo rapporto pubblicato in questi giorni dagli attivisti di Oxfam, intitolato “Fuelling Violence”, conferma una volta di più l’uso estensivo di armi e bombe vendute da Stati Uniti e Regno Unito a Riyadh e usate per colpire la popolazione civile nello Yemen. I dati raccolti dall’ong parlano di centinaia di attacchi sferrati dalla coalizione araba a guida saudita contro gli Houthi, sostenuti da Teheran, e che finiscono per causare vittime innocenti.

Una spirale di violenze solo in parte contenuta da una fragile tregua sottoscritta il 2 aprile dello scorso anno, ma che non è stata rinnovata il 2 ottobre per un mancato accordo sul pagamento dei salari dei funzionari pubblici nei territori controllati dai ribelli. Un accordo sul quale stanno mediando inviati Onu, Usa e dell’Oman. Proprio in questi giorni è giunta una delegazione di Mascate, per cercare di rilanciare il cessate il fuoco fra le parti e scongiurare un ulteriore - e più consistente - spargimento di sangue di civili, anche minori.

Il rapporto Oxfam accusa Londra (e Washington) di alimentare un rinnovato “clima di violenza contro i civili” nel Paese arabo attraverso la vendita e il commercio di armi alla coalizione a guida saudita. Gli attivisti hanno contato oltre 1.700 attacchi contro la popolazione fra gennaio 2021 e febbraio 2022 - prima dell’introduzione della tregua - e di questi almeno un quarto sono stati sferrati usando solo armi di produzione statunitense e britannica.

Nel periodo di riferimento, Oxfam afferma che la coalizione è responsabile di almeno 87 morti civili e di altri 136 feriti, oltre a 19 attacchi a ospedali, cliniche e ambulanze; a questi si uniscono 293 raid che hanno costretto la popolazione civile ad abbandonare le proprie case. “L’enorme numero di attacchi ai civili - afferma Martin Butcher, consulente politico di Oxfam su armi e conflitti e autore del rapporto - è una dura testimonianza della terribile tragedia che ha sofferto e soffre il popolo yemenita”. “La nostra analisi mostra che vi è un modello di violenza contro i civili e tutte le parti coinvolte nel conflitto - aggiunge - non hanno fatto abbastanza per proteggere la vita dei civili” che sarebbe un loro obbligo “ai sensi del diritto internazionale e umanitario”.

Il conflitto è divampato nel 2014 come scontro interno fra ribelli Houthi filo-Teheran e governativi sostenuti dall’Arabia Saudita; col passare dei mesi si è inasprito trasformandosi in guerra aperta con l’intervento, nel marzo 2015, di Riyadh a capo di una coalizione di nazioni arabe e ha fatto registrare in questi anni quasi 400mila vittime. Secondo l‘Onu ha provocato la “peggiore crisi umanitaria al mondo”, sulla quale il Covid-19 ha sortito effetti “devastanti”; milioni di persone sono sull’orlo della fame e i bambini - 11mila morti nel conflitto - subiranno le conseguenze per decenni. Gli sfollati interni sono oltre tre milioni, la maggior parte vive in condizioni di estrema miseria, fame ed epidemie di varia natura, non ultima quella di colera.

In passato Londra è stata al centro di dure critiche per la decisione di proseguire nella vendita di armi all’Arabia Saudita, nonostante le preoccupazioni in tema di violazioni ai diritti umani. Al riguardo è nata la Campaign Against the Arms Trade (Caat) che, nelle aule di tribunale, sfida il commercio di armamenti e tenta di limitarne le vendite. Una sentenza dell’Alta corte britannica è attesa per fine mese, mentre una precedente azione giudiziaria (nel 2019) ha ottenuto la sospensione - ma solo temporanea - nella vendita di armi, poi riprese nel 2021. Secondo alcune stime degli esperti di Caat, il valore reale del commercio fra le parti è di quasi 30 miliardi di euro.

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11/01/2023
0112/2023
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