Società

di Fabio Annovazzi

LA CAREZZA DI UN BUCANEVE

Abbonati agli albi cartacei de La Croce e all’archivio storico del quotidiano

Fermarsi a contemplare il creato, magari dinnanzi ad un meraviglioso albeggiare o ad un panorama mozzafiato sul crinale di un rilievo montuoso, non è perdere tempo ma guadagnarlo, spendendo così bene la propria vita terrena. Calpestare sentieri periferici ai più sconosciuti, in un intersecarsi strabiliante di faggi ed abeti maestosi, tra i camosci in mezzo alle rocce che fuggono terrorizzati spostando sassi al loro passaggio, con magari a fianco il cagnolino fidato, questa è la mia grande passione. Ritempro il cuore e lo spirito calcando i sassi aculei, gioisco nel vedere l’imponenza di certi macigni che affiorano improvvisi tra i frassini, e goccia a goccia di sudore l’anima al tatto posso finalmente risentire. Se volete violentarmi e farmi del male portatemi in quei carnai dove commercializzano oramai qualsiasi cosa, anche gli specchietti per le allodole. Preferisco perdermi nei boschi, dove ritrovo per altro me stesso, che farmi venire una violenta e cocciuta emicrania tra gli scaffali e le corsie dei vari centri commerciali. Quelle rarissime volte in cui, per causa di forza maggiore, sono costretto ad amalgamarmi con una folla in cerca ossessiva dello sconto mi sento come un torturato che sopporta eroicamente il bieco cinismo di qualche aguzzino cinese nei laogai.

Abituato al piccolo della nostra micro realtà montana aborrisco il grande caos, il chiasso urbano, la nevrosi isterica delle arterie automobilistiche, e tutto ciò che non mi avvicina all’ambiente naturale.
Al clacson che suona impaziente nel lato B della mia autovettura, ad un semaforo appena divenuto verde, preferisco di gran lunga il cinguettio di un simpatico scricciolo o il bramire di un cervo in
amore. In questo momento la primavera sta cominciando a colorare prati e boschi, ed è in trepidante e spasmodica attesa dell’acqua ristoratrice dal cielo. Ma nel frattempo, ad uno sguardo attento, non può sfuggire che è tutto un brulichio di giallo e azzurro, tra primule, viole mammole, epatiche e pervinche. Che bello poter (e saper) gustare questo incanto. So di essere un privilegiato, avendo la fortuna di lavorare in mezzo alle colture, e di questo dovrei ringraziare Dio ogni ora e ogni momento della mia esistenza. Ciò che mi stupisce in negativo è vedere tante persone che non sanno più stupirsi di fronte allo scrocchiare soave delle foglie di faggio presenti sul sentiero, ma sono unicamente presi da un turismo mordi e fuggi intento ad immortalare momenti su di uno schermo senza goderseli appieno. Praticamente trasferiscono la nevrosi urbana un po’ più in alto, e ormai alcuni percorsi della montagna sono iper inflazionati, in certi frangenti sembra di essere in via Montenapoleone a Milano, camminate da cui il sottoscritto sta lontano anni luce. Abituati ad una perenne vita in colonna taluni si sentono smarriti e spaesati se non vedono la massa intorno a loro, per cui sembra quasi la cerchino con fare puntiglioso, e ne siano orgogliosi quando la trovano, anche a duemila metri sul livello del mare. Ma quello che mi fa veramente male è vedere una
miriade di ragazzi, per primi i miei purtroppo, che magari vivono nel nostro ambiente quasi incontaminato ma ne sono lontanissimi col cuore e con gli occhi. Non sono pienamente consapevoli
che ogni giorno che passa è un morso di vita che viene meno, vivacchiano in gabbie dorate e più che spiccare il volo verso la libertà sono felici se loro prigione si “arricchisce” di qualche optional elettronico in più. Triste, veramente triste, vedere tanti piccoli schiavi che presumono di essere liberi, e si dimostrano anche seccati se fai loro notare la cosa. Un giorno seguivo con attenzione i discorsi di alcuni bimbi di terza elementare che, farfugliando tra loro, facevano due passi nei paraggi della mia abitazione. “Domenica andiamo a Cesenatico col mio papà” fa uno. “Che bello!” gli risponde l’altro. ”Così potete andare a San Marino, lì c’è un mio amico youtuber…” Poveri piccoli, vittime innocenti di un sistema ignobile che li ha lobotomizzati privandoli del gusto pieno
dell’infanzia. Ci si scandalizza, e giustamente, del lavoro minorile, meno scandalo desta questo lavaggio del cervello di massa che inizia già nei primi anni di vita, appena il pannolino viene tolto, a
volte anche prima. Ragazzini che non hanno il senso delle cose più piccole, che non sanno più sognare, che non sanno più fantasticare, che non conoscono la gioia di costruire una micro diga in un piccolo rio o allestire una capanna in mezzo al bosco, hanno senza dubbio subito una involontaria ed immane violenza, e nessuno potrà mai dargli un risarcimento adeguato per il torto subito. Sembriamo una società di robot automatizzati, profetizzata tempo fa da qualche audace scrittore fantasy nei suoi libri horror.
Faccio questa miscellanea di pensieri e riflessioni mente il mio piede poggia sicuro sopra una radice di larice, e degli splendidi carpini mi accolgono in un grande prato impervio, da anni purtroppo incolto. Conosco queste zone a menadito, sono tutto un brulicare di baite ormai fatiscenti e cadute, qui un tempo pascolava il bestiame e decine di alpeggiatori vivevano ancora appieno la dura realtà rurale. Percorro ora in scioltezza un sentiero quasi perso, mentre le gambe macinano metri senza problemi, e arrivo in una radura, tra le mie preferite, dove mi fermo a ritemprare e siedo tranquillo.
C’è un largo spiazzo tra il pullulare dei faggi, il posto ideale per porvi una tenda. La legna da ardere non manca, l’acqua, seppur poca, non è poi così lontana ed è per giunta gustosissima. Basterebbe uno zaino con provviste sufficienti per poter fermarsi e bivaccare. Stupendo sarebbe poter essere qui con la famiglia, o gli amici del cuore, senza l’assillo di nessuna diavoleria virtuale, ad assistere allo spettacolo unico di notti popolate dallo squittio della civetta e dal bubolare di tenaci gufi, con il crepitio sincero del focolare che riscalda il cuore e fa vivere emozioni irripetibili, forgiando esistenze che finiscono per intersecarsi tra loro come l’edera lo fa sugli aceri. Mi perdo un attimo nel fantasticare questa scena, che posso dirlo tranquillamente rimarrà solo una gigantesca utopia, e gli occhi mi partono in un sogno con le pupille aperte. Vedo i miei figli gioiosi correre di qua e di là, felicissimi come non mai, ammiro lo splendore di mia moglie intenta a rintuzzare il fuoco con uno sguardo sereno ed estasiato, ma poi improvviso arriva il rauco gracchiare del corvo che mi ridesta da queste superbe visioni oniriche. Mi rialzo, mi stiro, mi strofino le palpebre, e sono pronto a riprendere il cammino verso l’alto. Il risveglio non è avvenuto però di soprassalto, è stato triste sì ma lieve, quasi la carezza di un bucaneve. Sognare è gratis, non costa nulla, mi dico tra me e me; guai a chi non sogna, è già morto dentro. Chissà mai che questi sogni prima o poi si realizzino, sembrano irrealizzabili ma io combatto comunque, se no a che serve la vita del montanaro.

Abbonati agli albi cartacei de La Croce e all’archivio storico del quotidiano

22/03/2023
2902/2024
Sant'Augusto Chapdelaine martire

Voglio la
Mamma

Vai alla sezione

Politica

Vai alla sezione

Articoli correlati

Chiesa

DILIGOR, ERGO SUM”: AL #CUORE DELLA LETTERA APOSTOLICA

Può forse esistere il peccato senza la misericordia, ma dal momento che si dà una misericordia si è certi dell’esistenza del peccato. È la vera rivoluzione
di Papa Francesco contro il falso mito di progresso che vede l’uomo del tutto autosufficiente, indisponibile alla relazione con gli altri e col Mistero

Leggi tutto

Storie

La confessione triste e postuma di George Michael

Una confessione totalmente inattesa giunge dalla memorie di George Michael che prima di morire, parlando della sua vita l’ha definita “ un’intera perdita di tempo”.

Leggi tutto

Società

Corinaldo e le tre mele avvelenate

La distruzione, come in una gotica fiaba di Biancaneve, è veicolata da tre mele avvelenate che rappresentano tre dipendenze. Il brutto è che sono dipendenze diffusissime. Il bello è che si possono combattere, come tutte le dipendenze. Le tre mele avvelenate sono: l’alcool, la droga, la bulimia di denaro. Parto da quest’ultima: si è diffuso nel mondo musicale legato proprio a rap e trap questo metodo del cosiddetto dj set. Il dj set non è un concerto vero e proprio, il cosiddetto artista si fa vedere in tre o anche quattro location differenti nella stessa sera, “canta” due o al massimo tre pezzi, i più noti, si fa pagare un cachet stellare, sempre a cinque cifre. ....

Leggi tutto

Storie

A tu per tu con Rosaria Radaelli

L’ostetrica Rosaria Radaelli ci parla della sua professione.

Leggi tutto

Chiesa

Cile, i vescovi per la difesa della vita

In Cile è stato approvato in via generale il disegno di legge per depenalizzare l’aborto fino alla 14esima settimana di gestazione, nel suo primo passaggio legislativo. I presuli ribadiscono che la vita inizia dal concepimento e va tutelata.

Leggi tutto

Chiesa

Una intepretazione del katechon

Nella seconda lettera ai Tessalonicesi san Paolo offre spunti per leggere in profondità i problemi di un’epoca.

Leggi tutto

La Croce Quotidiano, C.F. P.IVA 12050921001

© 2014-2024 La Croce Quotidiano