Società

di Giuseppe Udinov

Scuola, ansia da prestazione e fragilità

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Ansia da prestazione per verifiche e interrogazioni, fragilità che si acuiscono e, in parallelo, l’aumento del numero di ragazzi e ragazze che scelgono di ritirarsi da un’arena avvertita come troppo competitiva, abbandonando la scuola, cambiando istituto oppure, nei casi più gravi, chiudendosi nella propria stanza e lasciando il mondo fuori.

“Se il fenomeno della dispersione scolastica fino a qualche anno fa riguardava soprattutto gli istituti professionali, nel periodo post-pandemico ha investito anche i licei e questo rappresenta una novità”, osserva Pier Paolo Eramo, dirigente del liceo classico Romagnosi di Parma, dopo una lunga esperienza a capo di istituti di scuola primaria e secondaria di primo grado.

Molto attento agli aspetti del benessere a scuola, fin dagli anni in cui dirigeva il comprensivo Parma Centro, alle spalle ha lui stesso “studi classici ardenti”, per dirla con Paolo Conte, e la consapevolezza, quindi, che l’esplosione dell’ansia da prestazione non può essere ricondotta a una maggiore durezza, oggi, del percorso liceale.

Per capire le ragioni di una dispersione scolastica che colpisce i licei con l’effetto di un’emorragia, bisogna allargare lo sguardo oltre le aule.

La dispersione e l’abbandono scolastico vanno letti nel loro nesso con due condizioni esplose nel periodo post-covid: “Da una parte, una fragilizzazione globale dei ragazzi, che appare lampante a occhio nudo: basta una parola sbagliata per essere feriti o un brutto voto per non sentirsi all’altezza. L’autostima è molto labile e i ragazzi hanno difficoltà a reagire, a rialzarsi dopo una caduta. Dall’altra parte, c’è un mondo intorno che si è fatto sempre più prestazionale”.

Ma la società della prestazione non è racchiusa nelle mura scolastiche né si produce al loro interno. E la risposta, quindi, non può essere abbassare ancora l’asticella: “La scuola del passato non chiedeva certo di meno in termini di impegno e sacrificio, anzi. Ma noi eravamo diversi, più resistenti rispetto alle frustrazioni, e la società era più abituata alle prove. Oggi il mondo si è fatto molto prestazionale e veloce mentre le famiglie sono sempre più ansiogene, focalizzate sui risultati dei figli: due aspetti che, messi insieme, non vanno d’accordo”.

Di fronte alla tenaglia di genitori attenti prima di tutto al successo del figlio e sempre meno interessati alla formazione, il rischio di trovare una risposta facile nell’abbassamento delle richieste è dietro l’angolo ma, avverte Eramo, “bisogna fare attenzione a mantenere un certo livello di impegno, evitando di smussare tutti gli angoli e limare ogni difficoltà, finendo così con il trasformare la scuola in una grande scuola elementare. Si dovrebbe invece lavorare per il rafforzamento dei ragazzi, puntando sulle competenze emotive e di vita, cosa che alle superiori non si fa a sufficienza. Dall’altra parte, gli insegnanti devono operare una conversione: da docenti di disciplina dovrebbero sempre più farsi educatori, maestri, aumentando il loro coinvolgimento nella relazione e liberandosi, anche loro, da obiettivi puramente prestazionali”.

Guardando ai dati, negli ultimi anni il numero degli alunni che scelgono di cambiare strada, abbandonando percorsi liceali avvertiti come troppo duri è molto aumentato, come rileva dal suo osservatorio Andrea Grossi, dirigente del liceo delle Scienze umane Sanvitale: “Prima della pandemia avevamo un numero di passaggi in ingresso decisamente inferiore: nel 2018 abbiamo avuto circa 60 ingressi di ragazzi che hanno scelto di cambiare strada mentre nel 2020 sono raddoppiati, passando a 120 ingressi nelle classi prime, seconde e terze mentre quest’anno sono arrivati a 140. Al di là del fatto che siamo cresciuti come scuola, certamente il numero di alunni che entrano in difficoltà e ha bisogno di cambiare è fortemente aumentato”. La causa? “La pressione innescata dalla competitività è molto cresciuta. La sensazione diffusa è quella che devi iniziare sempre prima a correre per non bruciarti delle opportunità. Questa pressione diventa difficile da sostenere. I segnali di disagio sono esplosi: dal ritiro sociale all’autolesionismo e ai disturbi alimentari che mettono sempre più a nudo questa condizione”. Il liceo delle Scienze umane si trova così a dover gestire un numero crescente di passaggi accogliendo studenti che hanno tentato altri percorsi, principalmente classico e scientifico: “A un certo punto, alcuni capiscono che il greco o la matematica in una curvatura così pronunciata non sono adeguati per loro mentre altri faticano a stare dentro ad ambienti percepiti come troppo competitivi”. Per fare fronte a questa impennata di richieste, prosegue Grossi, “l’anno scorso abbiamo creato una classe terza del tutto nuova, formata con venti nuovi ingressi. Una cosa mai accaduta prima”. Quello che emerge, è “un grande bisogno delle famiglie di presa in carico da parte della scuola e la necessità di avere qualcuno con cui confrontarsi sul percorso dello studente, focalizzando un disagio che spesso non riflette difficoltà puramente scolastiche: ci sono anche altri tipi di problemi come la mancanza di motivazione, la difficoltà a mettersi in gioco e la scelta di ritirarsi per non rischiare di essere sconfitto, evitando così una ferita alla propria immagine”. Così come avvertito dal dirigente del liceo classico Romagnosi, anche Grossi evidenzia la necessità di lavorare per dare difese immunitarie contro il dilagare di un disagio che spinge gli alunni a ritirarsi di fronte a una società che li vorrebbe sempre più performanti. Il primo punto da cui partire è l’ascolto: “Abbiamo aumentato in modo significativo l’investimento sui servizi e i progetti per il benessere degli studenti, incrementando le ore di disponibilità della psicologa della scuola e aderendo al progetto See-Learning, con pratiche di mindfulness, di attenzione e consapevolezza alle proprie emozioni, poi un progetto di educazione alla salute sulla identità di genere e il progetto Ascoltiamo la loro voce, con l’Università di Parma, per migliorare il clima di classe oltre a un progetto, finanziato da Cariparma, per sostenere attività di recupero dopo il periodo pandemico”. Sul tema della valutazione “stiamo facendo una riflessione in rete come scuole superiori per ragionare su come uscire dalla gabbia del puro responso numerico e dare agli alunni una restituzione un po’ più colma di senso”. Quello della valutazione è un tasto avvertito come dolente sempre più precocemente: anche fra gli alunni delle scuole primarie, osserva Eramo, negli ultimi anni è apparsa evidente una crescente sofferenza per le valutazioni. E alle scuole superiori avere il voto che ti raggiunge in ogni momento dallo schermo del cellulare non aiuta ad allentare la tensione: “Attraverso una app che gli studenti hanno sul cellulare, tramite registro elettronico ogni studente è costantemente informato della sua media generale. Poi, accanto a ogni disciplina, in base all’ultimo voto ricevuto una freccia ti avverte se stai salendo o scendendo nel rendimento. Fin dalla prima media, gli studenti sono costantemente attaccati a questa app che, con l’indicazione di un trend positivo o negativo simbolizzato dalle frecce, diventa una specie di droga che influenza l’umore dei ragazzi, sempre più esposti al rischio stress. Noi educatori questa fatica dobbiamo guardarla, viverla con loro, provando a instaurare una relazione educativa che sostenga anche nel momento dell’insuccesso”. Per fare fronte a nuove fragilità che non possono essere ignorate o ascritte sotto etichette facili, “abbiamo raddoppiato le ore di sportello psicologico di cui gli alunni possono avvalersi per un confronto, siamo entrati nella rete nazionale Scuole che Promuovono Salute e abbiamo poi attivato un laboratorio pomeridiano di mindfulness e un altro di self empowerment per imparare a gestire le situazioni conflittuali e le emozioni che si generano nel conflitto”.

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07/04/2023
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