Storie

di Fabio Annovazzi

IL MIO AMICO SANDRO E LA SOLITUDINE DEI PENULTIMI

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Di acqua incatenata sciogliersi, e fluire via veloce sotto la cascatella di casa sua, ne ha vista scorrere parecchia negli anni il burbero ed iracondo mio amico. In molti lo riconoscono unicamente per un nome e un soprannome che ci riporta alla memoria il grandioso condottiero macedone nato nel 356 a.c. e che in pochi anni soggiogò mirabilmente, con un arguzia senza eguali, gran parte del mondo antico creando un vasto impero. Credo l’accostamento quasi ironico, a parte il vezzeggiativo non hanno assolutamente nulla in comune, neanche lontanamente. Dopo un lungo periodo lavorativo nelle acciaierie milanesi il nostro ieratico paesano, al raggiungimento della pensione, non si è più schiodato dalla sua montagna, figuriamoci quanto gli interessassero (e gli interessano) certe mete esotiche. Non gliene po’ frega’ de meno, diremmo in romanesco. Il suo stile di vita genuino però sta cozzando di brutto negli ultimi tempi con l’avanzamento repentino dell’età, il venir meno di buona parte della parentela a lui più cara, e un inevitabile, ed evidente, decadimento psico-fisico. Normale amministrazione dello scorrere del tempo e delle primavere, dirà qualcuno, sin che sorella morte non si affaccerà a far la sua sgradita visita. Eppure non è così, c’è qualcosa che non va di brutto e ne sono consapevole: è la crudele malattia della solitudine, bestia feroce in grado di dilaniarti silenziosamente senza scrupoli. Chiuso in se stesso come riccio di castagna aculeo e pungente vedo il mio amico sempre più trasandato, cupo, silenzioso, malmesso, dopo poche parole scambiate a quattr’occhi capisci al volo che lo stai già infastidendo ed è opportuno che te la squagli. Sono i danni velenosi di un morbo viscido e pernicioso come pochi altri, in grado di far danni tanto quanto l’anidride carbonica nei polmoni. Anni ed anni di completa e totale vita eremitica, o quasi, hanno lasciato un segno tangibile nei suoi occhi e nel suo animo. Tutte le volte che lo vedo ridotto così ho un impeto di sconforto che mi graffia l’anima e fa sanguinare il cuore. Rimugino e penso, con un attacco di tristezza da lacrime agli occhi, a quante lunghissime ore, giornate intere, notti magari insonni, Sandro abbia passato in completa e totale solitudine, senza il conforto di una compagnia umana e senza bofonchiare almeno quattro sillabe di circostanza. In quante occasioni, mi chiedo ancora con rimorso, potevo essere il suo prossimo e invece non lo sono stato per colpevole e peccaminosa omissione. Non è solo una questione di compatimento o di stupido buonismo, è una ricchezza di legami – testimonianze - ed sperienze che si vanno perdendo per sempre in un mutismo errato, conseguenza di un auto isolamento spesso nemmeno voluto. L’uomo non è un’isola, è un “animale” relazionale per eccellenza, se gli togli il parlato si disintegra pian piano goccia a goccia. Conosco a fondo Sandro e so che nell’intimo del suo dolce cuore odia

profondamente questo vestito sudicio di emarginazione che si è ritagliato addosso, vorrebbe tutt’altro. Il problema è che non riesce a vincerlo e a scucirselo via, è più forte di lui e l’età avanzata non lo aiuta. Questi nostri anziani (e tante persone sole) erigono in apparenza barriere intorno a loro, ma avrebbero bisogno impellente di ponti, e di qualcuno che al suono del corno sfracellasse sti maledetti muri. E quanti Sandro ci sono in giro che si stanno lasciando andare nell’apatia più completa non ne avete idea. Ma nel lembo estremo del ventricolo sinistro gridano un implorante, ma taciturna, richiesta di aiuto. Qui non è solo una questione economica o di rilievo sanitario, miriadi di penultimi soffrono la pestilenza di un abbandono coatto per mancanza di esseri parlanti al loro fianco. Credo non sia solo una mia impressione questo dramma silenzioso, per altro destinato
inesorabilmente a rinforzarsi con l’invecchiamento della popolazione del Belpaese e col, voluto, annientamento di tanti nuclei familiari. Noi qui tra le valli anguste già ne assaporiamo i suoi letali effetti, per nulla dissimili a quelli dell’amanita falloide. Nelle periferie esistenziali umane di paesi sempre più spopolati, o anche in metropoli esasperate dove i rapporti umani sono una chimera,
queste sono sventure senza eguali spesso ignorate. C’è tantissima sofferenza da auto isolamento in circolazione, è evidente. Ci mancava poi anche questa epidemia di musi ingrugnati sugli schermi a completare l’opera dei tanti che si rinchiudono in isolate carceri nemmeno tanto dorate! Tornando al nostro personaggio, mi piacerebbe dare una mano a Sandro, ma non so come posso aiutarlo senza fare ulteriori danni e prima che metta altre barricate; spremerò le meningi per trovare un’idea innovativa. Andrò con i piedi di piombo e con circospezione, me le sono posto come obbiettivo nel breve periodo, spero di non raccogliere i cocci di un ennesimo mio fallimento, specie per mancanza di iniziativa nel concreto. Tanto ciarlare per poi non agire sarebbe nefasto e sgradevole, potrebbe farmi entrare di diritto acquisito nel girone dei sepolcri imbiancati. La coscienza personale impone di fare un veloce tentativo, onde evitare di essere preda di rimorsi tardivi; intanto, perché no, potrei fargli leggere queste mie righe. Di sicuro, in prima istanza, si arrabbierà ferocemente e mi manderà bonariamente a quel paese col volto scuro. Però non si sa mai che questa potrebbe essere l’occasione giusta per poter rompere un piccolo pezzo di ghiaccio sulla crosta del lago, sciogliendo
quell’acqua incatenata e facendo sì che possa tornare a scorrere portando vita. So già che però non sarà per nulla semplice, il compito è arduo e la sconfitta temporale di un diniego potrebbero essere amara e scoraggiante, ma non debbo demordere. Costerà una grande fatica infrangere quella cotenna apparentemente indistruttibile, ma ci devo provare e posso farcela. Perché senza fraternità e sacrifici non saremo mai felici. Diamoci una mano ad aiutare i tanti Sandro.

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20/05/2023
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