Società

di Fabio Annovazzi

DONNE A UN TELEFONO CHE NON SUONA MAI

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Dopo avere sgranato le canoniche cinquanta preghiere alla Madonna, nei vari misteri giornalieri, partiva in quarta a elencare, in un latino perfetto, le litanie lauretane alla Vergine, nei titoli onorifici a Lei attribuiti da Santa Romana Chiesa. Era una consuetudine serale di tutto il mese mariano di maggio, ormai malinconicamente perduta nel paesello, e lei Maria (nomen omen…), detta Maria bastianina forse per il suo fisico assai minuto, era in testa al gruppo delle pie donne nel declinare sapientemente il Rosario. L’appuntamento era quotidiano, alle otto di sera, e due gruppi con spiccata presenza femminile si trovavano puntualmente, dopo il suono richiamante della campanella, nella chiesa parrocchiale e in quella sussidiaria di Redivo per la preghiera comune. Di ognuna di queste donne devote serbo un ricordo struggente, potrei scrivere un enciclopedia per raccontarle, ma mi limito ad evitare che l’oblio scenda sulle loro splendide figure, fari che hanno illuminato le mie notti. Butterò li solo qualche scintilla per quelle che più mi sono rimaste in memoria, senza la pretesa di essere completo ed esaustivo. La loro singolare ma semplice vita era scandita da un modo di fare parco e calmo, oggi desueto in questo mondo impazzito dalla fretta.

Lucia (detta Cia) poteva sembrare misteriosa, quasi enigmatica, ad uno sguardo frettoloso, ma l’apparenza traeva in inganno; celava dentro di se un cuore molto sensibile e un fare sagace, in grado di usare una fine ironia in punta di fioretto. Viveva con la sorella Maddalena, altra figura che a noi ragazzi incuteva quasi soggezione per gli occhi torvi e il fare un tantino scorbutico. In realtà non era in grado di fare del male ad una mosca e aveva un indole molto timorosa. Certamente non amava essere disturbata, ed essendo assai introversa non gradiva affatto attenzioni su se stessa.
Grande lavoratrice ha sempre accudito pollame e orto, portando la gerla sino all’ultimo dei suoi giorni. Se ripenso a lei infatti me la immagino nitidamente ancora mentre, carica di legna da ardere e curva di brutto, risale faticosamente la pendente strada sopra al cimitero col suo fardello pesante.
Come la sorella Cia è rimasta signorina tutta la vita e prima di esalare l’ultimo respiro è arrivata a sfiorare il secolo di vita. Le cento candeline le spense invece la possente Nilda (vezzeggiativo dell’ostrogoto nome di Petronilla), un donnone tutto d’un pezzo che ha sempre vissuto sino al termine terreno dei suoi giorni terreni in quella che si credeva essere la Dogana Veneta del paese.
Attenta osservatrice, mi ha più di una volta dispensato saggi consigli che custodisco gelosamente nel cuore. Anche Severina dava consigli, ma più inerenti alla salute fisica. Massaggiatrice e pranoterapeuta attenta e premurosa ha alleviato una miriade di malanni fisici con ottimi risultati.
Slogature, piccoli traumi e malanni ossei vari non rappresentavano per lei un ostacolo, faceva di tutto per riuscire a sistemare il dolorante paziente che si trovava ansimante a bussare alla sua porta.
L’arte di queste donne, ma anche uomini, con le mani d’oro, che conoscevano alla perfezione il corpo umano, si sta perdendo miseramente. Fobie insensate di danneggiare il malato, scetticismo, tecnicismi esasperati, mancato ricambio generazionale, e anche derisione, stanno facendo venir meno una pratica che ho provato sulla mia pelle essere decisiva nell’evitare interventi invasivi. Il pollice a scatto della mano destra è riuscito a farmi assaggiare per parecchi mesi l’inferno, nonostante il tutore, a detta di molteplici fisioterapisti dovevo farmi operare alla svelta, tre massaggi serali di una valente signora come Severina e il mio dito funzionava ancora alla perfezione senza chirurgia. Ci sono poi quelle figure femminili del paese in grado di farmi sorridere al ricordo anche ora, dopo oltre un decennio dalla loro dipartita. Sandra era una di queste, le risate a crepapelle venivano spontanee al termine delle sue battute gustose ma mai scurrili. In un mondo assai cupo,
che ha dimenticato il sapore salutare di una solenne sghignazzata, corriamo il rischio, come dice una canzone di Mango datata 1991, di ritrovarci “soli noi senza l’aiuto di qualcuno che ci faccia ridere e resti un poco insieme a noi”. Nei pressi di Sandra viveva col marito la tenera Cilia, i cui occhi illuminati trasudavano semplicità e pacatezza. Sempre pronta al sorriso, in specie coi bambini, sapeva versare balsamo di dolcezza sulle ferite del prossimo. Non ricordo di averla mai vista adirata, ne di aver udito una parola fuori posto dalla sua bocca. In tutto simile di carattere era anche un’altra Maria che con la sorella Edwige (familiarmente chiamata Ige) gestì magnificamente per anni un negozio di alimentari in centro al paese. Più schiva di Cilia non era per nulla loquace, ma incuteva subito simpatia per il suo fare davvero mite e umile. Pur piena di acciacchi e zoppicante non ha mai voluto mancare alla Messa quotidiana, anche a costo di farsi accompagnare da un’ aiutante. Della mitica maestra Gloria ho già scritto da un’altra parte, per cui finisco questa carrellata di pie donne che popolano i miei ricordi citando un altro pezzo da novanta. Ines, sorella di Don Lorenzo, non è stata solo una semplice perpetua al servizio delle esigenze materiali del parroco; sarebbe quasi offensivo ingabbiare la sua memoria limitandosi a quanto svolse egregiamente in canonica. Con la sua figura, per decenni presente, il paese ha avuto l’immensa grazia di una colonna portante suppletiva nella chiesa parrocchiale di San Giacomo. La casa del Signore era rigorosamente in ordine e gli altari perfettamente addobbati, con tovaglie sempre candide come la neve, grazie a lei. A questo univa una ottima voce con cui partiva ad intonare i canti durante le funzioni. Dall’apparente carattere ieratico era molto riflessiva e prona a sagaci consigli spirituali verso il clero, fratello in primis. In questo breve excursus ho voluto dare spazio al gentil sesso nelle sue varie sfaccettature averaresi. Donne che avevano una marcia in più, gelose della loro femminilità, la cui figura manca terribilmente e si sente. Si sa di per certo che il vero sesso forte sono loro, non noi ometti, e non solo per quanto riguarda la soglia di sopportazione del dolore.
Tenaci, mai arrendevoli, caparbie, convinte dell’obbiettivo prefissato, per nulla inclini a fare una patetica guerra al maschio, attaccate al territorio e alle sue tradizioni, se il paese sta andando a scatafascio anagraficamente è anche perché queste figure femminili sono ridotte all’osso. Donne di relazione e di famiglia, non avevano certo bisogno di truccarsi per essere belle dentro, ne di aggeggini diabolici a cristalli liquidi per interagire col prossimo. Il loro telefono, se mai ce l’avevano, non suonava mai, era nella loro umanità condivisa che questa elettronica ossessiva ci sta rubando, soffiandocela silenziosamente da sotto il naso. Preferivano di gran lunga sgranare il rosario piuttosto di azionare i pulsanti telecomandanti la sputa bugie, dove, a loro saggio dire, trionfava una crassa e volgare ignoranza. Qualche maligno potrebbe anche asserire che in alcuni frangenti erano sin troppo irascibili e permalose, dando l’impressione che più che trovarsi di fronte
una pia donna gli si parava davanti una donna che pìa (morde, dialetto locale bergamasco).
Questioni caratteriali di gente venuta su con la scorza dura; le intemperie della vita le hanno prese tutte e non si sono mai frignate addosso. A loro bastava una corona serale per ritemprarsi, e più volte le ho viste quasi rinascere in anima e corpo dopo le orazioni. Di una cosa sono certissimo: erano molto meno egoiste di noi, anche in campo spirituale. Porto un esempio a cui ho assistito.
Maria bastianina stava scendendo dal pullman di linea sul ponte del paese, verso le diciotto del pomeriggio. Essendo molto loquace si prodigava in saluti ripetuti verso tutti, per altro saluti che le venivano realmente dal cuore e non di circostanza. Era assai raro vederla sulla corriera, per cui Il burbero ma giusto autista di un tempo dopo i convenevoli, cercando forse di congedarla repentinamente, gli pose la canonica domanda chiedendogli la provenienza. Quella lo fisso per un attimo e poi disse tranquillamente: “Sono stata a Caravaggio (santuario mariano) e ho pregato anche per te” Lo sguardo del conducente rimase estasiato, ma non disse nulla, la salutò gentilmente bofonchiando un timido ringraziamento. Nei giorni successivi a chiunque saliva sul mezzo raccontava questa risposta, evidentemente era rimasto piacevolmente colpito, e anche commosso nel profondo. Ci vuole veramente poco per far del bene al prossimo, per cui sono pienamente d’accordo con Edith Stein, le donne (queste di donne) comprendono non solo con l’intelletto ma anche con il cuore.

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21/11/2023
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